Un momento dello spettacolo Un momento dello spettacolo

La vecchiaia non è una malattia, la terza età in scena ai Documenti di Roma

La storica sala, ideata da Luciano Damiani nel ventre del Monte Testaccio a Roma, ospiterà fino al 22 marzo “Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?)” scritto e diretto da Stefania Porrino, che il 15 marzo ha dialogato sul tema della senilità con Dacia Maraini

Eugenio Murrali – Città del Vaticano

Ogni età è in rapporto con il mondo e si muove dentro la complessità con il suo carico di progetti, aspettative, problemi e desideri. Forza e ostacoli della vecchiaia sono emersi nel pomeriggio di domenica scorsa, al Teatro di Documenti di Roma. Lo spettacolo Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?) di Stefania Porrino - con gli interpreti Giulio Farnese, Nunzia Greco, Evelina Nazzari, Rosario Tronnolone e Carla Kaamini Carretti - ha offerto l’occasione per tornare a riflettere sulla terza età e sul rapporto tra le generazioni. Prima della replica la drammaturga si è confrontata con Dacia Maraini, che ha osservato come ogni età possa avere slancio e futuro, perché – ha detto la scrittrice, nata nel 1936 – “i progetti che faccio devono andare al di là della mia persona, come avviene con la scrittura, che è una forma di maternità”.  Progetti e futuro non sono una prerogativa della giovinezza, ma un valore che ognuno può coltivare dentro di sé. Per Porrino la maturità permette di riprendere quel che da giovani abbiamo fatto correndo, sempre sul filo dell’urgenza e che, al contrario, nell’ultima fase della vita assume la forma di una scelta, da portare avanti con cura.

Virgilio, Beatrice e i loro "autori" sulla scena
Virgilio, Beatrice e i loro "autori" sulla scena

Atmosfere "noir" e moti dell’anima

Lo spettacolo è costruito su due piani che dialogano armonicamente. L’ex professore Virgilio, interpretato da Giulio Farnese, e l’editrice Beatrice, affidata a Nunzia Greco, sono due anziani coniugi senza figli. Ricevono in eredità da un cugino di lui, Guido, un casale con una tenuta in Toscana. Organizzano e ripensano così l’ultima fase della propria permanenza terrena, trovandosi a fare scelte e progetti e a confrontarsi con la paura della vita e della morte, della solitudine. Sono una coppia dialettica e affiatata che ha saputo condividere insieme l’esistenza e non manca di spirito, energia e tenerezza anche in questi anni finali. Sulla scena aleggiano altri due esseri. Sono Vir, Rosario Tronnolone, e Bea, Evelina Nazzari, due entità che hanno, pirandellianamente, la funzione di “autori” e, quasi astratte espressioni della coscienza, suggeriscono ai personaggi come agire. Completa il quadro la misteriosa presenza di Pia, la donna che ha assistito Guido fino alla morte e il cui passato è ricco di sorprese. Queste diverse figure costruite e rese con intelligenza e ironia danno vita a una messinscena tesa ed efficace, che contempera azione e riflessione, fatti e sentimenti. E i temi sociali convivono all’interno del dramma con dinamiche esistenziali, che non per accidente chiamano in causa Delitto e castigo di Dostoevskij.

Uscire dalla logica del consumo

Nel dialogo, moderato da Elisa Fantinel prima dello spettacolo, molti gli argomenti toccati da Maraini e Porrino. L’autrice del romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa ha posto l’accento sui rischi di una logica del consumo che si trasferisce spesso dal mercato alle persone e ai sentimenti. Un’idea che Papa Francesco ha espresso molte volte nel corso del suo magistero, mettendoci in guardia dalla “cultura dello scarto”. Diceva ad esempio il 27 aprile 2024 incontrando nonni, anziani e nipoti in Aula Paolo VI durante l'evento La carezza e il sorriso organizzato dalla Fondazione età grande: “Gli anziani non devono essere lasciati soli, devono vivere in famiglia, in comunità, con l’affetto di tutti. E se non possono vivere in famiglia, noi dobbiamo andare a cercarli e stare loro vicino. Pensiamoci un momento: non è molto meglio un mondo in cui nessuno deve aver paura di finire i suoi giorni da solo? Chiaramente sì”. Il Pontefice invitava inoltre a coltivare “progetti diversi di esistenza, in cui gli anni che passano non siano considerati una perdita che sminuisce qualcuno, ma un bene che cresce e arricchisce tutti”.

Un patto tra le generazioni

Nel corso dell’incontro ci si è soffermati anche sull’importanza del “percorso”, sul tragitto che crea esperienza, bagaglio di crescita, tecniche e storie da condividere e tramandare. Un contenuto umano che la tecnologia – per quanto, se ben guidata, abbia molto da offrire alla vecchiaia -, non può sostituire. Di qui la centralità della relazione, dell’affettività, dello scambio intergenerazionale, evidenziato anche da Papa Leone XIV nel suo messaggio per la V Giornata mondiale dei nonni e degli anziani, lo scorso luglio: “Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani, è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire. Quanto spesso i nostri nonni sono stati per noi esempio di fede e di devozione, di virtù civiche e impegno sociale, di memoria e di perseveranza nelle prove!”.
E quel bisogno di futuro, ribadito anche nel confronto tra le due scrittrici al Teatro di Documenti, si lega a un valore più profondo che è la speranza, perché essa, come dice il Pontefice è "fonte di gioia sempre, ad ogni età. Quando, poi, essa è temprata dal fuoco di una lunga esistenza, diventa fonte di una beatitudine piena".

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“Quando verrà la fin di vita (e questa storia è già finita?)” di Stefania Porrino
16 marzo 2026, 17:15