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Profughi a bordo di un minivan al confine tra Libano e Siria Profughi a bordo di un minivan al confine tra Libano e Siria  (ANSA)

Libano, i profughi siriani scappano dalla guerra. In fuga via auto o con il bus

Da Al-Qusayr, in Siria, la testimonianza dei volontari di Operazione Colomba. Una volta varcato il confine, chi rientra in patria trova soltanto "distruzione". Sul terreno però si tenta di ripartire dopo 14 anni di guerra civile siriana: le persone cercano di ricostruire casa a "spese proprie" perché mancano finanziamenti e lavoro, e si partecipa a momenti di incontro tra comunità diverse organizzati dal corpo civile non violento della Comunità Papa Giovanni XXIII

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Un conflitto che non si vive «in prima persona» ma i cui effetti devastanti si sono di fatto già sperimentati in un Paese «che esce da una guerra di 14 anni , oggi in gran parte distrutto». Nel quadro degli attacchi statunitensi e israeliani sull'Iran, di quelli israeliani in Libano e della risposta di Teheran verso Israele e varie nazioni del Golfo, è questa l’escalation in Medio Oriente vista dalla Siria. A riferirlo ai media vaticani da Al-Qusayr, città a sud di Homs, nella parte occidentale del Paese, è uno dei volontari di Operazione Colomba, il corpo civile non violento della Comunità Papa Giovanni XXIII. Proprio pensando alla lunga guerra civile che ha insanguinato la Siria dal 2011 fino alla caduta di Bashar al-Assad, deposto nel dicembre 2024 da una coalizione guidata dall’attuale presidente Ahmad al-Sharaa, «sembra un paradosso — osserva il volontario italiano — che in questo momento la zona “più sicura” in Medio Oriente appaia la Siria». 

Ascolta l'intervista con uno dei volontari di Operazione Colomba

Rafforzati i confini

Da mercoledì l’esercito di Damasco ha rafforzato il proprio dispiegamento lungo i confini con il Libano, oltre che con l’Iraq, per controllare la frontiera, soprattutto dopo l’avvio a inizio settimana dei raid israeliani nel Paese dei cedri contro postazioni Hezbollah. Al-Qusayr si trova proprio al confine con la valle della Beqaa, colpita dalla nuova ondata di bombardamenti. «Tutta questa zona durante il regime siriano era sotto il controllo di Hezbollah», racconta il volontario di Operazione Colomba.

Sfollati più volte

«Quello a cui stiamo assistendo è sicuramente l’arrivo di siriani dal Libano. Dal vicino valico di Jusieh stanno entrando tantissime persone tutti i giorni: macchine, camion e bus». Si tratta di migliaia di siriani — secondo l’Oim circa 50.000 — che, spiega, «erano sfollati in Libano durante la guerra civile: magari stavano pensando di tornare o non erano ancora convinti di farlo, fatto sta che questa nuova guerra li ha spinti a rientrare», migrando ancora una volta. Quello che però, varcato il confine, queste persone si trovano davanti è, testimonia il volontario, «molta distruzione». «Al-Qusayr in particolare ha subito gli effetti della guerra siriana, anche se adesso tutta la zona sta provando a ripartire. La gente tenta di ricostruire almeno le case: lo fa a proprie spese, perché non ci sono finanziamenti, non c’è lavoro, non ci sono i salari». In città vivono «circa 30.000 persone, sunniti, cristiani, alawiti, ma per tutti dopo decenni di regime e 14 anni di guerra civile ripartire non è semplice, da un punto di vista sia economico sia di ferite e sofferenze».

L'esperienza in Libano durante la guerra civile siriana

Durante il conflitto in Siria, gli operatori della Comunità Papa Giovanni XXIII hanno operato nel nord del Libano, nel campo profughi di Tel Abbas, lì dove proprio tanti siriani si erano rifugiati scappando dalle operazioni belliche in corso nel loro Paese. «Abbiamo vissuto dentro il campo profughi dalla fine del 2013 fino all’anno scorso, quando abbiamo iniziato a fare i primi viaggi in Siria. Eravamo prima di tutto una presenza all’interno del campo, come condivisione, ascolto, accompagnamento, vicinanza a gente che aveva perso tutto. Allo stesso tempo eravamo anche una presenza internazionale, che poteva fungere da deterrente contro la violenza, e inoltre portavamo avanti pure un lavoro di advocacy».

Spazi d'incontro

«Ad Al-Qusayr — continua il volontario — stiamo provando a creare spazi di incontro, per far sedere insieme persone di varie comunità. Lavoriamo per esempio a un progetto che vuole portare i ragazzi locali a incontrarsi, ragazzi cristiani, musulmani, attraverso percorsi di formazione e di empowerment. I temi sono quelli della risoluzione dei conflitti, della comunicazione efficace, dell’elaborazione di progetti», da allargare anche ad altri villaggi. «Ci sono poi iniziative più semplici, indirizzate alle signore, seguiti da momenti in cui si prende il caffè o il tè. Le attività con i bambini invece riguardano l’educazione alla pace ma anche lo sport. E continuiamo a visitare le famiglie, sia per cercare di conoscere il contesto sia per creare nuovi legami, perché prima di parlare di pace e di riconciliazione — evidenzia il volontario — si tratta prima di tutto di ascoltare le persone, le loro fatiche, le loro vicende, affinché poi queste storie si incontrino per ripartire insieme, nonostante tutte le difficoltà economiche e sociali che sta vivendo la Siria».

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07 marzo 2026, 15:00