Rifugiati, quei germogli seminati nel deserto algerino per un popolo dimenticato
Beatrice Guarrera - Città del Vaticano
Dove il vento si abbatte, spesso impetuoso, sul deserto roccioso del Sahara, a sud ovest dell’Algeria, oltre 170 mila rifugiati saharawi ogni giorno sfidano condizioni climatiche impervie, per costruire la loro sopravvivenza. Sugli altopiani vicino a Tindouf, il giorno e la notte, come anche le stagioni, sono scandite da escursioni termiche estreme. Le estati presentano temperature prolungate che oscillano tra i 45 e i 55 gradi, gli inverni sono rigidi, mentre le stagioni intermedie sono colpite frequentemente da tempeste di vento. Condizioni che rendono quel luogo «non l’ideale per condurre attività attività economiche», eppure Oxfam da anni conduce, in quell’area desertica, progetti di sviluppo agricolo. Lo racconta ai media vaticani Marco Di Cecco, responsabile di Oxfam in Algeria.
Una crisi dimenticata
L’attività si inserisce «all’interno di una problematica complessa che è quella che affligge i rifugiati saharawi — spiega Di Cecco —, rifugiati che sono lì da 50 anni e vivono in condizioni che sono veramente dure». Per far fronte alla sussistenza dei rifugiati, il Programma alimentare mondiale (Pam), insieme ad altre organizzazioni e alla Mezzaluna rossa saharawi, organizza da decenni delle distribuzioni alimentari. «Negli ultimi dieci anni, però, le razioni e il contributo a questa crisi, che viene sempre più indicata come una di quelle crisi dimenticate, è venuto a mancare», osserva il cooperante. Si calcola che circa la metà del budget che era destinato inizialmente alla distribuzione alimentare sia stato dirottato verso altre crisi. «Quindi il problema che si è cominciato ad osservare con il tempo è alla base nutrizionale», dato che vengono distribuiti sempre meno prodotti freschi. Questo ha un impatto sulla popolazione certificato da una serie di studi, come l'ultimo, condotto dall'Unicef insieme ad altre organizzazioni, che mostra un livello di malnutrizione particolarmente elevato. «Tra i bambini ci sono casi altissimi di anemia e casi di obesità perché la tipologia di alimento che viene distribuito ha una componente di fibre particolarmente bassa».
Coltivazione "fuori suolo"
E’ in quell'ottica che Oxfam ha deciso nel 2021, con un programma finanziato dal Pam in collaborazione con l'Università di Liegi, di mettere in piedi nuove tecniche agricole che potessero contare su un consumo limitatissimo di acqua, per fare in modo così di sopperire ad alcune carenze alimentari della popolazione. Sono stati dunque applicati studi che erano stati effettuati anche in altri Paesi dell’Africa subsahariana, che hanno ottenuto, però, buoni risultati anche nel deserto algerino. Tra le varie tecniche di coltivazione, spiccano quelle idroponiche, di coltivazione “fuori suolo”, che prevedono che le radici delle piante siano immerse in una soluzione nutritiva costantemente ossigenata, consentendo una crescita rapida e un risparmio idrico. «L’Università ci ha aiutato con le statistiche, per determinare la produttività delle tecniche — afferma Di Cecco — Alcune soluzioni hanno poi lasciato il passo ad altre più performanti», tramite le quali Oxfam continua ancora ad intervenire. In particolare vengono supportati i giardini regionali, degli spazi ricavati all'interno delle aree dei cinque campi rifugiati.
Giardini regionali e familiari
A essere coltivati sono soprattutto ortaggi e verdure, come pomodori, insalata, zucchine. Nei territori individuati vengono così installate delle serre e dei sistemi di irrigazione e, se necessario, delle pompe che riescono a captare l'acqua. «Vorremmo installare anche un sistema di desalinizzazione, perché il problema delle acque è l’alta salinità», spiega il responsabile di Oxfam. Fondamentale è inoltre l’apporto al progetto della comunità locale, che collabora fin dall’inizio del processo, attraverso una rete di agronomi, volontari e guardiani di queste aree. «Ci appoggiamo — continua Di Cecco — ad organizzazioni femminili: uno dei grossi obiettivi è quello di favorire sempre di più il ruolo delle donne all’interno del tessuto commerciale e produttivo della comunità», in una società matriarcale come quella saharawi. Ci sono poi altri giardini gestiti a livello familiare, che possono essere portati avanti a condizione di rientrare in specifici requisiti, come avere l’accesso all’acqua.
Incoraggiare attività parallele
Oxfam, con la sua presenza nel territorio dei campi profughi saharawi, cerca sempre di promuovere l’aumento della produzione agricola, così che poi il surplus possa essere distribuito al resto della popolazione tramite la Mezzaluna rossa saharawi. L’obiettivo dell’Ong è anche quella di poter sostenere la creazione di altre attività parallele. Già ad oggi altri partner sono impegnati a seguire la formazione di cooperative che si occupano, per esempio, della produzione del cous cous o dell’essiccazione dei prodotti alimentari. In questo contesto, il problema più critico rimane la disponibilità dell’acqua, che si trova a 100-150 metri di profondità e arriva soprattutto tramite sistemi di distribuzione obsoleti. Più della metà delle oltre 170 mila persone che vivono nei campi, inoltre, la riceve via camion con le autocisterne e la conserva in container di plastica esposti al sole per settimane.
I frutti nella comunità
Nonostante le difficoltà del contesto, l’impiego nel settore agricolo, per quanto non molto redditizio, costituisce comunque un piccolo contributo al mantenimento familiare, «se consideriamo che la popolazione saharawi è una popolazione rifugiata e quindi anche l’accesso al lavoro è particolarmente limitato», afferma Di Cecco. Non bisogna dimenticare, infine — conclude il responsabile di Oxfam in Algeria — che i frutti di queste tecniche agricole, sostenute dal lavoro della comunità, sono soprattutto di tipo alimentare: far crescere ortaggi nel deserto per migliorare la nutrizione della popolazione saharawi.
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