Maria Paiato nel ruolo di "Riccardo III" (foto di Laila Pozzo) Maria Paiato nel ruolo di "Riccardo III" (foto di Laila Pozzo)

"Riccardo III" diretto da Andrea Chiodi, la follia della guerra e la nostalgia del bene

Lo spettacolo di Shakespeare in tournée sui palcoscenici italiani, e ultimamente all'Argentina di Roma, pone di fronte allo spettatore il tema del male e della sete di potere che porta l'essere umano ad agire contro gli altri. Il regista ai media vaticani: "Dal quinto secolo avanti Cristo, il teatro non si arrende e non smette di dire che la guerra, l'uccisione, la vendetta provocano solo distruzione"

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

Si radica nella storia, ma prende forma nell'analisi dell'animo umano, il Riccardo III di William Shakespare, tragedia che sa raccontare il male dopo averlo guardato negli occhi. Andrea Chiodi - regista dell'allestimento ora in scena all'Argentina di Roma, quindi a Cagliari e a Bergamo - pensa che a volte i classici chiamino gli artisti. O almeno così è avvenuto per lui con questo dramma in cui il protagonista è figura archetipica del male: "Maria Paiato voleva lavorare su questo testo, e noi insieme a lei. La cosa curiosa è che non siamo gli unici: c'è stato in questa stagione il Riccardo III diretto da Antonio Latella, e non solo. Probabilmente il tema era nell'aria, purtroppo. E bisognava affrontarlo". 

Ascolta l'intervista al regista Andrea Chiodi

Cercare l'origine

"La cattiveria di Riccardo III non viene dalla sua deformità - spiega il regista -, ma dal suo cuore, dalla sua testa, dal suo desiderio di potere". La messa in scena pensata da Chiodi, con la riduzione e l'adattamento di Angela Dematté, è anche una ricerca delle cause profonde di quell'attitudine al male che affligge il protagonista e si irradia sulla scena e nel mondo. La versione proposta dall'artista resta fedele al testo, ma cerca di comprendere chi sia stato il protagonista da bambino, quale vuoto d'amore abbia lasciato spazio alla malvagità che lo abita. Non una giustificazione dell'empietà e dell'efferatezza, ma una lucida ricostruzione del percorso intrapreso dalla disumanità per abitare completamente il protagonista.

Gli attori di "Riccardo III" sulla scena (Foto di Laila Pozzo)
Gli attori di "Riccardo III" sulla scena (Foto di Laila Pozzo)

La tragedia 

Il testo di Shakespeare, composto tra il 1590 e il 1592, è il riflesso, passato attraverso la lente dell'arte, della fase finale della Guerra delle due rose. Il conflitto era un dissidio dinastico nel quale si opponevano la casata di Lancaster e quella di York. L'opera chiude la prima teatralogia storica del poeta sul regno di Enrico VI di Lancaster (Enrico VI, prima, seconda e terza parte) e sull'ultimo York, Riccardo III. Il dramma, che si apre con il celeberrimo monologo del protagonista - "Ora l’inverno del nostro scontento è diventato gloriosa estate sotto questo sole di York" - ripercorre nei suoi cinque atti l'ascesa e la rovina del duca di Gloucester, Riccardo, che rincorre senza scrupoli il potere e, pur consapevole della propria turpitudine, non si fa scrupoli a utilizzare ogni mezzo e ogni persona che incontri sul suo cammino per fare strage di ogni avversario e guadagnare il trono. 

Ragionare per paradosso

In questo dramma shakespeariano l'invadenza del male, dell'opportunismo, l'assenza di etica nell'azione e nel pensiero di Riccardo III sembrano non lasciare spazio a nulla di costruttivo. Ma è proprio dalla constatazione della bassezza, dalla presa di coscienza delle implicazioni e delle conseguenze della ferocia che nasce nell'animo dello spettatore la nostalgia del bene. Il re vorrebbe servirsi persino della religione: "È terribile quando la fede è utilizzata semplicemente per acquistare il potere: Riccardo si mette a pregare davanti al popolo per far vedere che potrebbe essere un buon re". Riallacciandosi anche alla tradizione precedente, in particolare a Storia di Riccardo III  di Thomas More, Shakespeare scolpisce questo personaggio come una creatura priva, per sua stessa ammissione, addirittura per vanto, di qualsivoglia pietà. Questo protagonista, precisa il regista, non ha rispetto neppure del divino, perché "lui stesso si crede un Dio". Ma in questa apoteosi della crudeltà, Shakespeare non rinuncia alla complessità, e proprio dalle conseguenze del male emerge il bene come valore e necessità. 

Maria Paiato interpreta "Riccardo III" (foto di Laila Pozzo)
Maria Paiato interpreta "Riccardo III" (foto di Laila Pozzo)

Quel richiamo finale alla pace

Riccardo III termina alludendo alla pace tudoriana inaugurata da Enrico VII, quel Richmond, nipote di Enrico VI di Lancaster, che, sconfiggendo Riccardo e salendo al trono, chiuse le ferite della guerra civile, darà vita alla dinastia dei Tudor. Quella speranza di una pace lunga e benedetta, con cui si conclude la tragedia, risuona certamente nei pensieri e nei desideri di molti spettatori contemporanei. "Il teatro - osserva Chiodi - ha il compito molto importante di educare. Riccardo III ci fa riflettere sul tema del male, che porta alla morte. Dal quinto secolo avanti Cristo, il teatro non si arrende e non smette di dire che la guerra, l'uccisione, la vendetta provocano solo distruzione". Così l'arte della scena può mettere davanti agli occhi la realtà, perché il grande teatro sa inverarsi nel presente. È così per molte delle opere del maggiore poeta inglese, di cui nel 1964, in occasione del quarto centenario dalla nascita, Paolo VI diceva: "Proviamo un piacere particolare nel rilevare come la profonda umanità di Shakespeare, sempre aperto all’esplorazione avventurosa e poetica, porti alla scoperta delle leggi morali, che rendono grande e sacra la vita, e ci riconduca a una comprensione religiosa del mondo".

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14 marzo 2026, 15:47