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Daniel Harding, direttore musicale dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia Daniel Harding, direttore musicale dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia  

La sfida di Santa Cecilia tra Beethoven e il contemporaneo

Con la nuova stagione l’Accademia Nazionale prova a rivitalizzare la scena musicale portando la propria tradizione a dialogare con il contemporaneo: i calendari sinfonico e cameristico guardano decisamente all’oggi

Marco Di Battista - Città del Vaticano

C’è un momento esatto in cui un’istituzione culturale decide se vuole essere un mausoleo o un laboratorio. Per l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, quel momento sembra essere scoccato ora, alla vigilia della stagione 2026/2027. Scorrendo le carte, i progetti, i nomi che animeranno le sale dell'Auditorium romano, si coglie un'urgenza che va oltre il pur necessario (e rassicurante) rito del grande repertorio. È un’urgenza riassumibile nel titolo di una delle prime assolute in cartellone: Rischiare la gioia.

Il brano di Stefano Gervasoni, commissionato dall'Accademia e diretto dal Direttore Musicale Daniel Harding il prossimo aprile, non è solo una novità musicale. È, a ben guardare, il manifesto di un'intera programmazione che sceglie di camminare sul crinale sottile tra la memoria monumentale e la vertigine del presente.

Beethoven ma non solo

Il pretesto per questa riflessione sul tempo e sull'eredità è d'acciaio: il 2027 segna il bicentenario della morte di Ludwig van Beethoven. Sarebbe stato facile, quasi automatico, imbastire un'annata trionfale e consolatoria, infilando le nove sinfonie e i concerti per pianoforte come perle di una collana sicura. Santa Cecilia non si sottrae al dovere della celebrazione – la Nona diretta da Harding, l’Imperatore affidato a Pappano e Lisiecki, la Missa Solemnis con Fabio Luisi, i quartetti eseguiti dal Quatuor Ébène  – ma sceglie di usare Beethoven non come un punto di arrivo, bensì come una lente attraverso cui leggere le inquietudini del Novecento e dell'oggi.

E qui emerge il vero filo rosso della stagione: il coraggio di affiancare il nume tutelare di Bonn a figure e suoni che ne mettono in discussione l'estetica, o che ne raccolgono l'eredità più spinosa. Pensiamo al concerto di marzo, in cui Manfred Honeck dirigerà la Sinfonia n. 1 e l'oratorio Cristo sul Monte degli Ulivi. Ad aprirlo sarà un'altra prima italiana, Peccato, ormai è troppo tardi dell'estone Jüri Reinvere, il cui titolo richiama amaramente le ultime, disincantate parole del Titano. È un dialogo a distanza tra la lotta eroica e la disillusione della fine.

Il "Siegfried" di Wagner

Santa Cecilia sembra dirci che il "classico" non è un pacifico eden, ma un campo di forze ancora attivo. Lo dimostra la decisione di inaugurare la stagione sinfonica (dal 21 ottobre) non con rassicuranti sinfonie, ma precipitandoci di nuovo nell'abisso wagneriano con Siegfried, seconda tappa del monumentale progetto sul Ring. La regia di Vincent Huguet, che cala la narrazione mitologica tra le macerie degli imperi (da quello romano al fascismo), costringe lo spettatore a confrontarsi con le macerie della storia, non con la favola dell'eroe.

Questo senso di rischio calcolato permea tutto il cartellone. Si rischia esplorando il misticismo di Sofia Gubaidulina (il Cantico del Sole, a ottobre); si rischia celebrando il centenario di un compositore politicamente "scomodo" come Hans Werner Henze, con l'esecuzione di Voices a novembre; si rischia scommettendo su voci contemporanee come quella della sudcoreana Unsuk Chin (Subito con forza) o della polacca Hanna Kulenty.

Al fianco dei giganti

Ed è proprio nei "debuttanti" – o meglio, in quei volti nuovi che affiancheranno i giganti come Argerich, Sokolov o Dutoit – che si legge l'intenzione di guardare avanti. La bacchetta precisissima di Elim Chan, l'energia iconoclasta dei fratelli Jussen al pianoforte , persino l'apertura "pop" (ma di altissimo artigianato) alle musiche di Joe Hisaishi per lo Studio Ghibli a chiusura di stagione: sono tutti segnali di un'istituzione che cerca di mappare un pubblico nuovo, di scardinare la liturgia della sala da concerto senza svilirne il rigore.

Non mancano, certo, le certezze: i ritorni di Kirill Petrenko, i progetti mahleriani di Harding, la solidità del repertorio affidata a bacchette amiche come Valčuha, Hrůša o Sokhiev. Anche la ricca attività in tournée conferma la vocazione internazionale dell'Orchestra.

Ma, grattando la superficie del cartellone, la stagione 2026/2027 di Santa Cecilia si presenta meno come una comoda promenade e più come un interrogativo: cosa ce ne facciamo, oggi, di questa gigantesca eredità? L'Accademia risponde suggerendo che l'unico modo per onorare i maestri non è venerarli in silenzio, ma "rischiare la gioia" di affiancarli al disordine vitale del nostro tempo. Una scommessa non scontata, che merita di essere ascoltata

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16 marzo 2026, 13:50