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“Rotta”, nel Mediterraneo le vite di chi diventa “Nessuno”

A Firenze, in Palazzo Vecchio fino al 29 marzo, l’installazione di Giuseppe Lo Schiavo, a cura di Serena Tabacchi. Nella Sala d’Arme il Mediterraneo entra come luogo di memoria e di domanda etica: mare di civiltà e di scambi, ma anche spazio dove continuano a scomparire persone senza nome

Maria Milvia Morciano - Firenze

"Una pace disarmata e disarmante". Le parole con cui Papa Leone XIV si affacciò dalla loggia delle Benedizioni, subito dopo la sua elezione, tornano alla mente entrando nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze. In questo ambiente, nato per custodire armi, prende forma una riflessione, tutt'altro che bellica, sul Mediterraneo contemporaneo e sulle vite che lo attraversano. Fino al 29 marzo questo spazio ospita "Rotta", installazione di Giuseppe Lo Schiavo, curata da Serena Tabacchi e promossa dai Musei Civici Fiorentini con la collaborazione della Fondazione MUS.E.

L'installazione "Rotta" nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio
L'installazione "Rotta" nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio

Le alte volte a crociera e i pilastri della sala conservano ancora la severità della funzione originaria. Non è un dettaglio secondario: proprio la memoria di questo luogo ha orientato la scelta dell’artista. "Quando ho visto la sala ho pensato che fosse necessario aprirla. Era uno spazio nato per custodire le armi, quindi per chiudersi e proteggersi. Le armi non ci sono più, oggi possiamo aprirlo alla città". In questo scarto tra funzione storica e uso attuale si colloca l’intervento di Lo Schiavo: un ambiente costruito per la difesa diventa il luogo in cui interrogare la vulnerabilità della vita umana.

Ascolta l'intervista con Giuseppe Lo Schiavo


Il mare

Al centro dell’opera c’è il mare. Il Mediterraneo attraversa tutto il video: la sua superficie luminosa, il movimento lento dell’acqua, l’orizzonte aperto. Su questo mare scorrono le immagini di una barca che avanza lentamente. L’artista è vestito di nero, con fiori appuntati sul corpo. Accanto, altre imbarcazioni accompagnano il viaggio con la musica della banda di Pizzo Calabro: requiem e altri brani composti con Marco Guazzone. Compare anche Se perdo te, la canzone resa celebre da Patty Pravo negli anni Sessanta, qui interpretata da una soprano che ne trasfigura il registro originario e la conduce in una dimensione quasi elegiaca. L’azione è stata registrata con sette camere e trentadue microfoni. La distesa azzurra domina la scena con la sua ambivalenza: superficie luminosa e insieme spazio dove si consumano molte delle tragedie del nostro tempo.  Secondo il Missing Migrants Project dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dal 1° gennaio al 10 febbraio 2026 nel Mediterraneo si registrano già 524 morti e dispersi. Un conteggio inevitabilmente parziale: il mare conserva ciò che nessuna statistica riesce a riportare alla luce.

La banda di Pizzo Calabro.
La banda di Pizzo Calabro.

Senza nome

Molti di coloro che attraversano questo mare non arriveranno mai a riva. Alcuni diventano solo numeri, altri non vengono neanche contati. Le statistiche registrano solo una parte delle vittime: molti dispersi non entrano in alcun conteggio. In questo vuoto di identità torna inevitabilmente alla mente un episodio dell'epopea omerica. Quando Ulisse, di fronte al ciclope Polifemo, dice di chiamarsi 'Nessuno', sceglie un nome che lo protegge e lo salva. Nel Mediterraneo di oggi accade il contrario: molti naufraghi diventano davvero nessuno, perché il mare non restituisce il loro nome.

Giuseppe Lo Schiavo e la curatrice Serena Tabacchi.
Giuseppe Lo Schiavo e la curatrice Serena Tabacchi.

Una processione nel mare

Lo Schiavo racconta di aver vissuto la performance come una sorta di processione funeraria. "Sono cresciuto nel Sud Italia, dove le processioni della Settimana santa e i requiem accompagnano il ricordo dei defunti. Questa azione per me è stata una processione nel mare, un passaggio tra vita e morte". Durante l'azione scenica accade qualcosa di inatteso. "Quando ho compiuto il gesto finale, dieci secondi dopo sono arrivati i delfini. Non me lo aspettavo. Ho avuto la sensazione di una risposta del mare".

I delfini in bronzo dell'installazione.
I delfini in bronzo dell'installazione.

 

Quelle apparizioni sono diventate parte dell’installazione: nella Sala d’Arme tre delfini in bronzo a grandezza naturale sono disposti in cerchio. La superficie del metallo è talvolta corrugata: affiorano le costole, una ferita attraversa la gola. Gli animali girano in un cerchio chiuso, come trattenuti in un movimento che non trova sbocco verso il largo, quasi un gorgo simbolico in cui affiora anche la sofferenza del mare e delle sue creature.

 

Un delfino di "Rotta", l'installazione artistica di Giuseppe Lo Schiavo.
Un delfino di "Rotta", l'installazione artistica di Giuseppe Lo Schiavo.

Il gesto

Il momento più radicale della performance è il gesto con cui l’artista lascia cadere in mare una scultura. Si tratta di una testa di Apollo, il dio di quell’oracolo che risponde in modo talvolta oscuro ma sempre con verità. Il gesto assume allora il carattere di una domanda rivolta al nostro tempo. È un dono in nome dei dispersi, ma anche qualcosa di più: "Volevo creare un cortocircuito sul valore dell’arte. Che senso ha attribuire un valore assoluto a un oggetto se perdiamo la capacità di interrogarci su ciò che accade agli esseri umani?". L’atto espone l’opera a un’altra prova: quella della coscienza.

Il gesto simbolico dell'artista che getta in mare una testa di statua antica.
Il gesto simbolico dell'artista che getta in mare una testa di statua antica.


Rotte del Mediterraneo

Il titolo della mostra parla di rotte. Ma molte delle imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo non ne seguono una precisa. A volte vengono ritrovate alla deriva con il pilota automatico inserito, vuote. Giuseppe Lo Schiavo, artista nato in Calabria e cresciuto guardando questo mare, racconta che il progetto nasce anche dai racconti del fratello, impegnato nella guardia costiera. Dentro la Sala d’Arme questo mare entra con la sua duplice natura: spazio di civiltà e di scambi, ma anche luogo dove si accumulano storie senza nome. L’arte non risolve questa tragedia: può però renderla visibile e restituire dignità a chi, troppo spesso, resta soltanto un’assenza.

Backstage di “Rotta”. Foto di Marco Guazzone
Backstage di “Rotta”. Foto di Marco Guazzone

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05 marzo 2026, 09:34