Le foto di Doisneau a Roma, la poesia della vita quotidiana
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
Spesso, la grande fotografia non cerca lo straordinario. Si limita a sostare davanti alla vita che scorre per cogliere un gesto, uno sguardo, un attimo che passa. È in questa zona discreta dell’esistenza che si muove lo sguardo unico di Robert Doisneau, maestro della fotografia umanista del Novecento, al quale è dedicata la grande mostra inaugurata il 5 marzo al Museo del Genio di Roma.
I duecento anni della fotografia e il dialogo Roma-Parigi
L’esposizione, aperta fino al 19 luglio 2026, riunisce oltre 140 fotografie che ripercorrono l’intera carriera del fotografo francese, dagli anni Trenta alle opere più mature. Curata dall’Atelier Robert Doisneau e da Gabriele Accornero, è prodotta e organizzata da Arthemisia in partnership con la Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale e Poema, con il patrocinio dell’Ambasciata di Francia in Italia, della Regione Lazio e del Comune di Roma. Il progetto nasce dalla collaborazione con il Ministero della Difesa, l’Esercito Italiano e Difesa Servizi, nell’ambito del percorso di valorizzazione dei musei militari aperti al grande pubblico attraverso iniziative culturali.
L’iniziativa si inserisce anche in due ricorrenze significative: i duecento anni dalla nascita della fotografia – che risalgono al 1826, quando Joseph Nicéphore Niépce realizzò la prima immagine fotografica – e il settantesimo anniversario del gemellaggio tra Roma e Parigi, sancito nel 1956 come segno di amicizia tra le due capitali europee.
Nato nel 1912 a Gentilly, sobborgo parigino, Doisneau è stato uno dei principali esponenti della cosiddetta fotografia umanista francese. Dopo gli studi di litografia e una prima esperienza come fotografo industriale nelle officine Renault, attraversò la stagione della guerra partecipando alla Resistenza. Dal dopoguerra iniziò la sua lunga attività di fotografo indipendente, raccontando per decenni la vita quotidiana della "Ville Lumière".
Lo sguardo umanista sulla capitale francese
Il suo territorio privilegiato era la strada. Operai in pausa, bambini che giocano, concierge affacciate alle finestre, innamorati seduti ai tavolini dei bistrot: piccoli frammenti di vita che il fotografo trasformava in immagini senza tempo. Non cercava il sensazionale. Preferiva la poesia dei gesti minimi e delle relazioni umane. Il bianco e nero era per lui una scelta espressiva precisa: eliminare il superfluo per arrivare all’essenziale.
Per lavorare con discrezione utilizzava spesso macchine fotografiche leggere e poco appariscenti. Come la Rolleiflex che permetteva di inquadrare e poi scattare, guardando in macchina dall'alto, quasi senza essere notati. Riusciva così a cogliere scene spontanee, evitando qualsiasi forma di monumentalizzazione o artificio.
La mostra romana restituisce questa dimensione. Accanto alle celebri scene di strada compaiono anche ritratti di artisti e intellettuali del Novecento: Pablo Picasso, Alberto Giacometti, Jean Cocteau, Fernand Léger. Anche davanti a queste figure così celebri Doisneau mantiene lo stesso sguardo discreto, cerca il gesto quotidiano più che la celebrazione.
Il bacio davanti all’Hôtel de Ville
Tra le immagini più note esposte c’è naturalmente Le Baiser de l’Hôtel de Ville (1950), il celebre bacio davanti al municipio di Parigi realizzato durante un servizio per la rivista Life. Con il tempo quella fotografia è diventata una delle immagini più riconoscibili del Novecento, simbolo della città e di una stagione di rinascita dopo la guerra.
Doisneau amava definirsi un “pescatore di immagini”. Non inseguiva la realtà: la aspettava. «Quello che cercavo di mostrare – diceva – era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili». In questa frase si condensa la sua poetica: la fotografia come prova che una forma di umanità più semplice e più attenta agli altri può esistere.
Oggi, in un tempo dominato dalla fretta e da un’overdose di immagini inutili, questo sguardo appare sorprendentemente attuale. Le fotografie di Doisneau invitano a rallentare, a osservare la vita quotidiana con attenzione, a riconoscere nei gesti più piccoli una forma di bellezza condivisa.
La retrospettiva romana restituisce così la profondità di un autore che ha trasformato la fotografia in una custodia della memoria. Non per fermare il tempo, ma per ricordarci che l’umano vive spesso proprio nei momenti più discreti.
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