Juergen Habermas incontra i giornalisti nell'auditorium della Scuola filosofica di Atene nell'agosto 2013 (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP) Juergen Habermas incontra i giornalisti nell'auditorium della Scuola filosofica di Atene nell'agosto 2013 (Photo by LOUISA GOULIAMAKI / AFP)

Addio a Habermas, filosofo del dialogo con Ratzinger tra fede e ragione

È morto a 96 anni il filosofo tedesco Jürgen Habermas, tra i più influenti pensatori europei del Novecento. Teorico dell’agire comunicativo e della democrazia deliberativa, ha riflettuto sul ruolo del linguaggio e della razionalità nella vita pubblica. Celebre il dialogo con l'allora cardinale Joseph Ratzinger sul rapporto tra religione e modernità

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

In un’epoca segnata da conflitti, fratture culturali e crisi delle democrazie, Jürgen Habermas - morto il 14 marzo 2026 a Starnberg, vicino Monaco di Baviera, all’età di 96 anni - ha dedicato tutta la sua opera a difendere una convinzione semplice e radicale: la convivenza umana può reggersi soltanto sul dialogo. Filosofo del linguaggio e della democrazia deliberativa, ha segnato il pensiero europeo per oltre mezzo secolo. Negli ultimi anni il suo percorso si è incrociato con quello del teologo Joseph Ratzinger, in uno dei confronti più significativi sul rapporto tra fede e ragione nella società contemporanea.

Nato a Düsseldorf nel 1929, Habermas è stato uno dei maggiori filosofi, sociologi e politologi del Novecento, allievo di Adorno e Horkheimer, esponente della Scuola di Francoforte e autore della celebre teoria dell’“agire comunicativo”, che ha influenzato per decenni il dibattito filosofico, politico e giuridico europeo.

Il linguaggio come riscatto e fondamento della razionalità

Fin da giovane Habermas si interessò al linguaggio. Non solo per vocazione intellettuale: una palatoschisi, di cui soffrì da ragazzo, gli rendeva difficile parlare. Il linguaggio divenne così anche uno strumento di riscatto personale e di affermazione della dignità della comunicazione tra gli esseri umani.

Dopo gli studi a Bonn, Göttingen e Zurigo, si laureò nel 1954 con una tesi su Schelling e iniziò a collaborare con la Scuola di Francoforte, lavorando come assistente di Adorno. Professore a Heidelberg e poi a Francoforte, quindi direttore di un Max-Planck-Institut a Starnberg, fu una delle figure centrali della filosofia tedesca tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento. Appartenente alla seconda generazione della Scuola di Francoforte, ne rinnovò l’impostazione marxiana trasformandola in una teoria della razionalità e della comunicazione orientata alla democrazia deliberativa.

La teoria dell’agire comunicativo e l’etica del discorso

La sua opera più nota, Teoria dell’agire comunicativo, propone l’idea che la razionalità non nasca dall’imposizione o dal potere, ma dal dialogo tra interlocutori liberi e uguali. Da qui deriva la sua “etica del discorso”: una norma è giusta se può essere accettata da tutti coloro che ne sono coinvolti attraverso un confronto libero da costrizioni. Il fondamento della convivenza civile non sarebbe dunque la tradizione o la rivelazione, ma il consenso razionalmente argomentato.

Questo progetto rappresenta uno dei tentativi più ambiziosi della filosofia contemporanea di dare alla modernità un fondamento normativo dopo la crisi delle metafisiche tradizionali. Tuttavia proprio qui emergono forse alcuni limiti del suo pensiero. La fiducia nella procedura razionale del dialogo appare oggi più fragile davanti alle tensioni del XXI secolo: guerre, ritorno dei nazionalismi, fratture culturali e religiose, ma anche le sfide poste dalle biotecnologie e dall’intelligenza artificiale. La razionalità comunicativa sembra capace di regolare i conflitti, ma non sempre di generare da sola le motivazioni morali profonde di cui le società hanno bisogno.

Anche la sua figura pubblica non è stata priva di controversie. In alcune occasioni Habermas sostenne interventi militari occidentali giustificati in nome dei diritti umani, come i bombardamenti NATO sulla Serbia nel 1999 o alcuni interventi militari occidentali successivi all’11 settembre, suscitando critiche in chi vedeva in tali posizioni una tensione con il suo ideale di dialogo razionale.

Un'immagine del cardinale Joseph Ratzinger
Un'immagine del cardinale Joseph Ratzinger

Il dialogo con Ratzinger su fede, ragione e secolarizzazione

Pur provenendo da una formazione laica e non credente, negli ultimi decenni Habermas ha dedicato grande attenzione al rapporto tra fede e ragione. Emblematico è il dialogo con Joseph Ratzinger. Il 19 gennaio 2004 il cardinale — allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e futuro Papa Benedetto XVI — lo incontrò alla Katholische Akademie in Bayern per un dibattito pubblico poi raccolto nel volume Dialettica della secolarizzazione. Su ragione e religione.

Al centro del confronto vi era una domanda decisiva: la democrazia moderna può prescindere completamente dalla religione o ha bisogno delle sue risorse morali? Habermas e Ratzinger convergevano su un punto: la fede non è soltanto un residuo privato, ma può generare motivazioni etiche e senso del limite. Divergevano invece nelle premesse. Il filosofo partiva dallo Stato costituzionale democratico e dal principio della giustificazione razionale delle norme; il teologo dalla rivelazione cristiana, nella quale la ragione è vista come luce divina e la fede come sua guida.

Dal dialogo emergevano alcuni punti comuni. Entrambi rifiutavano il relativismo morale assoluto così come il fondamentalismo religioso. Sottolineavano inoltre la necessità di una “reciproca purificazione”: la fede deve accettare la critica razionale per evitare derive ideologiche, mentre la ragione deve riconoscere che non tutto è riducibile alla tecnica o alla logica strumentale. La religione può quindi avere un ruolo pubblico, purché sappia tradurre i propri contenuti in un linguaggio comprensibile a tutti i cittadini.

Da questa prospettiva nasce l’idea di una società “post-secolare”: una realtà che non ritorna a un’Europa confessionale, ma riconosce che la religione continua a offrire simboli, narrazioni e motivazioni morali che la sola razionalità secolare fatica a produrre.

Un’eredità per il futuro dell’Europa

Le riflessioni dei due pensatori riguardavano soprattutto il futuro dell’Europa. Habermas e Ratzinger concordavano nel difendere la democrazia liberale, ma criticavano la sua possibile deriva tecnocratica e la riduzione della società a mercato di interessi. In questo quadro la fede, senza pretendere privilegi politici, può contribuire a restituire spessore etico alla vita pubblica, ricordando il valore della persona, dei diritti fondamentali e della giustizia sociale.

Alla luce delle crisi attuali delle democrazie, della crescita dei populismi e delle tensioni culturali, il loro dialogo appare oggi ancora sorprendentemente attuale. La “post-secolarità” immaginata da Habermas e Ratzinger invita infatti a una cultura politica più matura: capace di distinguere tra laicità e nichilismo, tra identità aperta e chiusura ideologica, tra fede che dialoga e religione che pretende il potere.

La morte di Habermas segna così la fine di una grande stagione del pensiero europeo. Ma il confronto che egli avviò con Ratzinger resta un punto di riferimento per chi continua a pensare l’Europa non solo come un mercato o un’istituzione amministrativa, ma come un progetto culturale e morale fondato sul dialogo tra ragione, pluralismo e responsabilità storica.

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15 marzo 2026, 15:00