Medio Oriente, l'attacco israeliano a South Pars apre una nuova fase del conflitto
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Mercoledì il conflitto in Medio Oriente è entrato in una nuova fase. Prima l’attacco israeliano al grande giacimento di gas iraniano South Pars, poi la risposta di Teheran con attacchi agli impianti di gas del Qatar hanno aperto gravi conseguenze non solo sul piano energetico e finanziario, ma anche su quello strategico.
Le conseguenze economiche del conflitto
«La questione cruciale di questa prima fase del conflitto era proprio capire se i bombardamenti fossero mirati solo alle infrastrutture politiche oppure anche alla capacità di produzione energetica dell’Iran», commenta Giorgio Arfaras, direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi dal 2009 al 2020, autore di Breve storia dell’economia (Salani Editore, 2025). «Se, ad esempio, si blocca lo Stretto di Hormuz, ma si lasciano intatti gli impianti, una volta riaperto lo Stretto l’offerta può riprendere rapidamente. Se invece si colpiscono i pozzi di petrolio, la ricostruzione richiede tempo. Finché si colpiva soprattutto l’infrastruttura politica e non la produzione, si poteva immaginare uno scenario relativamente meno negativo: il blocco di Hormuz riduce l’offerta di petrolio e gas, la domanda resta relativamente rigida, ciò porta a un aumento dei prezzi che, però, può essere attenuato dall’uso delle riserve strategiche». Oggi come prima, comunque, «il punto decisivo resta il tempo. Se il conflitto dura poco, le riserve possono compensare lo shock e la situazione rientra rapidamente. Se invece si prolunga e i punti di produzione vengono colpiti, le riserve si esauriscono e i prezzi aumentano in modo significativo. Le variabili fondamentali per comprendere gli effetti economici della guerra diventano quindi due: la durata del conflitto e se gli snodi energetici principali verranno colpiti oppure no».
Le altre filiere
In questo ragionamento non rientrano solamente il gas e il petrolio, ma anche intere filiere industriali cruciali che passano per il Medio Oriente e per Hormuz. «Anzitutto, quella alimentare — osserva Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity —. A essere colpita è la produzione di fertilizzanti, che in termini di volumi pesano persino più degli idrocarburi. I fertilizzanti sono la principale materia prima che transita da Hormuz: zolfo, urea, ammoniaca, fosfati. Questo potrebbe tradursi in forti aumenti dei prezzi, che colpiranno soprattutto le economie emergenti, molto più esposte all’andamento dei prezzi alimentari rispetto a quelle sviluppate». Le aree più vulnerabili, prosegue Torlizzi, «sono il Sud-Est asiatico e il nord Africa. Paesi come Bangladesh, Sri Lanka, Thailandia, India e Pakistan stanno cercando accordi con l’Iran per ottenere deroghe che consentano il passaggio di petroliere attraverso Hormuz. Le Nazioni Unite hanno lanciato un allarme secondo cui circa 45 milioni di persone potrebbero soffrire di fame acuta entro giugno. Non è eccessivo: il rischio di tensioni sull’offerta legate alla carenza di fertilizzanti è molto concreto».
La reazione della Bce
E, oltre a essere concreto, nell’epoca della globalizzazione tutt’altro che finita bensì in fase di ridefinizione, il rischio è anche contagioso. Giovedì la Banca centrale europea, sorvegliato speciale a causa del rischio di alti riverberi inflazionistici, ha deciso di lasciare invariati i tassi d’interesse. «La linea più ragionevole mi sembra quella della prudenza – riprende Arfaras –: un abbassamento dei tassi era da escludere, in un contesto in cui ci si aspetta un aumento dell’inflazione. Allo stesso tempo, era improbabile anche un rialzo. La ragione è legata, di nuovo, alla durata del conflitto. Se la guerra si risolvesse rapidamente, un aumento dei tassi si rivelerebbe una misura eccessiva e non necessaria. E viceversa. Perciò, pur essendoci pressioni politiche per alzare o abbassare i tassi, è necessario che una banca centrale mantenga la propria autonomia e valuti i dati con cautela». Anche perché, aggiunge Torlizzi, «il rischio oggi è non una sottovalutazione, bensì un eccesso di reazione da parte delle banche centrali. Proprio per i motivi che dicevamo prima, Hormuz, sulla carta, potrebbe avere un impatto persino maggiore rispetto al Covid o alla crisi energetica del 2022, soprattutto sulle filiere globali. Anche quando il conflitto terminerà, gli effetti continueranno: la ripresa della produzione nel Golfo richiederà tempo, così come il ritorno alla normalità nelle catene logistiche. Di conseguenza, la pressione sui prezzi potrebbe durare mesi, se non anni, in un contesto di supply chain ancora congestionate. Il rischio è che la Bce reagisca in modo restrittivo, alzando rapidamente i tassi, mettendo ulteriormente sotto pressione l’economia europea. Questo apre un problema più ampio: le banche centrali dispongono davvero degli strumenti adeguati? Un solo tasso di interesse è sufficiente per gestire shock così complessi?».
Quali lezioni trarre dal conflitto in corso
Da questa crisi possiamo dunque trarre almeno due insegnamenti. Il primo, osserva Gianclaudio Torlizzi, è «che energia e materie prime non sono scontate. Servono strategie nazionali capaci di creare “cuscinetti” per affrontare fasi di instabilità. Oggi parliamo di gas e petrolio, domani di rame, dopodomani di altri minerali critici. Il mondo non è più il “villaggio globale” di McLuhan: è un sistema molto più frammentato e instabile». E in questo caos, il secondo insegnamento è però che, conclude Giorgio Arfaras, «s’iniziano a intravedere reazioni politiche che potrebbero trasformarsi in cambiamenti economici. Un esempio interessante è il ragionamento del primo ministro canadese Mark Carney. Se si considera l’economia europea insieme a quella britannica e si aggiungono Paesi come Norvegia e Svizzera, si ottiene un blocco comparabile agli Stati Uniti. Se poi si includono anche Canada, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud, emerge un’area economica potenzialmente autonoma rispetto agli Usa. Si tratta per ora di una visione ancora “contabile”, ma potrebbe avere sviluppi politici concreti. Sono movimenti ancora embrionali, ma indicano che qualcosa sta cambiando nell’ordine economico globale».
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