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Distribuzione aiuti da parte dei volontari Avsi in Libano Distribuzione aiuti da parte dei volontari Avsi in Libano

Libano, Avsi in soccorso degli oltre 60 mila profughi

I bombardamenti israeliani sull'area meridionale del Paese mediorientale stanno spingendo decine di migliaia di persone a cercare un riparo lontano dalla linea del fronte. La Fondazione, presente nel Paese da oltre 30 anni, ha mobilitato tutte le risorse per fornire beni di prima necessità e assistenza psico-sociale

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

«Da domenica i bombardamenti israeliani sono incessanti», e anche nelle ultime notti i colpi sono stati durissimi. Secondo dati del ministero della Salute i morti sarebbero oltre 120 e i feriti quasi 700. «Noi ci troviamo a circa 5 chilometri dai quartieri meridionali di Beirut, quelli maggiormente presi di mira dal fuoco dell’Idf perché considerati le roccaforti di Hezbollah: i boati li avvertiamo molto vicini». Lorenzo Bianco, responsabile programmi della Fondazione Avsi in Libano, risponde al telefono dalla capitale al termine di una intensa riunione di coordinamento per la distribuzione degli aiuti. «Mercoledì - spiega - abbiamo iniziato le prime consegne di beni di prima necessità: cibo, acqua, kit igienico-sanitari, materassi. Al momento le persone hanno bisogno di questo, oltre che di un tetto sulla testa». 

Libano, Avsi in azione
Libano, Avsi in azione   (@AVSI)

In 60mila bisognosi di tutto

Si cerca di far fronte all’imponente flusso di persone che scappano da sud con la speranza di trovare un briciolo di sicurezza. I villaggi della zona sono ormai praticamente deserti. «I dati ufficiali del governo dicono che gli sfollati ospitati nelle circa 500 scuole-rifugio messe a disposizione dallo Stato sono almeno 60.000  ad oggi (Israele parla di 300.000 unità, n.d.r.), ma i numeri possono essere molto più alti, perché in questa fase non tengono conto di chi dorme in macchina, di chi è ospitato a casa di parenti e amici, di chi sta affittando un’abitazione», o di quanti ancora si trovano per la strada. Gli edifici nelle zone cosiddette “sicure” si trovano non solo a Beirut, ma anche nella regione circostante, il governatorato di Mount Lebanon, a Sidone, e nelle aree settentrionali lungo la costa. «Siamo riusciti a fare consegne prima in 11 centri, poi in altri 5», dice Bianco. Le fughe più massicce avvengono dalle zone dove si trova il fiume Litani e dove più pesanti sono i raid dell’Idf, che anche dal novembre 2024 — ovvero da quando è stata siglata la tregua tra Israele ed Hezbollah — di fatto non sono mai smessi completamente. Così come le “provocazioni” e gli attacchi della milizia islamista filo-iraniana, che nonostante quanto previsto dall’accordo e le costanti richieste del presidente, Joseph Aoun, e del premier, Nawaf Salam, non ha disarmato entro la data prevista di fine dicembre 2025, e non sembra disposta a farlo. In un gioco di interessi e ideologie contrapposte che al desiderio di pace della popolazione privilegia gli scopi del potere e le armi, come ha  denunciato due giorni fa in un’intervista ad «Avvenire» il vescovo César Essayan, vicario apostolico di Beirut.

Molti cercano di tornare in Siria

Per Bianco non è possibile, in questa fase, avere una fotografia precisa di chi arriva. Moltissimi sono di nazionalità libanese e prevalentemente di religione musulmana sciita, «ma ci sono anche tanti cristiani — sottolinea — che vivono nelle comunità esistenti nelle zone meridionali di confine. Villaggi cristiani e villaggi sciiti sono divisi, ma stanno fianco a fianco nelle stesse aree». Poi in Libano «ci sono storicamente anche i rifugiati palestinesi, e da oltre 10 anni quelli siriani, che sono ancora più di 1 milione e di cui non possiamo dimenticarci. Loro sopportano il peso di una doppia vulnerabilità: sono scappati da Damasco a seguito della guerra iniziata nel 2011, si sono ambientati qui trovando anche impiego soprattutto nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia, e ora — sotto le bombe — sono costretti a fuggire di nuovo. Senza considerare che è davvero complicato farli accettare nei centri messi a disposizione dal governo. Così molti di loro — alcuni già lo hanno fatto alla caduta di Bashar Al-Assad — presi dalla disperazione si stanno dirigendo di nuovo al confine per provare a rientrare in Siria». Il compito delle organizzazioni come Avsi «è di servire tutti, senza alcuna distinzione, cercando ove possibile di costruire ponti. E spesso ci siamo riusciti. Oggi è  drammatico constatare che se per metterli in piedi magari ci vogliono 20 anni, per distruggerli basta un giorno», aggiunge con rammarico.  

Libano, l'azione dell'Avsi
Libano, l'azione dell'Avsi   (@AVSI)

Fondamentale il sostegno psico-sociale

L’Ong italiana è presente nel Paese da più di una trentina d’anni, con sedi sia a Beirut che a Jounieh nel nord, ma anche in località del sud. Qui lavora nella zona di Marjayoun, dove nel 2023 è stato inaugurato il centro educativo polifunzionale Fadaii, «ma per ora per motivi di sicurezza abbiamo dovuto sospendere le attività consuete, in particolare quelle per i bambini e le famiglie». Nella guerra del settembre-ottobre 2024, che vide anche l’invasione di terra da parte dell’Idf, la struttura è stata utilizzata come hub per le distribuzioni umanitarie, «il timore è ora che si possa ripetere la stessa situazione». Di fatto tutte le attività sono già state riconvertite nell’assistenza immediata ai più bisognosi e vulnerabili. Nelle crisi «le prime 72 ore sono cruciali, a maggior ragione nella stagione attuale — fa ancora freddo e quindi c’è grande esigenza anche di forniture per l’inverno, come vestiti e coperte —, ma poi, superata questa fase, rimangono i traumi che le persone hanno subito e che, quindi, vanno affrontati. Noi siamo pronti a mettere in campo da dubito attività di supporto psico-sociale, dobbiamo solo attendere il via libera del governo per poter entrare negli shelter». 

Sostenere la speranza di riconciliazione

Tre mesi fa proprio dal Libano, dov’era in visita, Papa Leone nell’omelia al Beirut Waterfront ha parlato di riconciliazione e incontro, invitando il Paese a rialzarsi, divenendo «profezia di pace» e «casa di giustizia e fraternità». Quelle frasi «sono ancora fonte di ispirazione, valgono soprattutto come incoraggiamento e spinta per andare avanti in questo momento difficile. L’arrivo del Pontefice ha portato molta speranza qui. La riconciliazione è esattamente ciò di cui questo luogo ha bisogno per ricostruire l’armonia fra le varie entità e appianare il settarismo che dilania il Paese dalla guerra civile» del 1975-1990. «Noi siamo chiamati a fare il nostro, nella quotidianità, nel piccolo, e anche per questo abbiamo deciso di chiedere un gesto di responsabilità a tutti, aprendo una campagna di raccolta fondi sul sito della fondazione. Perché ciascuno possa sentirsi chiamato in causa e magari mosso a fare la propria parte». La speranza è nel cuore e negli occhi delle persone, ma ha bisogno di gesti concreti per farsi realtà e vita.

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06 marzo 2026, 11:46