Un giovane tra le macerie in seguito a un raid aereo israeliano nel villaggio di Younine, nella valle della Bekaa Un giovane tra le macerie in seguito a un raid aereo israeliano nel villaggio di Younine, nella valle della Bekaa  (AFP or licensors)

Libano, la valle della Bekaa sull'orlo del collasso

Oggi l'area è stata bersagliata da raid aerei israeliani, nei quali sono state uccise almeno due persone. L'impegno della chiesa locale nel racconto di don Elie Gemayel: "Il bisogno più urgente è semplice, poter vivere con dignità. Per molte famiglie significa riuscire a comprare cibo, pagare i medicinali o garantire l’istruzione ai figli"

Guglielmo Gallone - Città del Vaticano

Oggi raid aerei israeliani hanno ucciso almeno due persone nella valle della Bekaa, nel nord-est del Libano. L’attacco si è verificato in una delle regioni più complesse del Paese. La valle della Bekaa si estende tra il monte Libano e l’Anti-Libano, lungo il confine con la Siria, e rappresenta il principale corridoio naturale tra Beirut e Damasco. Area agricola per eccellenza, negli ultimi anni ha visto crescere la propria popolazione anche per la presenza di numerosi rifugiati siriani.

Tra povertà, disoccupazione e insicurezza

È qui, nella parte settentrionale della valle, a Deir el-Ahmar, che don Elie Gemayel svolge il suo ministero pastorale nella diocesi maronita di Baalbek–Deir el-Ahmar, seguendo diverse parrocchie della zona. «La situazione a Deir el-Ahmar resta molto difficile. Viviamo una crisi economica davvero profonda che colpisce tutte le famiglie. Il costo della vita continua ad aumentare, mentre i salari hanno perso gran parte del loro valore». A questa condizione si aggiunge «l’instabilità legata alla situazione di sicurezza nella regione, legata anche al fatto che la valle della Bekaa ha storicamente accolto un numero molto elevato di rifugiati siriani». La convivenza non è sempre facile, prosegue il sacerdote, «perché le risorse sono limitate e le due comunità vivono spesso in condizioni precarie. Nonostante tutto, le persone continuano a vivere con coraggio, cercando di preservare la dignità delle proprie famiglie e la speranza per il futuro». Ecco dunque che le difficoltà si accumulano: «La crescente povertà, la mancanza di lavoro, l’accesso alle cure mediche e talvolta persino ai beni di prima necessità. Il bisogno più urgente è spesso molto semplice: poter vivere con dignità. Per molte famiglie significa riuscire a comprare cibo, pagare i medicinali o garantire l’istruzione ai figli».

Ascoltare, accompagnare, sostenere

Nonostante tutto, però, riprende don Elie, «le persone continuano a vivere con coraggio, cercando di preservare la dignità delle proprie famiglie e la speranza per il futuro». Ed è in questo contesto che il ruolo della Chiesa resta centrale, non solo sul piano religioso ma anche sociale. «Cerchiamo di essere vicini alle persone in tutti gli aspetti della loro vita. Aiutiamo le famiglie con cibo, medicinali e talvolta con un sostegno finanziario d’emergenza. Accompagniamo i bambini e i giovani attraverso l’educazione e le attività parrocchiali». Ma soprattutto, aggiunge, «offriamo una presenza umana e spirituale: ascoltare, accompagnare e sostenere, ricordando alle persone che non sono sole».

Un mosaico religioso

Questo è un aspetto importante perché la Bekaa resta uno dei mosaici religiosi più complessi del Libano: alla maggioranza sciita dell’area di Baalbek-Hermel si affiancano comunità sunnite e cristiane, in particolare melchite e maronite, oltre a minoranze armene. In questo equilibrio, la Chiesa continua a rappresentare un punto di riferimento riconosciuto anche oltre i confini confessionali. «I rapporti tra le diverse comunità restano generalmente buoni. Molte persone, anche non cristiane, si rivolgono alla Chiesa perché sanno che troveranno ascolto e aiuto senza discriminazioni. Nei momenti difficili, la solidarietà supera spesso le appartenenze religiose». Accanto alle difficoltà materiali, resta centrale anche la dimensione spirituale. Don Elie ci racconta che la sua parrocchia è comunque impegnata in un ritiro spirituale dedicato a San Giuseppe: «In un contesto così difficile, la preghiera diventa ancora più essenziale. Il ritiro spirituale è un momento per ritrovarsi, per affidare a Dio le nostre paure e le nostre sofferenze. E in questo proprio la figura di San Giuseppe ci ricorda l’importanza di restare fedeli, di custodire la speranza».

Il sogno dei giovani

Un messaggio da custodire soprattutto per giovani. «Molti ragazzi libanesi vivono una grande lotta interiore. Amano profondamente il loro Paese, la loro famiglia e la loro cultura, ma vedono poche opportunità e nessuna prospettiva chiara. Così, oggi molti di loro non riescono nemmeno a sposarsi prima dei 35 o 40 anni. Per questo, alcuni iniziano a pensare di lasciare il Libano, alla ricerca di lavoro e stabilità. Il nostro ruolo, indipendentemente da tutto, è accompagnarli e incoraggiarli, dare loro speranza, aiutarli a credere che il domani possa ancora essere migliore».

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

18 marzo 2026, 12:25