Iran, crescono i timori di un nuovo grande shock energetico
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Il più grande shock energetico dagli anni Settanta: così il quotidiano statunitense «The Wall Street Journal» ha descritto le ripercussioni economiche della guerra tra Iran, Usa e Israele.
Da Hormuz al mondo
Il punto è che questa crisi ha reso più costose — e più incerte — le due risorse che continuano a muovere buona parte dell’economia mondiale. La scorsa settimana il Brent è balzato di quasi il 30 per cento dopo lo scoppio della guerra, mentre i prezzi del gas europeo hanno chiuso la settimana con un aumento di circa due terzi. Gli aumenti sono alimentati dai timori di una prolungata interruzione delle spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz, arteria fondamentale per il traffico energetico mondiale. Da questo braccio di mare lungo 60 chilometri e largo 30 passa circa un quinto del petrolio mondiale e circa il 20 per cento del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, grazie soprattutto al Qatar. I Paesi del Golfo sono inoltre tra i maggiori produttori globali di fertilizzanti azotati come ammoniaca e urea, essenziali per l’agricoltura, e ospitano grandi complessi industriali per la produzione di metalli ad alta intensità energetica, come l’alluminio. Se questa crisi dovesse persistere, i prezzi più alti alimenterebbero inflazione, ridurrebbero il potere d’acquisto delle famiglie e danneggerebbero la crescita del pil in tutto il mondo. Le banche centrali potrebbero essere costrette a mantenere i tassi di interesse invariati più a lungo o addirittura a inasprire la politica monetaria, mentre i governi affronteranno maggiori pressioni fiscali.
Le preoccupazioni per Europa e Asia
È un quadro preoccupante soprattutto per le economie più dipendenti dalle importazioni energetiche, a partire dall’Europa. Italia, Germania e Regno Unito restano particolarmente esposti sul fronte del gas. Sul petrolio, invece, i rischi maggiori si concentrano in Asia. La regione importa circa l’80 per cento del petrolio che attraversa il Golfo. In particolare, la Cina è il più grande importatore mondiale di petrolio e gas e dipende dall’Iran per il 13 per cento delle sue importazioni di greggio. Complessivamente, un terzo del petrolio cinese e il 25 per cento delle importazioni di gas transitano attraverso Hormuz. Si stima che le dimensioni delle riserve petrolifere cinesi si aggirino tra 1,1 e 1,4 miliardi di barili. Questo livello potrebbe coprire fino a circa 140 giorni della domanda interna di importazioni petrolifere. Molti analisti parlano di un possibile riorientamento delle scorte di petrolio, specie attraverso la Russia. Tutto plausibile. Ma per stipulare nuovi accordi, adeguare le infrastrutture e riorganizzare i flussi energetici servono tempo e stabilità. E se, nel frattempo, la seconda economia del pianeta dovesse affrontare carenze energetiche o razionamenti, se non persino un esaurimento delle scorte, l’impatto sarebbe devastante — tanto più in una fase in cui Pechino ha previsto un rallentamento della crescita.
Nessuno è davvero al riparo, neanche gli Usa
Questa crisi arriva in un contesto che si porta dietro gli strascichi di una pandemia e di almeno due guerre. Nessuno può dirsi davvero al riparo. Neppure gli Usa che, pur essendo ormai esportatori netti di energia, non sono immuni da danni, specie nel settore petrolifero. Goldman Sachs ha avvertito che, se la situazione nel Golfo non migliorerà, il prezzo del petrolio supererà probabilmente i 100 dollari al barile già questa settimana. Se la crisi dovesse protrarsi per tutto marzo, i prezzi «probabilmente» supererebbero i picchi del 2008 e del 2022, quando il Brent superò i 147 dollari al barile e la benzina negli Stati Uniti oltrepassò i cinque dollari al gallone. L’impennata dei prezzi rappresenta così un rischio per Trump perché, nell’anno delle elezioni di midterm, il costo della vita è il vero terreno di scontro elettorale.
Dall'energia alla strategia
E questo potrebbe essere esattamente l’obiettivo di Teheran: rendere la guerra così dolorosa in termini economici da costringere Usa e Israele a fermarsi. Lo Stretto non è ufficialmente chiuso. Tuttavia, domenica più di mille imbarcazioni erano in attesa di passare, con armatori ed equipaggi timorosi di nuovi attacchi dopo che almeno nove navi sono state colpite e un membro dell’equipaggio è stato ucciso. Al momento stiamo assistendo alla più grande interruzione nella storia in termini di produzione petrolifera giornaliera. Se durerà settimane, si ripercuoterà sull’intera economia globale. Ecco perché la partita energetica è tutt’altro che meramente economica.
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