L’Etiopia tra tensioni e nuove rotte migratorie
Luca Attanasio - Oromia (Etiopia)
"Se n’è andato tre anni fa, voleva arrivare in Arabia Saudita. Quando è partito aveva 25 anni ed era disperato. Gli ho detto: 'Ti prego, figlio mio, non partire, abbiamo molte difficoltà qui ma l’importante è stare insieme e restare vivi'. Ma lui non ha voluto ascoltare né me né il padre: 'Ma come facciamo? - mi ha risposto - La terra è pochissima, abbiamo poco bestiame, senza lavoro sono solo un peso per la famiglia, devo partire”.
Questo straziante colloquio tra una madre e un figlio, raccolto nel corso di una delle interviste svolte in Oromia, in Etiopia, nell’ambito del progetto Mums, narrare le migrazioni attraverso la voce delle madri dei migranti, rappresenta efficacemente il dilemma che vivono tantissimi giovani etiopi e il tormento delle rispettive madri e delle famiglie. Con sempre maggiore frequenza, ragazzi come Jaafar, stretti da tensioni latenti in molte aree del Paese, difficoltà economiche e carestie ricorrenti, partono alla volta di mete complicate da raggiungere e affrontano rotte estremamente pericolose. Il nuovo trend migratorio da queste parti, abbandonata ormai quasi definitivamente l’opzione Europa, de facto inarrivabile legalmente, prevede di battere la cosiddetta Eastern Route, la rotta verso i Paesi del Golfo, con l’Arabia Saudita come traguardo finale, ma passaggi intermedi pericolosissimi come Somaliland, Gibuti, Oceano Indiano, Yemen.
La rotta pericolosa
Come spiega il recente rapporto dell’Africa Center for Strategic Studies “African Migration Trends 2026: Managing Drivers, Security, and Opportunity”, quella verso la Penisola Arabica, è una delle rotte migratorie più attive nel continente africano, con uno spaventoso aumento dei flussi registrato nel 2025, pari all’80%. Il report ritiene che i migranti partiti - in gran parte dal Corno d’Africa - siano stati in un anno oltre 110.000, ma il dato, in realtà, è sottostimato perché in quelle aree è ancora più complicato tenere il conto dei morti e dei dispersi o degli scomparsi nel corso dei vari passaggi. Come scrive Marco Simoncelli in un reportage su The New Humanitarian, la rotta è molto pericolosa: l'anno scorso sono stati registrati circa 560 decessi, causati principalmente da annegamenti. "Nel 2024 - scrive il fotoreporter - in almeno sei occasioni imbarcazioni sovraffollate si sono capovolte e si sono verificati anche casi di trafficanti che hanno gettato persone in mare". Ma maltrattamenti, abusi e uccisioni avvengono anche a terra. A causa dell'inasprimento delle misure di sicurezza e dell'aumento delle pattuglie delle guardie costiere di Gibuti e dello Yemen, dalla fine del 2024 una percentuale crescente di migranti ha iniziato ad attraversare il confine dal porto di Bosaso, nella regione somala del Puntland, passando per il Somaliland. Qui i migranti vengono torturati e costretti a chiamare casa per l’invio di altro denaro. Ma anche in Yemen e nella stessa Arabia Saudita, meta agognata, si sa di trattamenti degradanti, violenze, anche uccisioni.
Nessun futuro
Nel frattempo, aumentano a dismisura tra i giovani i motivi per lasciare l’Etiopia. La martoriata regione del Tigray è sull’orlo di un ennesimo conflitto. L’accordo siglato a Pretoria, in Sud Africa, nel novembre del 2022, avrebbe dovuto mettere fine a uno tra i più atroci e ignorati conflitti degli ultimi anni, che in 24 mesi causò circa 600.000 morti e produsse esodi di popolazioni civili vittime di violenze indicibili. Ma la mancata implementazione dell’intesa non ha condotto a una pace stabile e, a tre anni e mezzo di distanza, la tensione è altissima nella regione tra truppe tigrine ed eritree (accusate dal Governo etiope di essere in questa occasione alleate a differenza della precedente guerra 2020-22, ndr). I focolai, purtroppo, non sono finiti. Nella regione dell’Amhara si combatte da tre anni una guerra tra le milizie Fano e l’esercito federale, mentre nell’Afar scontri tra forze locali, esercito federale e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (Tplf), fanno dell’area uno dei fronti caldi. Neanche l’Oromia, la regione più grande e ricca del Paese, offre scenari di tranquillità. Si susseguono notizie di scontri e rapimenti, mentre aumenta il malcontento tra la popolazione che assiste a un progressivo impoverimento. È soprattutto da questa regione che partono i giovani verso la Penisola Arabica. "Quando ha raggiunto la zona costiera e ha incontrato un trafficante — spiega commosso il padre di Jaafar — mi ha chiamato. Gli ho detto, “venderemo un’altra mucca e i soldi saranno tuoi, ma torna, per noi è insopportabile saperti lì, malato” (nel tentativo di raggiungere l’Arabia Saudita, Jaafar ha subito un incidente e ora è immobilizzato, ndr). Ma lui non vuole tornare. Qui, non vede alcun futuro".
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