"Il Sociale sale in Cattedra", la Cooperativa Giotto compie 40 anni
Vatican News
È stata una festa, il riconoscimento al lavoro pionieristico fatto dalla Cooperativa Sociale Giotto, diventato un modello riconosciuto in tutta Italia, ma anche quasi un piccolo “master” intensivo sui cambiamenti che il sistema della cooperazione sociale sta affrontando e dovrà necessariamente affrontare assieme alle istituzioni e alle imprese per stare al passo con la nuova legislazione in materia che piano piano e con molto ritardo, sta iniziando a dare un indirizzo più adeguato alla programmazione e alla progettazione delle politiche sociali italiane.
Nell’Università di Padova il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto, modello di riferimento italiano ed internazionale nella progettazione di percorsi lavorativi e sociali per persone svantaggiate - detenuti e disabili in particolare - ha fatto salire in cattedra studiosi della cooperazione sociale e del sistema carcerario, economisti, esperti del diritto di famiglia e anche di prevenzione delle infiltrazioni criminali nel tessuto sociale. La prestigiosissima Aula Magna - non a caso la prima cosa che si ammira entrando è quella che fu la cattedra niente di meno di Galileo Galilei - è stato il luogo che più di ogni altro poteva dar voce ad approfondimenti e testimonianze autorevoli dall’Italia e dal Mondo, e di questo l’università stessa se ne è immediatamente resa conto. Un avvenimento così importante che ha permesso di tracciare un quadro per il futuro della cooperazione sociale nel nostro Paese.
Nuovi percorsi lavorativi di inclusione
La sinergia con enti diversi è stata uno dei cardini del lavoro della Giotto Cooperativa Sociale, che ha trovato sempre ispirazione per nuovi percorsi lavorativi di inclusione nella collaborazione con le istituzioni padovane: Comuni, Provincia, Regione, il sistema sociosanitario e Camera di Commercio, Fondazioni bancarie, la rete del Terzo Settore locale e nazionale oltre alle imprese che hanno portato le loro produzioni all’interno del carcere. Francesca Vianello, delegata al Progetto Università Carcere dell’ateneo padovano, ha dato il via al convegno ricordando come la storia del Polo dell’Università di Padova in carcere s’intreccia con quella della Cooperativa Giotto. Tutte e due le esperienze testimoniano l’importanza di connettere il carcere con la città e il territorio, cercando di coniugare missione sociale, inclusione e, nel caso della Cooperativa Giotto, sostenibilità economica.
Professionalità e qualità
Nella prolusione iniziale la professoressa Vera Negri Zamagni, una delle maggiori esperte di economia cooperativa, ha analizzato il “caso Giotto” nel libro Una normalità eccezionale, presentando in estrema sintesi i risultati di uno studio di due anni sulla cooperativa. In particolare ha voluto sottolineare i due segreti che hanno caratterizzato la storia della Giotto: il primo, la forte motivazione ideale, nata dalle radici cattoliche dei fondatori, un gruppo di amici della facoltà di agraria laureati alla fine degli anni 80, ispirati dalla straordinaria forza umana e comunicativa di Don Luigi Giussani, da cui è scaturita la volontà di operare nel sociale con le regole del mercato puntando sulla professionalità e la qualità dei servizi offerti; il secondo, la Giotto è una fucina di relazioni e sinergie, a tutti livelli, in primis con i propri collaboratori, a partire dagli svantaggiati, con le istituzioni, le imprese e le altre realtà del terzo settore, una inclusività praticata e non solo dichiarata. Questi due fattori hanno dato vita a un metodo di lavoro che la Zamagni ha voluto sintetizzare con la citazione “Fare, saper fare, saper far fare e far sapere”, mantra familiare della famiglia Gaja, noto produttore di vini: quando conoscenza e azione si coniugano e si fertilizzano a vicenda ottengono risultati eccellenti.
Del resto, il presidente della Camera di Commercio di Padova Antonio Santocono, a cui è stato affidato il saluto iniziale a nome di tutte le autorità di istituzioni e realtà profit e no profit presenti, aveva spiegato che a Padova la cooperazione sociale continua a vivere una stagione di vivace floridità. Padova non a caso è stata Capitale del Volontariato. Siamo una delle provincie italiane con il maggior numero di cooperative. Questo gruppo di imprenditori del sociale - ha detto Santocono - non sono un traguardo ma una tappa di un lungo cammino iniziato nella nostra provincia, che ha saputo dimostrare come attraverso l’inclusione sociale si può fare impresa. E questo modello ora tutti lo riconoscono e lo copiano soprattutto nel nostro Paese”.
Lavorare bene e lavorare insieme
D’altra parte, prima della prolusione della professoressa Zamagni, il presidente della Cooperativa Giotto Gianluca Chiodo, dopo aver illustrato con alcune slide la situazione attuale della Giotto (tra cui oltre 600 persone coinvolte al lavoro, di queste oltre 150 svantaggiate) e ricordato il numero dei percorsi di inserimento (oltre 1100 per le persone disabili e oltre 1500 per quelle detenute), aveva spiegato che “la nostra unica ambizione è di lavorare bene, di lavorare assieme alle istituzioni e con le realtà del terzo settore, con tutti quelli che si occupano di fragilità. Ci occupiamo di disabilità e detenzione e oggi celebriamo una festa che dura da 40 anni. Contiamo di continuare su questa strada, però ci serve la collaborazione di tutti. L’unico modello che ci sentiamo di proporre è quello della collaborazione, della condivisione degli obiettivi e dello scopo per cui facciamo le cose. Il mondo è molto cambiato, noi incontriamo fragilità che un tempo non c’erano. Anche tra disabili e detenuti le persone sono sempre più fragili, sempre più sole e fanno sempre più fatica, anche a dare un senso alla propria esistenza. Attraverso il lavoro offriamo una possibilità per tutti. Con un’attenzione particolare per quelli in difficoltà, sia per chi ha un certificato sia per chi non ce l’ha. Ricordiamo questi 40 anni di storia con tanti ospiti. Tutte queste testimonianze sono rapporti che sono nati nel tempo, a volte anche per “caso”, che però via via abbiamo curato e fatto crescere, perché sono persone che abbiamo incontrato con cui abbiamo collaborato e che ci vogliono bene. Difficoltà ne abbiamo sempre incontrate e di sicuro ne incontreremo ancora, ma credo che con l’aiuto di tutti avremo un futuro, ancora tutto da scoprire, ma bellissimo. L’attività nel carcere di Padova è stata conosciuta in altre parti del mondo, attraverso i rapporti che sono nati nel tempo”.
Tavola rotonda
E proprio le relazioni nazionali e internazionali sono state messe a tema nella prima tavola rotonda, coordinata proprio da chi ha curato l’ottavo capitolo del libro della Zamagni, il professore e direttore della Fondazione Unismart Fabio Poles. La prima esperienza internazionale l’ha raccontata il magistrato brasiliano Luiz Carlos Rezende che ha voluto tributare alla Cooperativa Giotto un sentito ringraziamento. Infatti, grazie al rapporto con Giotto, un gruppo di magistrati brasiliani è arrivato a proporre alle istituzioni e al governo del loro Paese, il modello di lavoro della cooperativa che è stato integrato con quello delle APAC che gestisce in Brasile il reinserimento sociale dei detenuti con un metodo rieducativo tanto originale quanto efficace nel rispetta la persona. I risultati in termini di recupero sociale delle persone detenute sono lusinghieri, tanto che Rezende ha spiegato come questo modello sia stato presentato, anche con il supporto di IILA (Istituto Italoamericano) in diversi paesi del Sud America, tra cui in Colombia nella fase di riconciliazione dopo la guerra civile, ma anche a Bruselles al Parlamento Europeo.
Esperienza negli Usa
Interessante anche l’esperienza nata negli Stati Uniti, nella prigione di Chicago dalla determinazione del ristoratore Italo Americano Bruno Abate che ha rappresentato una rivoluzione nel contesto del sistema di detenzione americano. “Nel 2010 - ha spiegato Abate - la mia vita è cambiata. Per una serie di circostanze, mi sono ritrovato in un carcere minorile ad insegnare a cucinare ai ragazzi. Ho creato una non profit che si chiama Recipe for Change, “una ricetta per cambiare”, e ho creato nel carcere delle cucine. Stanno facendo un documentario in America su questa storia e sull’incontro con la Giotto, che è successo per “caso”. Giotto è stata per me una ispirazione e un motivo per crescere su questa strada, che anche negli Stati Uniti non è per niente agevole. Devo dire che in Italia si sta un po’ meglio, nonostante il sovraffollamento nelle carceri. Qui ci sono agevolazioni e poi se lavori puoi avere uno stipendio. Da noi non si può”.
"La forza del sistema Padova - ha spiegato nel suo intervento Ornella Favero, presidente della Consulta Nazionale Volontariato e Giustizia - è che tutte le associazioni si sono unite insieme perché abbiamo capito che da soli non possiamo contare molto e che dobbiamo comunicare il più possibile ciò che di bene viene atto. Perché queste azioni sono contagiose, creano imitazione in positivo. Essere insieme di fronte alle difficoltà di questo percorso ancora oggi molto difficile è la nostra forza”. E poi ha continuato spiegando l’importanza delle attività del terzo settore in carcere perché tendono a costruire una cultura costruttiva, una nuova consapevolezza, per esempio il nostro progetto con le scuole crea una possibilità importante perché le esperienze negative e i comportamenti devianti che hanno portato in carcere le persone detenute, attraverso la comunicazione e il confronto che loro imparano a sostenere, diventano azioni educative utili alla prevenzione per gli studenti.
Fraternità in Portogallo
Collegato dalla Associazione portoghese Vale de Acór a Lisbona, che ancora porta i pesanti segni delle devastazioni legate alle alluvioni di queste settimane in Portogallo, padre Pedro Quintela ha testimoniato la comune opera nella creazione di percorsi di sostenibilità sociale per soggetti con disabilità, con problemi di tossicodipendenza e altre fragilità: sono centinaia le persone incontrate e sostenute nelle loro tre sedi. Il vincolo di fraternità, nata dalla comune identità cristiana e consolidatosi in questi anni, che lega l’associazione portoghese agli amici della Giotto è così forte che loro stessi hanno voluto chiamare la gelateria che hanno avviato con la collaborazione della cooperativa “I Fratellini”.
L'impatto nelle carceri
All’inizio della seconda tavola rotonda ha preso la parola l’ex ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, che ha raccontato del suo impatto difficile con la situazione delle carceri di quell’epoca, più di dieci anni fa, quando l’Europa mise ripetutamente lo Stato italiano sotto infrazione per il mancato rispetto dei diritti umani. “Ma la scintilla, l’esperienza bella che ho vissuto – ha sostenuto la Cancellieri – è stata proprio la Giotto, perché lo Stato non deve vendicarsi sulla persona detenuta, ma deve aiutarla a ritrovare sé stessa. A volte è facile riuscirci, a volte non ci si riesce proprio, ma bisogna provarci, bisogna dare una seconda opportunità e questo spesso passa proprio attraverso il lavoro. In questo senso Padova è speciale, grazie alla Giotto, perché oltre alla grande passione che non deve mancare c’è una grande professionalità, per cui dal carcere esce gente con un mestiere che può spendere e che dà la possibilità di vivere”. Una riflessione importante - affidata alla professoressa Paola Milani docente di Pedagogia sociale nell'Università di Padova, dove dirige anche il Laboratorio di ricerca e intervento in educazione familiare - riguarda proprio il cambiamento introdotto recentemente nella legislazione sociale con l’istituzione degli ATS e l’introduzione del LEPS, i livelli essenziali di prestazioni sociali, che ad iniziare dalle politiche per le persone con fragilità, cambieranno l’approccio delle politiche sociali mettendo al centro la persona. Durante il suo intervento ha sottolineato come l’opera della cooperativa Giotto tende a dare concreta realizzazione a quanto indicato all’articolo 3 della Costituzione dove afferma la dignità della persona e che allo Stato è affidato il compito per rimuovere gli eventuali ostacoli alla sua affermazione. La persona non è mai considerata un problema ma piuttosto il contesto sociale circostante in grado o meno di rispondere ad essi, perché dall’eventuale condizione di vulnerabilità della persona in realtà può nascere la possibilità dell’incontro, nasce la possibilità di ciò che davvero genera l’umano.
L’intreccio tra legalità e illegalità, economie e mafie è stato affrontato nella tavola Rotonda dal professor Antonio Parbonetti, prorettore vicario dell'Università di Padova, che ha sostenuto che il vero argine sociale contro le infiltrazioni della criminalità organizzata, che sono sempre più pervasive in diversi settori economici, è rappresentato dalla buona economia che può nascere dall’alleanza tra imprese e realtà del terzo settore in collaborazione con le istituzioni e che ha nelle sue conseguenze positive anche quella di creare un forte tessuto sociale, cosa che le molteplici operazioni di contrasto delle forze dell’ordine non sono riuscite a fare e perciò sono risultate poco efficaci.
La testimonianza di Gemma Calabresi
Toccante e commovente la video testimonianza di Gemma Calabresi vedova del commissario Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972, con cui ha avuto 3 figli. Lei che nel perdono ha ritrovato la forza rigenerativa e il senso della sua vita ha raccontato questo percorso di conversione e di rinascita, che ha descritto nel libro “La crepa e la luce”. In particolare, ha voluto testimoniare quanto abbia influito in questo percorso aver assistito nel carcere di Padova, invitata proprio dalla Cooperativa Giotto, nel 2011 al battesimo di una persona albanese, che aveva intrapreso un cammino di cambiamento personale approdato anche ad una conversione spirituale. “Per me da quella crepa rappresentata dal dolore e dalla rabbia che pure ho provato - è filtrata progressivamente una luce che è diventata comprensione e perdono e che ha rappresentato per me la libertà dal buio in cui ero piombata dopo l’omicidio. Il perdono non cambia il passato ma cambia il futuro. A Padova ho scoperto che anche per chi ha ucciso è possibile fare il percorso di conversione che ho fatto io, perché Dio non va solo dalle vittime, dai “buoni” ma da chi soffre e poi sta a noi rispondere con i tempi e i modi di ognuno, perché ci lascia liberi. Ed oggi sento la necessità di testimoniare questa luce che può rappresentare per molte vittime come me il punto di svolta per tornare ad aver fiducia nella vita e nel prossimo”.
Conclusione del professor Zamagni
All’economista Stefani Zamagni, sono state affidate le conclusioni dell’evento per individuare gli strumenti più efficaci per rendere il welfare sostenibile e funzionale a una società in profondo cambiamento e sempre più fragile. “Tre anni fa – ha spiegato il professor Zamagni - l’Unione Europea ha finalmente dopo anni di tentativi spesi su questo fronte ha ammesso che l’economia sociale è una componente essenziale dei sistemi economici europei. È stata una lunga battaglia perché fino a pochi anni fa il terzo settore era considerato residuale ed è stato un errore che ha ritardato il processo di sviluppo dei paesi ed anche del nostro, perché non bisogna mai dimenticare che gli enti del terzo settore sono nati in Italia nel 1200, in Toscana e Umbria, quando nascono le confraternite, pensiamo alle Misericordie, quando cioè si organizza l’azione volontaria nei confronti delle persone che versavano in stato di bisogno. Ora il governo ha promesso che entro l’anno dovrà essere varata la legge nazionale he dovrò dare attuazione alle linee guida dell’atto europeo votato tre anni fa. Ed è un piano di azione interessante che ha visto la partecipazione di tanti soggetti che hanno fornito suggerimenti e miglioramenti. Per questo ho motivo di credere che nel prossimo futuro, nei prossimi mesi, il terzo settore aumenterà il proprio impatto non solo sull’economia, ma soprattutto sul fronte della democrazia e della coesione sociale. Ecco perché oggi parlare di queste cose vuol dire fare un balzo in avanti rispetto al passato quando si pensava che spettasse allo Stato ogni azione in questi ambiti. Oggi sappiamo che non è così. Lo Stato ha un ruolo che resta fondamentale ma non totalizzante. Se non ci abituiamo a tradurre in pratica il principio di Sussidiarietà, che significa appunto integrare nelle decisioni anche la società ed il terzo settore, in un paese con il nostro, non potrà esserci un futuro roseo. Quello che la sussidiarietà circolare ci insegna è che ci deve essere un coinvolgimento tripolare tra Stato, mercato e comunità rappresentata dagli enti del terzo settore. La quale comunità deve potersi organizzare senza impedimenti e burocrazia, per esprimere il proprio potenziale. Servono quindi normative nuove sotto il profilo fiscale e finanziario perché ancor oggi gli enti di terzo settore o dell’economia sociale hanno difficoltà a reperire le risorse finanziarie e ad accedere ai finanziamenti e questa è una discriminazione intollerabile”.
Tante cose bellissime in 40 anni
A conclusione del Convegno il ringraziamento del presidente Gianluca Chiodo, che rappresenta il senso più autentico di questi 40 anni: “In tutti questi anni sono successe veramente tante cose, la maggior parte bellissime, altre molto difficili e dolorose da attraversare. Abbiamo imparato tanto: ad esempio, che non si può improvvisare: servono strumenti, competenze, organizzazione. Abbiamo imparato che la realtà non si forza, ma si ascolta, che le opere come la nostra chiedono coraggio, non azzardo. Abbiamo incontrato persone diversissime da noi che sono diventate amici, compagni di strada senza i quali non sapremmo più immaginarci. Soprattutto, da soli non è possibile stare davanti all’umanità ferita che incontriamo tutti i giorni e da cui siamo costantemente sfidati. Terminiamo comunicandovi il sentimento di stupore che proviamo ogni qualvolta, andando al lavoro o tornando a casa, guardiamo le nostre sedi, gli spazi, i muri, i terreni, ma soprattutto le persone e la nostra storia. A nessuno di noi, a distanza di 40 anni, viene da dire ‘questo l’ho fatto io’. Abbiamo veramente uno strano stupore, un’infantile meraviglia di una cosa che ancora non ci sembra possa essere vera, la percezione via via crescente di aver ricevuto un grande dono e di esserne dei semplici custodi”.
Festeggiamenti
I festeggiamenti per il quarantesimo compleanno della Cooperativa Sociale Giotto continueranno nei prossimi mesi. Il prossimo 8 Aprile alle 21 nella Sala Giotto della Fiera di Padova il concerto “Note di libertà e speranza”. Un evento unico che unisce musica, arte e inclusione sociale, con il l’Orchestra di Padova e del Veneto in collaborazione con l’Orchestra del Mare della Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, con gli strumenti musicali realizzati da maestri liutai, con la partecipazione delle persone detenute, nelle carceri di Milano-Opera e Napoli-Secondigliano, utilizzando materiali recuperati dai barconi dei migranti che approdano in Sicilia. Un concerto che è esso stesso messaggio di trasformazione e rinascita.
Una storia quindi che da Padova ha varcato non solo confini fisici, ma, spesso ed anche molto più difficilmente e profondamente, i confini dell’animo umano delle persone che nel lavoro e nell’incontro con la Cooperativa Giotto hanno trovato un punto di svolta della loro vita. Questi 40 anni non sono solo storia della Cooperativa Sociale Giotto: sono la dimostrazione che un’economia più umana è possibile, che il lavoro può davvero essere strumento di dignità per tutti, e che insieme si costruisce un futuro migliore.
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