Nihad Suljić in preghiera in ricordo dei migranti morti Nihad Suljić in preghiera in ricordo dei migranti morti

Il primo Premio Cespic per la Pace, una promessa fatta a Papa Francesco

Il riconoscimento è stato assegnato l’11 marzo in Albania, promosso dalla Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio, rispettivamente al Joint History Books Project e a Nihad Suljić, fondatore dell’associazione bosniaca DjelujBa, per il lavoro a sostegno dei migranti: nei Balcani sappiamo cosa significhino guerra, povertà e violenza per questo siamo al fianco dei rifugiati

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Quando capì che cibo, acqua e un biglietto per l’autobus non sarebbero bastati a quel gruppo di rifugiati per cominciare una nuova vita - era il 2016 -, il giovane bosniaco Nihad Suljić, classe 1990, di Tuzla, comprese anche che da quel momento il suo impegno accanto ai migranti in transito lungo la rotta balcanica sarebbe andato ben oltre. Un impegno umanitario e un contributo “radicato nella comunità, alla pace sociale” che gli è valso, oggi a Tirana, la consegna del primo Premio Cespic per la Pace, promosso dalla Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana, coordinato dal Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione (Cespic), in collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa / Centro per la Cooperazione Internazionale. Un riconoscimento assegnato a persone e organizzazioni impegnate nella promozione della pace, della riconciliazione e della cooperazione, con particolare attenzione alla regione balcanica, e che è stato assegnato anche al Joint History Books Project, progetto realizzato dal Fondo Europeo per i Balcani, premiato per il ruolo educativo nel superare le narrazioni nazionaliste.

Gli ospiti dell'associazione DjelujBa
Gli ospiti dell'associazione DjelujBa

Un premio, promessa a Papa Francesco

Il Premio Cespic per la Pace nasce per due motivi, spiega ai media vaticani il professor Raul Caruso, docente di Economia della pace all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore del Cespic: “Per anni, come Università e come Fondazione abbiamo lavorato sui temi della pace per rispettare una promessa fatta a Papa Bergoglio qualche anno fa, di qui la nascita di un nucleo di lavoro sulla pace. L’altra spinta è arrivata da ciò che stava accadendo: la guerra tra Russia e Ucraina, Gaza, e in parte anche quello che si sentiva nei Paesi balcanici”. Lo guardo puntato su questa area, prosegue Caruso, nasce perché “si tratta di una terra che ha vissuto, nel corso dei secoli, delle guerre fratricide dalle quali si è sempre risollevata, pur ricadendoci poi dentro. E il messaggio è quello di dire: attenzione alla periferia dell'Europa, una periferia che va integrata nell'Europa più grande, quella nell'Unione europea. Dobbiamo lanciare questo messaggio, perché apparentemente nel resto dell'Europa di pace non se ne parla più”.

La piccola Lana, morire a nove mesi

Il giovane Nihad Suljić, fondatore dell’associazione DjelujBa!, in italiano Agisci, sostiene i migranti fornendo assistenza e partecipando anche alle procedure di identificazione e sepoltura di chi perde la vita alle frontiere, “in particolare lungo il confine fra Serbia e Bosgnia Erzegovina”, un numero di vittime che non potrà mai essere definitivo, poiché “molti fiumi che attraversano il confine trascinano via chi tenta di attraversare e che non viene ritrovato più”. Nihad ricorda bene la vittima più giovane di cui si ha conoscenza: la piccola Lana, di soli nove mesi, siriana, morta annegata assieme ai suoi genitori durante il tentativo di attraversare il fiume. “La maggior parte della mia attività si svolge lungo il confine tra Serbia e Bosnia e lungo il grande fiume Drina”, prosegue Suljić e spiega anche un altro impegno dell’associazione, in collaborazione con la Commissione Internazionale per le Persone Scomparse (ICMP) con sede a L’Aia, e cioè quella di restituire un nome e una dignità alle vittime attraverso l’analisi del Dna che permette di dare un’identità a chi viene sepolto come persona non identificata (NN). “Nessun essere umano dovrebbe essere sepolto senza un nome”, ma purtroppo le ricerche spesso o non sono attivate o avvengono solo dopo molto tempo a seguito delle pressioni delle famiglie o degli attivisti.

La lapide della piccola Lana
La lapide della piccola Lana

L’azione dei trafficanti

Tuzla, spiega ancora Nihad, è la terza città della Bosnia ed Erzegovina, dopo Sarajevo e Banja Luka, ed è tra le prime che vengono raggiunte dai migranti una volta attraversato il confine della Serbia. È a Tuzla che queste persone entrano in contatto con gli attivisti umanitari. L’associazione DjelujBa! entra in azione preparando cibo e vestivi per i campi di migranti, organizzando attività umanitarie, creando uno spazio di incontro, apprendimento e dialogo. “La Bosnia-Erzegovina - continua Nihad – è un Paese di transito per il 99% dei rifugiati, la cui situazione non è buona, non c’è la giusta attenzione da parte del governo e delle organizzazioni internazionali che lavorano con quest’ultimo”. Ma in Bosnia ci sono anche “brave persone che aiutano più di chiunque altro, perché sanno cosa significhi lasciare la casa a causa della guerra, della povertà e della violenza”. Nei Balcani, aggiunge, “comprendiamo meglio cosa tutto questo significhi e per questo esprimiamo la nostra grande solidarietà ai rifugiati e ai migranti che incontriamo e che vengono aiutati ovunque si trovino, che siano bar o strade”. Secondo gli ultimi dati, sarebbero circa 4 mila le persone bloccate sul confine bosniaco-serbo e la rotta balcanica, nonostante un calo nel 2025, resta un transito forte per i flussi diretti verso i paesi dell’Ue. Ma qualcosa è cambiato negli ultimi anni, non solo nei numeri degli arrivi, ma anche per la nazionalità dei migranti. “Molte persone arrivano dal Sudan, prima erano siriani, afghani, pakistani. Il numero è diminuito perché sicuramente sono in uso altre rotte ma, al tempo stesso, è la mia opinione e non ho prove al riguardo, chi arriva, anche tanti minori non accompagnati, non viene visto perché non arriva nei campi ufficiali, non viene registrato, perché tutto è in mano ai trafficanti, ai criminali”.

L'omaggio alle vittime del fiume Drina
L'omaggio alle vittime del fiume Drina

La cultura della memoria

Una parte importante del lavoro dell’associazione riguarda anche la cultura della memoria in una società che ancora è ferita dalla guerra degli anni ’90, un impegno portato avanti per dimostrare le conseguenze del nazionalismo e dell’odio etnico e religioso. “Cerchiamo di coinvolgere i giovani, gli attivisti, i giornalisti, nel tentativo di rendere speciale la pace tra i diversi gruppi etnici, tra musulmani e serbi. Vorrei creare un nuovo equilibrio, il che non è difficile quando si lavora con le persone, ma lo diventa quando ci si rapporta con la politica, per la quale continuare a vivere in una situazione di odio non fa porre domande sull’economia, sul futuro, sui diritti e cose di questo genere”. Il Premio Cespic per la Pace “non è solo mio – conclude Nihad Suljić – ma di tutte le persone che nel mondo, specialmente in Bosnia ed Erzegovina, lottano per i diritti umani, per l'umanità, per la democrazia e per tutto ciò che è buono”.

Nihad Suljić e le donne di Bosnia
Nihad Suljić e le donne di Bosnia

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11 marzo 2026, 14:29