Il reverendo Jackson durante un comizio a Chicago, Illinois, nel 2015 Il reverendo Jackson durante un comizio a Chicago, Illinois, nel 2015

Addio a Jesse Jackson, erede di Martin Luther King

È morto a 84 anni il reverendo Jesse L. Jackson, storico leader dei diritti civili negli Stati Uniti e due volte candidato alla Casa Bianca. Ha dedicato la vita alla lotta contro le disuguaglianze razziali e sociali, lasciando un’eredità politica e morale che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia americana

Stefano Leszczynski – Città del Vaticano

È morto a Chicago, all’età di 84 anni, il reverendo Jesse Jackson, tra i più noti attivisti per i diritti civili negli Stati Uniti dopo Martin Luther King. Considerato suo erede politico e morale, fu al fianco di King negli ultimi anni di vita e presente a Memphis il giorno dell’assassinio del leader nel 1968. Da allora Jackson ha guidato per decenni battaglie contro le discriminazioni, per il diritto di voto, l’accesso al lavoro, all’istruzione e alla sanità. Fondatore dell’organizzazione Rainbow/PUSH Coalition, ha portato le rivendicazioni della comunità afroamericana anche nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, promuovendo un’America più inclusiva ed equa.

Un impegno lungo una vita

Predicatore battista dal linguaggio potente e carismatico, Jackson ha saputo parlare a tutte le minoranze con slogan diventati celebri come “Keep Hope Alive”. Nonostante problemi di salute sempre più gravi negli ultimi anni, tra cui il Parkinson e una rara malattia neurologica progressiva, ha continuato a partecipare a manifestazioni contro le ingiustizie razziali, fino all’era di Black Lives Matter. È stato anche protagonista sulla scena internazionale, contribuendo a mediazioni diplomatiche che portarono alla liberazione di ostaggi in Medio Oriente e nei Balcani. Nel 2000 ricevette dal presidente Bill Clinton la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile americana.

Costruttore di ponti

Jackson si candidò due volte alle primarie democratiche per la Casa Bianca, nel 1984 e nel 1988, aprendo la strada a una maggiore rappresentanza politica per le minoranze, anni prima dell’elezione di Barack Obama. Pur tra polemiche e critiche, ha sempre rivendicato il suo impegno nel “costruire ponti e abbattere muri”. Negli ultimi mesi, impossibilitato a parlare, comunicava stringendo le mani dei familiari. “Abbiamo condiviso nostro padre con il mondo”, ha dichiarato la famiglia, ricordandolo come un leader al servizio degli oppressi e degli invisibili. Con la sua scomparsa, gli Stati Uniti perdono una delle voci più influenti e longeve del movimento per i diritti civili degli afro-americani.

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17 febbraio 2026, 13:13