Usa e Israele attaccano l'Iran. Colpita una scuola: più di 50 morti
Vatican News
E’ salito a oltre 50 morti il bilancio delle vittime dell'attacco israelo-statunitense che ha colpito una scuola femminile a Minab, nella provincia iraniana di Hormozgan, nel sud del Paese, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa statale Irna. Almeno 45 persone sono rimaste ferite nell’attacco probabilmente diretto contro una base della Guardia Rivoluzionaria iraniana di stanza nella città. Le forze armate israeliane intanto hanno diffuso un comunicato in cui si afferma di aver distrutto centinaia di siti militari iraniani e di strutture lanciamissili. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, condanna l'escalation in Medio Oriente e chiede una "cessazione immediata delle ostilita'".
Le reazioni di Russia e Cina
Intanto arrivano dalla Russia i primi messaggi di sostegno a Teheran. Il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha avuto una conversazione telefonica con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, nella quale ha condannato l'attacco armato immotivato degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, in violazione dei principi e delle norme del diritto internazionale, con totale disprezzo per le gravi conseguenze per la stabilità e la sicurezza regionale e globale". Mentre da Pechino arrivano segnali di "profonda preoccupazione" in seguito agli attacchi degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran, la cui "sovranità, sicurezza e integrità territoriale devono essere rispettate". La Cina ha chiesto inoltre la "cessazione immediata" delle operazioni militari per "mantenere la pace e la stabilita' in Medio Oriente".
L'attacco questa mattina all'alba
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato all’alba di oggi un massiccio attacco militare contro l’Iran. Il presidente Donald Trump ha invitato il popolo iraniano a ribellarsi alla leadership islamica al potere dal 1979, mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che l’operazione mira a creare le condizioni per un cambiamento interno in Iran. I bombardamenti hanno colpito obiettivi in tutto il Paese, inclusi siti vicino agli uffici della Guida Suprema Ali Khamenei, anche se non è chiaro se fosse presente al momento dell’attacco. L’operazione, pianificata da mesi, rappresenta una nuova fase dell’intervento militare statunitense contro la Repubblica Islamica.
Le prime notizie sulle operazioni
Nel suo intervento di questa mattina, Trump aveva affermato che l’obiettivo dell’operazione è garantire che «gli americani non siano mai minacciati da un Iran dotato di armi nucleari», ribadendo poi alla popolazione iraniana che «l'ora della vostra libertà è vicina. Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo, starà a voi farlo». Israele ha dichiarato lo stato di emergenza e imposto restrizioni sul territorio nazionale in vista di possibili ritorsioni. Intanto, nella capitale iraniana, gli attacchi hanno colpito l'area in cui si trovano la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, il Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale e l'ufficio presidenziale. Fonti locali affermano che Khamenei sarebbe stato portato in un luogo sicuro. Preso di mira anche il complesso del ministero dell'Intelligence nel nord-est di Teheran. Ufficiali dell’esercito statunitense hanno affermato che l’attacco all’Iran sarà molto più esteso rispetto a quello dello scorso giugno contro siti del programma nucleare della Repubblica Islamica. Udite numerose e continue esplosioni anche a Qom, Isfahan, Tabriz, Karaj e Kermanshah. Le autorità di Teheran non hanno diffuso un bilancio ufficiale delle vittime o dei danni. Le comunicazioni internet nel Paese risultano parzialmente interrotte, mentre il ministero dell’Istruzione ha annunciato la chiusura delle scuole e il passaggio temporaneo alla didattica a distanza.
Reazione dell’Iran
L’Iran ha risposto lanciando missili e droni contro Israele e colpendo installazioni militari statunitensi in Bahrain, Kuwait e Qatar. Diversi Paesi della regione hanno chiuso lo spazio aereo. Teheran ha promesso una risposta decisa. Un missile iraniano ha provocato una vittima negli Emirati Arabi Uniti. L'Arabia Saudita ha intanto condannato quella che ha definito a "brutale aggressione iraniana" dopo che Teheran ha lanciato attacchi di rappresaglia contro le basi militari statunitensi nella regione. In una nota Riad afferma che gli attacchi iraniani hanno segnato una "palese violazione della sovranità degli Emirati Arabi Uniti, del Regno del Bahrein, dello Stato del Qatar, dello Stato del Kuwait e del Regno hashemita di Giordania". L'Arabia Saudita ha dato la sua "piena solidarietà e il suo sostegno ai Paesi fratelli" e ha affermato di mettere "tutte le sue capacità a loro disposizione per supportarli in tutte le misure che adotteranno"
Possibili conseguenze
L’escalation potrebbe avere gravi ripercussioni sui mercati globali e sui fragili equilibri regionali, specialmente se lo Stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare — diventasse insicuro. Né gli Stati Uniti né Israele hanno finora fornito dettagli sull'attacco.
Le trattative sul nucleare
Proprio ieri si erano conclusi gli ennesimi colloqui sul nucleare tra Usa e Iran, mediati dall'Oman, a Ginevra. Secondo le prime ricostruzioni, Washington avrebbe chiesto a Teheran di smantellare i tre principali siti nucleari di Fordow, Isfahan e Natanz, e di spedire all’estero tutto l’uranio arricchito. Secondo quanto riferito ieri dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, l'Iran sarebbe oggi in possesso di uranio arricchito al 60%, quindi vicino alla soglia necessaria per la fabbricazione di un’arma nucleare. Tuttavia, Teheran avrebbe respinto le richieste. Da qui derivano le prime dichiarazioni di Trump: «Non ho ancora preso una decisione sull’Iran», aveva detto ieri sera ai giornalisti, chiarendo però che «l’Iran non può avere armi nucleari e non sono contento di come stanno negoziando, ma altri colloqui sono previsti. Voglio raggiungere un accordo, mi piacerebbe non usare un’azione militare contro l’Iran ma qualche volta va fatto». Già in settimana, con un evidente segnale diplomatico e strategico, Washington aveva ridotto il proprio staff nelle ambasciate di Gerusalemme e di Baghdad, svuotando poi la base americana di Al-Ubeid, in Qatar.
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