Un laboratorio di ricerca artistica dove il processo diventa visibile
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
EAR – Enacting Artistic Research è un’iniziativa che coinvolge istituzioni accademiche e culturali in ambito nazionale e internazionale con un obiettivo comune: affermare la ricerca artistica come ambito produttivo e conoscitivo. All’Accademia di Belle Arti di Roma, in via di Ripetta, si concentra il nucleo più sperimentale: installazioni, piattaforme interattive, mostre che indagano il rapporto fra arte e tecnologie avanzate. Ai Musei Capitolini il tema del “non finito” viene affrontato attraverso indagini diagnostiche che permettono di leggere le opere oltre la loro superficie. All’Auditorium dell’Ara Pacis e al Conservatorio di Santa Cecilia, la dimensione musicale ed elettronica amplia ulteriormente il raggio dell'indagine. A tenere insieme questa pluralità è, nelle parole di Beatrice Peria, “un unico filo rosso che è quello della relazione fra arte e scienza”. Il progetto nasce dalla volontà di “mostrare quanto questo ambito di studio possa essere un motore fondamentale di innovazione ma anche di trasformazione”, capace di tradurre contenuti specialistici in esperienza condivisa.
L’arte come conoscenza operativa
“Credo molto che l’arte sia una forma di conoscenza”. L’affermazione non è retorica. Peria insiste su una conoscenza che agisce per scarti e spostamenti: l’arte “può illuminare degli aspetti meno vistosi, può offrire dei punti di vista eccentrici, può permettere di farsi domande in un modo differente”.
Questa forma di indagine viene intesa come pratica concreta: “un fare critico”, non un apparato teorico chiuso. È questa postura che EAR tenta di rendere pubblica e verificabile.
Dentro il laboratorio dell’opera
Uno dei filoni più convincenti riguarda la visualizzazione del processo creativo. Le tecniche diagnostiche – normalmente utilizzate nel restauro – vengono impiegate per evidenziare “tutti i cambiamenti in corso d’opera”, per osservare “come l’artista ha rielaborato, come ha aggiustato secondo le sue necessità per arrivare al risultato finale”. Il visitatore entra così in quello che Peria definisce “un dietro le quinte”, un’immersione “dentro l’opera che non si ferma all’aspetto finale ma ne coglie il processo”.
All’Accademia di Belle Arti, in via di Ripetta, l’edificio neoclassico si offre con la sua facciata curva e l’ordine misurato delle proporzioni, quasi una tela intatta. All’interno, tuttavia, non si celebrano opere compiute: si espongono processi. Gli studenti, riconoscibili dalle magliette fucsia, guidano il pubblico attraverso tentativi, verifiche, dispositivi critici. Nei loro sguardi si avverte la consapevolezza di chi espone il risultato di un lavoro costruito nel tempo; spiegano con precisione e naturalezza, accompagnando dentro scelte, correzioni, ripensamenti. È in questa assunzione di responsabilità che si misura il suo statuto: produzione di conoscenza, non mera decorazione.
Intelligenza artificiale: relazione, non delega
La piattaforma Kobi rappresenta il versante più direttamente legato all’intelligenza artificiale. “Il fruitore non è un soggetto passivo ma interagisce con l’intelligenza artificiale”, spiega Peria. L’obiettivo è superare la dinamica automatica del prompt e della risposta per introdurre una “co-agency”, una collaborazione che costringe a interrogare fonti, linguaggi, responsabilità. “Non abbiamo mai avuto un rapporto ancillare rispetto alle nuove tecnologie o rispetto alla scienza, ma sempre un rapporto dialogico”. La tecnologia diventa così strumento critico, non scorciatoia, spiega la coordinatrice.
In questa prospettiva, la tecnologia non viene adottata per esibire risultati scientifici, ma per rileggerli dentro un orizzonte culturale più ampio. La ricerca artistica, spiega Peria, non si limita a “illustrare” contenuti specialistici: li attraversa criticamente, li traduce, ne interroga le implicazioni. Anche l’uso dell’intelligenza artificiale è stato occasione di verifica metodologica: riflettere su come venga impiegata, su quali limiti presenti, su quali responsabilità comporti. La co-agency non è una formula suggestiva, ma un tentativo di educare a un rapporto consapevole con strumenti che stanno ridefinendo linguaggi e processi creativi.
Marino, il Barocco e l’immagine
La mostra Purché tiri al favoloso dedicata a Giovan Battista Marino (1569–1625), grande poeta del Barocco italiano, autore dell’Adone e protagonista di una stagione letteraria in cui la parola si fa visione, meraviglia e costruzione immaginativa del mondo, approfondisce il legame fra parola e immagine. Il percorso conduce alla ricostruzione ideale del “camerino” del poeta, lo spazio di studio e invenzione in cui testi, repertori figurativi, musica e suggestioni mitologiche alimentavano la sua scrittura. L’ambiente è costruito a partire dalle fonti: proiezioni, frammenti dei suoi versi, suono e immagini concorrono a restituire il laboratorio mentale di Marino e la sua idea di meraviglia. L’allestimento coinvolge lo spettatore sul piano visivo e sonoro, ma la coordinatrice chiarisce: “Quando parliamo di mostra immersiva c’è una volgarizzazione che non ci appartiene”. La scelta resta filologica: restituire la complessità barocca attraverso musica, testi e immagini, senza ridurla a effetto spettacolare.
Dal patrimonio al territorio
Il progetto comprende anche Hohenstaufen – The Game, applicazione dedicata a Castel del Monte. Non un gioco autonomo, ma un percorso che richiede la presenza fisica sul sito per essere completato. L’intento è educativo: riattivare il rapporto con il patrimonio, soprattutto per i giovani che vivono intorno a un luogo spesso percepito come destinazione turistica e non come spazio identitario.
La musica come parte della ricerca
Il Conservatorio di Santa Cecilia partecipa con un concerto che integra composizione contemporanea, ricerca elettronica e dialogo con i progetti espositivi. Le musiche realizzate per la mostra su Marino e per il videogioco dedicato a Castel del Monte dimostrano come la dimensione sonora non sia accompagnamento, ma parte integrante del processo di ricerca.
Un sistema da rendere visibile
“Il mondo delle Accademie di Belle Arti non è tanto conosciuto”, osserva Peria. EAR nasce anche per questo: rendere percepibile ciò che accade in questi spazi, dove saperi antichi e strumenti contemporanei convivono e si interrogano. Fino al 21 febbraio, Roma diventa così un laboratorio aperto. Non per proclamare una teoria, ma per mostrarne i passaggi: il lavoro, le verifiche, i tentativi. Il processo prima del risultato, il lavoro prima dell’opera.
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