Opera "ancora" aperta, Umberto Eco raccontato da vicino
Martina Accettola e Eugenio Murrali - Città del Vaticano
Scrivere di Umberto Eco significa entrare in relazione con un sistema di pensiero. A dieci anni dalla sua morte, come da sua precisa volontà, i convegni sono “permessi”. E l’Alma Mater Studiorum di Bologna, l’Università in cui ha insegnato, si prepara a ragionare del lascito intellettuale dell’accademico e scrittore. Questi ultimi due sostantivi dicono ancora poco dell’“Eco-sistema” che si è espresso in saggi, articoli, interventi scientifici, romanzi, ma anche in motti di spirito, prese di posizione, scelte.
"Umberto"
Non è dato e non ha senso “epitomare” - riassumere - una personalità culturale la cui opera imponente resta e resterà quanto mai “aperta”. Lo scrittore Roberto Cotroneo, che lo considera un maestro, oltre che un amico, gli ha dedicato un libro estremamente pregnante e capace di raccontarne molti aspetti, Umberto, pubblicato questo mese dalla casa editrice che Eco contribuì a fondare, La Nave di Teseo. Ma chi era Umberto Eco? “Forse, in questi casi - osserva Cotroneo -, la risposta più semplice è quella più giusta: un intellettuale”. Perché “un intellettuale - aggiunge - è qualcuno che sa leggere il presente, conoscendo molto bene il passato e prova a intuire che cosa ci riservi il futuro”. Costantino Marmo, suo allievo, e docente di semiotica dell’università bolognese, lo ricorda così: “La cosa che più sorprendeva era la sua vivacità intellettuale e la sua grandissima generosità”.
Ereditare Eco
Superati i dieci anni di rispettoso silenzio, ci si chiede cosa del pensiero resista al tempo. Da qui nasce il ciclo di convegni Ereditare Eco. Umberto Eco, l’Università di Bologna e tutti i saperi del mondo, previsto dal 27 al 29 maggio 2026 nel capoluogo emiliano. Attraverso il Centro internazionale di studi umanistici a lui intitolato, il progetto chiede ai partecipanti un ruolo attivo nel dare forma alla riflessione - rispettando il pensiero echiano: “Ci saranno alcuni invitati di rilievo internazionale a discutere di sei aree, ovvero narrativa, traduzione e interpretazione, semiotica naturalmente, filosofia e storia delle idee, il medioevo e infine i media”, spiega Marmo, figura di riferimento per il Centro. “Stiamo cercando anche - prosegue - di recuperare tanti scritti, che meriterebbero di essere riscoperti e portati a un pubblico più vasto”.
Da San Tommaso alla cultura popolare
Romanziere, ma prima di tutto semiologo, e non solo: “Sono un filosofo medievale che per caso scrive romanzi”, diceva Eco di sé. In quell’ambito si era infatti laureato all’Università di Torino, nel 1954, con una tesi sull’estetica di San Tommaso d’Aquino. Abbandonata l’estetica post-crociana, riparte da tre interessi apparentemente inconciliabili: la scolastica medievale, l’arte d’avanguardia e la cultura popolare contemporanea. Non solo li accosta, ma li osserva attraverso una lente teorica tanto ampia da tenerli insieme e abbastanza precisa da coglierne le differenze. “Umberto - scrive Cotroneo - ha riletto la cultura popolare con gli strumenti di quella alta, ha usato Aristotele per capire Ian Fleming e Duns Scoto per arrivare a Superman o Flash Gordon. Ma i piani restavano diversi e lontani. Anzi era un modo per rendersi conto che Dante era assai più complesso e importante di Ian Fleming”.
Il lettore parte attiva
Opera aperta, del 1962, e Apocalittici e integrati, 1964, segnano una svolta: il senso non è più concepito come qualcosa di chiuso e immanente all’opera, ma come il risultato di un processo interpretativo, cooperativo, che coinvolge attivamente il lettore, l’ascoltatore o lo spettatore. Per Eco, studioso di estetica, l’indeterminatezza e l’ambiguità dell’arte contemporanea non sono dei difetti, ma delle condizioni strutturali del significare: “Un intervento artistico - spiega Marmo - lascia inevitabilmente spazio all’interpretazione. I lettori e i diversi fruitori sono chiamati a contribuire per far funzionare un'opera d'arte, per far funzionare un romanzo o un qualsiasi testo”.
L’incontro con il segno e la semiotica
Dopo l’estetica, la linguistica e il confronto con lo strutturalismo, Eco approda, tra i Sessanta e i Settanta, al pensiero di Charles Sanders Peirce, padre della teoria del segno. Esso è ciò che permette di affrontare la domanda fondamentale di tutta la sua opera: come fanno le cose a significare? Come chiarisce Marmo, “Eco comincia da una teoria della significazione, quella che chiamava teoria dei codici, una regola di corrispondenza tra un linguaggio e un altro. Su questa base costruisce poi una teoria dell’interpretazione, ponendo le basi per indagare non solo i fenomeni testuali, ma la cultura nel suo complesso”. Da queste premesse prende forma il Trattato di semiotica generale, del 1975, e più tardi Lector in fabula, 1979. Per Eco, la semiotica non è una disciplina che spiega cosa il mondo “dice”, ma una metodologia critica che mostra come esso sia costruito, interpretato e negoziato attraverso i segni.
“Il nome della rosa”, il caso editoriale globale
Nel 1980 Eco sorprende il mondo con Il nome della rosa, romanzo che intreccia giallo, teologia, filosofia del linguaggio e storia medievale. Seguiranno opere come Il pendolo di Foucault, 1988, Il cimitero di Praga, 2010, e Numero zero, 2015. La sua narrativa diventa prosecuzione della sua filosofia, un modo per mettere alla prova le proprie teorie. Il nome della rosa, ambientato nel 1327, mette in scena dispute medievali, francescani, domenicani, manoscritti, eresie. Tuttavia, dietro l’ambientazione storica, Eco sta riflettendo sul suo tempo. Il romanzo nasce alla fine dei Settanta, gli anni di piombo. Cotroneo osserva che l’autore, invece di parlare apertamente del terrorismo, sceglie di scrivere un libro sull’intolleranza, alludendo in modo celato alla realtà del suo tempo. Il personaggio di Jorge da Burgos, il bibliotecario cieco, chiaro omaggio a Jorge Luis Borges, nasconde il secondo libro della Poetica di Aristotele, dedicato al comico e al riso. Teme il potere destabilizzante della risata. Il punto è questo: un mondo incapace di ironia è un mondo pericoloso. Quando manca la capacità di mettere in discussione le proprie convinzioni - chiarisce ancora Cotroneo -, nasce “una furia cieca, ideologica e sanguinaria”. Il romanzo, inoltre, è profondamente segnato dal rapporto di Eco con la religione: “Il dibattito interno all'opera è squisitamente religioso, da vari punti di vista. Il rapporto con il divino è stato chiaramente qualcosa di molto importante per lui”.
L’Azione Cattolica e la fede
Ma allora “c’era un tormento religioso in Eco? Non lo so - scrive Cotroneo - e credo non lo sappia, forse, nessuno”. Certamente la sua formazione era quella, anche se poi si è allontanato dalla fede. “Ho ricevuto una forte impronta cattolica fino ai ventidue anni. La prospettiva laica non è stata per me un’eredità assorbita passivamente, ma il frutto, molto sofferto, di una lunga e lenta mutazione e sono sempre incerto se certe mie convinzioni morali non dipendano ancora da una impronta religiosa che mi ha segnato alle origini”, così scriveva Umberto Eco tra il 1995 e il 1996 in una lettera di risposta al cardinale Carlo Maria Martini. Lo scambio epistolare, pubblicato sulla rivista Liberal e raccolto nel libro In cosa crede chi non crede?, fa emergere l’impronta della formazione cattolica di Eco, principalmente nella sensibilità, nella capacità di ascoltare e nel linguaggio morale. Basi derivate dalla sua esperienza nell’Azione Cattolica che fu, per lui, un primo contatto con la responsabilità etica e il confronto con l’altro.
“A lezione da don Bosco”
Giovanissimo, sfollato a causa della guerra, aveva frequentato l’oratorio animato da don Giuseppe Celi a Nizza Monferrato, dove, tra l’altro, suonava il flicorno contralto e la tromba. Come Cotroneo rileva nel suo libro, quell’esperienza sarà trasfigurata nel romanzo Il pendolo di Foucault. E sulla figura di Don Bosco scriverà sull’Espresso del 15 novembre 1981: “L’oratorio è la grande rivoluzione di don Bosco. Don Bosco la inventa, poi la esporta verso la rete delle parrocchie e dell’azione cattolica; ma il nucleo è là, quando questo geniale riformatore intravede che la società industriale richiede nuovi modi di aggregazione, prima giovanile e poi adulta, e inventa l’oratorio salesiano: una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime [...]. La genialità dell’oratorio è che esso prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso, ma poi accoglie anche chi non lo segue”.
Ricordi, ironia e generosità
Costantino Marmo rievoca il primo incontro e la collaborazione con Eco alla stesura dell’articolo Latratus Canis. Quel testo è “nato quasi per gioco, tra una pizzeria e tavole imbandite, per poi prendere forma durante una visita primaverile nella sua casa di campagna. Mentre noi giocavamo a ping pong - ricorda l’allievo -, lui scriveva e nel giro di un paio d’ore aveva già confezionato un articolo completo che, di fatto, ci regalò. Era questa la sua grande generosità. Di fronte alle nostre proteste, rispose con semplicità: 'Io la mia carriera l’ho fatta, voi dovete ancora cominciare. A voi serve, a me no'. Una disponibilità del genere, soprattutto oggi, è rarissima”. Marmo riflette anche sul rapporto umano e lavorativo: “Non nascondo che non era facilissimo avere a che fare con lui. Si aspettava sempre qualche guizzo di genialità anche da parte di quei collaboratori che non erano sempre pronti e preparati”.
Roberto Cotroneo - “Tu sei già di quelli che scrivono anche con i pollici”, gli aveva detto Eco guardandolo compulsare il cellulare in uno dei loro ultimi incontri - ricorda la leggenda della loro parentela: “Per anni mi sono sentito dire che ero il nipote di Umberto Eco. Questo soltanto perché ero nato e cresciuto ad Alessandria trent’anni dopo di lui. A un certo punto Umberto mi ha detto: 'Facciamo così: d’ora in poi tu sei mio zio e io tuo nipote'".
L’ultimo incontro
Sia Marmo che Cotroneo hanno incontrato per l’ultima volta il loro maestro e amico nel settembre 2015, il primo a Milano, durante un convegno, in quello che ricorda teneramente come “un felice pranzo di addio”, il secondo a Camogli, al Festival della Comunicazione : “Ciao Umberto”, “Ciao Roberto”. E sull'addio alla vita terrena che sarebbe avvenuto poco dopo, Cotroneo osserva: “La morte di Umberto è stata già di per sé un’eccezione non prevista. Lo credevamo immortale, e forse eravamo nel giusto. La morte ha a che fare con la finitezza, e Umberto non aveva nulla a che fare con la finitezza”. La sua vita e il suo pensiero restano “opere aperte”.
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