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Sudan, sfollati vittime del conflitto Sudan, sfollati vittime del conflitto

Sudan, il silenzio assordante attorno al conflitto

Si calcola in 14 milioni il numero di persone costrette a lasciare la propria casa e in 150 mila le vittime della violenza che scuote il Paese africano, dimenticato dalla comunità internazionale. La denuncia è arrivata nel corso di un webinar di 18 organizzazioni della società civile

di Vincenzo Giardina

Silenzio assordante: un ossimoro per spiegare cosa accade in Sudan e attorno al Sudan, un Paese nel cuore dell’Africa fatto a pezzi, quasi mai però sulle prime pagine dei giornali o al centro dell’agenda internazionale. Dalle rive del Mar Rosso sino alla regione del Darfur al confine con il Ciad, a est e a ovest del Nilo, è ferito dai bombardamenti dei droni e dai raid delle milizie, che uccidono civili e calpestano il diritto umanitario, colpendo scuole, mercati, ospedali.  L’ossimoro è il titolo di un webinar, “Guerra in Sudan: un silenzio assordante”. L’obiettivo dell’incontro è informare e, allo stesso tempo, invitare all’azione. A promuoverlo, ieri, 18 organizzazioni della società civile, di area cattolica e non, in prima fila sia nel chiedere un impegno politico per la pace anche da parte dell’Italia e dell’Europa sia nel sostenere le vittime: 14 milioni di persone costrette a lasciare le proprie case, senza contare chi ha bisogno di tutto né i morti, almeno 150.000, secondo stime delle Nazioni Unite, e forse di più.

La testimonianza

Online si parte dalle notizie. «Qui a Khartoum stanno tutti ricostruendo, è come un unico grande cantiere», riferisce Duaa Tariq, attivista dei comitati di quartiere sentita dai media vaticani a margine del webinar. Non è una testimone tra tanti. È rimasta nella capitale sudanese per tutti i mille e più giorni di conflitto: quando erano avanzati i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) guidati dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, e quando sono rientrati i reparti dell’esercito fedeli a un altro generale, riconosciuto dall’Onu come presidente, Abdel Fattah Al Burhan.

I bisogni medici

A segnare Khartoum, più ancora dei cantieri, sono i bisogni. Ce ne parla Rossella Miccio, presidente dell’organizzazione italiana Emergency, appena rientrata da una missione nella capitale. «Il nostro ospedale di cardiochirurgia Salam Center continua ad accogliere pazienti», riferisce, «e la buona notizia è la riapertura della struttura pediatrica nello slum di Mayo, che eravamo stati costretti a chiudere dopo l’inizio dei combattimenti nell’aprile 2023». Khartoum è una città che cerca di ripartire, nonostante le devastazioni. La presidente di Emergency sottolinea che per molte persone «la casa non c’è più» e che attraversare in automobile il centro della città è come «un pugno nello stomaco». Non solo. «Ancora oggi in molti quartieri manca l’elettricità», continua Miccio. «Il Salam Center riesce a funzionare perché le autorità hanno accordato la priorità alle infrastrutture ospedaliere e sanitarie, essenziali perché le persone possano rientrare». Di cure si occupa anche un’altra ong italiana, Ovci - La nostra famiglia, socia della Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv). I suoi dottori e fisioterapisti hanno dovuto lasciare due centri nell’area di Khartoum, ma non hanno abbandonato il Sudan. Stanno continuando il loro lavoro nella regione di Kassala, sotto il controllo dell’esercito, più a est. «Cura e impegno nella fisioterapia pediatrica e riabilitativa sono anzitutto per le mamme e i bambini», sottolinea Mohammed Alsadig, rappresentante di Ovci nel Paese, una delle voci del webinar.

Le aree di combattimento

Molti dei combattimenti si concentrano oggi nella regione del Sud Kordofan, sulla strada che dalla capitale presidiata dall’esercito porta verso il Darfur sotto il controllo dei paramilitari. Ne parla Adambosh Nor, rappresentante della comunità di rifugiati sudanesi in Italia. «Nei giorni scorsi», riferisce durante il webinar, «è stata confermata la rottura dell’assedio della città di Dilling, che per due anni era stata tagliata fuori dai rifornimenti di beni essenziali». Come in Darfur e nei campi profughi in Ciad, però, anche in Sud Kordofan c’è un divario tra necessità e risorse disponibili. «I mercati sono ormai vuoti e i civili intrappolati non hanno accesso né al cibo, né ai servizi di base», ha denunciato ieri l’organizzazione umanitaria Norwegian Refugee Council. È per questo che chi può fugge. Lo sottolinea suor Elena Balatti, missionaria comboniana, direttrice della Caritas a Malakal, in Sud Sudan. Sul lato meridionale della frontiera, dopo anni di conflitto interno seguiti all’indipendenza da Khartoum, i flussi migratori si sono invertiti. «Con dolore» testimonia la missionaria, «abbiamo visto tornare tanti sud-sudanesi che avevano già una fuga alle spalle e che dopo essersi ricostruiti una vita dignitosa in Sudan sono stati costretti a ripartire ancora».

Il ruolo dell’informazione

Ci sono poi altre voci dall’Italia. Alfio Nicotra, dell’associazione delle Ong Aoi, preannuncia due giorni di mobilitazione per la pace, con un appuntamento anche al Parlamento europeo. Chiude Ivana Borsotto, presidente di Focsiv. È convinta che il ruolo dell’informazione sia fondamentale, proprio come l’unità della società civile, chiamata a interrogare e sollecitare la politica. «Perché — scandisce denunciando i profitti del traffico internazionale di armi — «siamo al di sotto delle nostre capacità come diplomazia per costruire la pace». Il messaggio è: ora basta silenzio. Per il Sudan bisogna fare rumore.

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03 febbraio 2026, 14:49