Carceri, la storia di Enrico detenuto filosofo
Roberta Barbi – Città del Vaticano
Ci sono errori che si pagano per tutta la vita, ma anche incontri che la vita te la cambiano. In meglio. La storia di Enrico Platania inizia con un errore: non voler passare tutta l’esistenza a sacrificarsi lavorando in un forno; meglio la bella vita, meglio i soldi facili. Ed ecco i primi incontri, quelli cattivi: amicizie sbagliate, illusioni, quello che anni dopo, da uomo redento, chiamerà “il fascino del male”. Gli errori si moltiplicano, uno segue l’altro e sono sempre più grossi, finché qualcuno li scopre: nel 1997 viene arrestato e la condanna è di quelle durissime, ergastolo per crimini di mafia. Ha appena 30 anni. “Non è qualcosa che mi piace ricordare, quel ragazzo che viveva a mille all’ora… - racconta ai media vaticani – non mi basterà tutta la vita per ripagare quello che ho fatto, non sarò mai in pari”. Oggi di anni ne ha 60.
Nel carcere di Catania diventa papà
Enrico è in carcere da un mese quando la sua compagna dà alla luce Domenico Enrico, battezzato anche con il nome di suo padre, come si usava, quel padre che non vivrà mai. “L’ho tenuto in braccio per la prima volta nella sala colloqui e ho provato sentimenti contrastanti – ricorda – da una parte la gioia immensa del momento, ma anche tanta rabbia perché sapevo che non avrei mai potuto stargli accanto”. Il loro rapporto si è costruito nel tempo, con tutte le difficoltà della lontananza: “Quando mio figlio è cresciuto gli ho detto: la principale caratteristica che ho avuto come padre è l’assenza, ma lui è sempre stato molto carino, molto comprensivo”. È un bravo ragazzo. Poi, come impone la tipologia di reato per il quale è stato condannato che impedisce di restare nel territorio, Enrico viene trasferito a Trapani.
Nel carcere di Trapani inizia a studiare
A Trapani Enrico si avvicina allo studio e prende il diploma di ragioneria, dopo di che fa domanda d’iscrizione all’università di Roma Tor Vergata, facoltà di lettere e filosofia e viene accettata. Ma qualcosa va storto, anzi dritto. “Il Dap non mi concede il trasferimento a Roma, ma vengo mandato a Tempio Pausania, e qui qualcuno ci ha messo una manina dal cielo, perché è così che inizia la mia seconda vita”. Con gli incontri giusti che lo spronano a farcela, Enrico consegue la laurea triennale con una tesi su Lévinas e adesso sta per discuterne un’altra sul tempo: “In galera il tempo è kronos, tempo senza qualità, sempre uguale, un’ora dopo l’altra. Il carcere ti avvolge, ti confonde, ti rende quasi inerme - afferma - io ho saputo trasformarlo in kairos, tempo di qualità, aprendo un libro, dialogando con gli altri, e questo fa la differenza: l’ha fatta per me e la fa per tutti i reclusi. È lì che inizia la rinascita, è lì che si abbandonano gli alibi che ci si è sempre raccontati”. “Per me lo studio in carcere è stata un’esperienza salvifica – ribadisce – la filosofia, l’ambiente universitario, i libri, lo studio dell’etica hanno cambiato la mia vita”.
Nel carcere di Tempio Pausania e l’insegnamento
A Tempio Enrico si occupa della biblioteca e dei diritti delle persone detenute, partecipa a iniziative di dialogo con gli studenti. Il suo percorso di cambiamento è più che avviato, ottiene la semilibertà e da un paio d’anni grazie alla cooperativa Il Piccolo Principe esce ogni giorno per insegnare italiano a minori migranti non accompagnati: “Tengo un corso di alfabetizzazione e anche questo ha dato un senso alla mia vita – s’illumina -ma oltre a insegnare, parlo con questi ragazzi che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo, mi fermo a mangiare con loro. Vedere il loro impegno, a volte il sorriso su volti di persone che hanno sofferto tanto mi gratifica e mi fa rientrare in carcere, la sera, felice”.
Come Zaccheo, ovvero il progetto Sicomoro
Nel Vangelo il sicomoro è l’albero su cui il malfattore Zaccheo si arrampica per veder passare Gesù: ad esso è dedicato questo progetto di Prison Fellowship Italia – partito dalla casa di reclusione di Milano opera e poi diffuso su tutto il territorio nazionale e la cui validità è riconosciuta dal Ministero della Giustizia – che prevede per gli aderenti diversi passaggi, tra i quali l’incontro con le vittime di reati analoghi a quelli che si sono commessi: “Ho fatto due percorsi paralleli di giustizia riparativa – racconta ancora Enrico – uno intimo e personale, l’altro legato alla norma ed entrambi hanno rigenerato la mia espiazione. Ho riflettuto molto sui due concetti di giustizia e riparazione e so che questa seconda è difficile, so che non pagherò mai abbastanza per quello che ho fatto”. Come Zaccheo sul sicomoro riceve lo sguardo inaspettato di Gesù, anche Enrico ha descritto questa esperienza come la visione del volto di Cristo che lo abbracciava: “Il mio rapporto con la fede è legato soprattutto alla tensione verso il bene – spiega – io sono in continua speculazione, dentro a questo percorso e credo che fede e ragione possano convivere”.
All’ergastolo si può immaginare un futuro?
Enrico sa che la semilibertà non può durare per sempre, e ci rivela la sua speranza: “Vorrei ottenere la libertà condizionale – annuncia – ho chiesto alla cooperativa di poter continuare a insegnare a questi ragazzi e riuscire magari a prendere un’altra laurea triennale per diventare educatore e poterli aiutare sempre di più”.
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