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Sarajevo, trenta anni fa la fine dell'assedio Sarajevo, trenta anni fa la fine dell'assedio

Sarajevo, a 30 anni dalla fine dell’assedio

Il racconto del vescovo Pero Sudar, allora ausiliare della città simbolo della guerra nella Bosnia ed Erzegovina. “Si viveva giorno per giorno, ogni momento poteva essere l’ultimo. Nonostante ciò, resta vivo il ricordo della grande solidarietà delle persone”

Francesca Sabatinelli - Città del Vaticano

1425 giorni in cui la vita valeva poco, meno di niente. Tre anni e dieci mesi durante i quali si sapeva che sarebbe stato difficile nascondersi. E quindi si viveva giorno per giorno, “sapendo che ogni momento poteva essere l’ultimo, e che anche passeggiare nella propria stanza poteva significare diventare bersaglio per un cecchino”. Perché a Sarajevo “si viveva veramente con una sola consapevolezza: quella di non sapere quando ci sarebbe toccato lasciare questa vita”.

La speranza mai venuta meno

A distanza di trent’anni dalla fine dell’assedio della città simbolo del martirio della Bosnia-Erzegovina, era il 29 febbraio 1996, monsignor Pero Sudar, allora vescovo ausiliare, pensa a quando una di “quelle bombe teleguidate colpì il seminario prima della mia ordinazione”, ed era il 6 gennaio del 1994. Nonostante questo, però, i ricordi ancora oggi vividi sono legati a cose belle, “soprattutto all’altruismo delle persone, che cercavano di dividere il poco che avevano”; alla solidarietà di altri Paesi e di organizzazioni, che permise a una città di 500mila abitanti di sopravvivere per quasi 4 anni; alla fiducia di ricevere la “bella notizia che la guerra probabilmente sarebbe finita presto”. E sì, “forse per la vecchiaia, forse perché il subconscio fa dimenticare le cose brutte e che hanno fatto soffrire”, il ricordo più chiaro è quello della speranza da opporre a ciò che si era costretti a sopportare: “La malvagità che viene fuori durante la guerra con tutte le sue sofferenze, soprattutto la perdita di vite umane”.

Monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo ai tempi dell'assedio
Monsignor Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo ai tempi dell'assedio

Oltre 11mila morti

Ancora oggi l’assedio di Sarajevo, iniziato il 5 aprile del 1992, viene considerato il più lungo della storia contemporanea e dell'Europa moderna. Una città intrappolata dai bombardamenti serbo-bosniaci e dalle pallottole dei cecchini, nascosti sui tetti, sulle montagne circostanti, sulla collina del cimitero ebraico, da dove si mirava sulla fetta di città dall’altra parte del fiume Miliacka. Attacchi pesanti su civili, infrastrutture, ospedali e scuole, e una popolazione intera, uomini donne e bambini, senza cibo, né acqua, né possibilità di movimento. Quasi quattro anni di isolamento totale, la cui unica via di fuga era rappresentata dal tunnel sotterraneo che collegava la città assediata alla zona libera di Burmir, attraverso il quale si potevano far passare armi, rifornimenti e civili. Alla fine dell’assedio si conteranno oltre 11 mila morti, la maggior parte dei quali civili, tra loro circa 1.500 bambini. “Sono poche le famiglie che non hanno avuto un morto o un ferito”, ricorda Sudar.

Sarajevo, il pericolo cecchini
Sarajevo, il pericolo cecchini

Una guerra non voluta

Nonostante tutto il male accumulato, in questi 30 anni, prosegue il vescovo emerito, “non si è vissuta né si è manifestata voglia di vendetta”. Il che testimonia “che le persone, quella guerra non l’hanno voluta, è stata una guerra imposta, per conquistare territorio, di cui ancora oggi si vivono le conseguenze, perché anche la pace non è nata da chi la guerra l’ha combattuta, ma è stata una soluzione imposta che ha teso le linee della divisione come le voleva la guerra”. Il vescovo si richiama all’accordo di Dayton del 1995 che divise la Bosnia ed Erzegovina in due entità, la Federazione croato musulmana e la Repubblica Srpska, una soluzione politica ingiusta quanto la guerra, secondo molti e secondo lo stesso Sudar, che costringe oggi gli abitanti a sopportare una crescita economica a rilento, con il percorso di adesione all’Unione europea che non progredisce, con l’incapacità “di vivere un sentimento vero e proprio di pacificazione, perché una guerra può scoppiare facilmente facendo precipitare in un abisso profondissimo, poi però uscirne e costruire la vera pace è molto molto difficile, è un processo estremamente lento, ecco perché è sempre un crimine cominciare una guerra”.

La Sarajevo assediata
La Sarajevo assediata

Sarajevo Safari

Ma negli abissi della guerra, seppur non armata, ci si può ricadere anche dopo 30 anni, quando la giustizia si fa strada in quella malvagità rimasta nascosta sotto le macerie, per scoperchiare orrori taciuti, come quelli dei “Sarajevo Safari”: il turismo di guerra che vedeva ricchi stranieri pagare per sparare sui civili dalle postazioni dei cecchini della Repubblica Srpska. Una pagina orribile che oggi vede in Italia i primi indagati.  “Se ne parlava in quel periodo, ma io non ci potevo credere, non potevo credere che un essere umano potesse arrivare chissà da dove per cacciare le persone, per divertirsi uccidendo chi viveva assediato, uscendo solo per trovare un pezzo di pane per sopravvivere. Noi correvamo per nasconderci e salvarci, non uscivamo all’aperto per non essere uccisi, ma non potevamo credere, e io ancora oggi non riesco a farlo, che potesse esserci gente che sparava per divertimento”. Sapere che qualcuno da qualche parte vuole toglierti la vita “è disumano, toglie non solo il valore alla vita stessa, ma anche alla capacità di credere nell’essere umano e questa è la vera sconfitta”.

Il dolore per Gaza e Ucraina

Monsignor Sudar ammette di non trovare parole per descrivere il mistero di come l’essere umano, “così magnifico e perfetto che dovrebbe inginocchiarsi davanti al suo Creatore”, possa poi “umiliare” questa sua grandezza “facendo del male”. Nel guardare a Gaza, all’Ucraina, a tante altre parti del mondo, “veramente c'è solo da sperare che qualcuno possa correggere questa nostra storia e dare senso anche al non senso che viviamo e che ci è imposto, aiutandoci a fare del bene che è ciò che giustifica la nostra stessa esistenza”. L’ultimo pensiero del vescovo è una richiesta di mettere mano all’empatia propria di chiunque osi ritenersi una persona umana, “nei confronti di tutto ciò che succede in questo momento in Ucraina, in Gaza, e laddove la gente soffre”. L’invito è rivolto a ogni essere umano, “ancora di più a chi si ritiene credente”, a intervenire, anche se non con i fatti, ma almeno con i sentimenti, cercando di restare “vicino a tutte le persone, e sono tante, che soffrono guerra e ingiustizia”.

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28 febbraio 2026, 12:44