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Nella cattedrale Notre-Dame du Congo di Kinshasa, nella RD Congo, una Messa in suffragio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci Nella cattedrale Notre-Dame du Congo di Kinshasa, nella RD Congo, una Messa in suffragio dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci

RD Congo, omicidio Attanasio. A cinque anni di distanza, un delitto senza colpevoli

Il 22 febbraio del 2021 veniva assassinato nel nord Kivu, assieme al carabiniere di scorta e al suo autista, l’ambasciatore italiano nel Paese africano. Ad oggi restano ignoti il movente e soprattutto i mandanti. Il padre Salvatore: il suo merito più grande è aver cercato di restituire dignità e speranza ai tanti bambini destinati a diventare soldati o a essere sfruttati nelle miniere

di Marina Piccone

Sono passati esattamente cinque anni da quel 22 febbraio 2021, quando l’ambasciatore italiano nella Repubblica Democratica del Congo, Luca Attanasio, sposato e padre di tre figlie piccolissime, viene assassinato a soli 44 anni sulla strada che da Goma porta a Rutshuru, nel nord Kivu. Insieme a lui vengono uccisi il carabiniere della scorta, Vittorio Iacovacci, 30 anni, e l’autista del convoglio, Mustapha Milambo, 56. 

Gli assassini e soprattutto i mandanti dell’omicidio sono ancora ignoti. Quel giorno di cinque anni fa, il Wfp (il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite) organizza per l’ambasciatore un viaggio a Rutshuru, nella parte orientale del Paese, una zona pericolosa dove imperversano bande militari che razziano, stuprano, uccidono. Giunto nei pressi di Kibumba, a nord di Goma, il convoglio viene attaccato da alcuni uomini armati di fucili mitragliatori. Iacovacci e Milambo muoiono sul posto, Attanasio, ferito gravemente all’addome, viene trasportato all’ospedale della missione Onu, a Goma, dove si spegne poco dopo. 

L'ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nel 2021
L'ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nel 2021   (ANSA)

L’inchiesta

Nei mesi successivi, i sei presunti autori materiali del triplice omicidio vengono condannati a morte, pena che viene poi tramutata in ergastolo a seguito della richiesta della famiglia Attanasio e dello Stato italiano. Un processo che risulta frettoloso e lacunoso che tradisce l’intenzione di chiudere la vicenda nel minor tempo possibile. Una morte accidentale, si vuole far credere, ma una perizia balistica di parte accerta che Attanasio, Iacovacci e Milambo sono stati vittime di un’esecuzione. Il 13 febbraio 2024, una sentenza del Tribunale di Roma decide il non luogo a procedere, in quanto protetti dall’immunità funzionale, nei confronti dei due funzionari del Wfp, Rocco Leone e Mansour Luguru Rwagaza, accusati, inizialmente, di omesse cautele — il viaggio era stato organizzato senza veicoli blindati e senza scorta dei caschi blu — e poi di omicidio colposo. Lo Stato italiano non si costituisce parte civile, a differenza di quanto avvenuto nel processo di Kinshasa, e non chiede alle Nazioni Unite la revoca dell’immunità per i due funzionari. Una decisione che, secondo la giudice dell’udienza preliminare, Marisa Mosetti, ha inciso in modo determinante sull’esito sfavorevole del procedimento. La Procura di Roma decide di non fare ricorso davanti alla Corte d’appello. 

Senza movente e senza mandanti

«A distanza di cinque anni ci troviamo al punto di partenza», afferma in un’intervista ai media vaticani il padre di Luca Attanasio, Salvatore, che gira instancabilmente l’Italia per informare e chiedere giustizia. «Il mosaico non è stato ancora completato, mancano diverse tessere. Il primo processo si è risolto con un nulla di fatto. Ora c’è un secondo procedimento di indagine per terrorismo aperto presso la Procura di Roma, il cui contenuto è, però, inaccessibile anche ai nostri avvocati fino a che non sarà chiuso il fascicolo. Quindi, siamo ancora in mare aperto per quanto riguarda le cause della morte di mio figlio, anche se la montatura iniziale del tentato rapimento si è sciolta come neve al sole. Ci sono tantissimi indizi che descrivono lo scenario di un omicidio studiato a tavolino». Il movente e i mandanti di quel terribile triplice omicidio rimangono avvolti nel mistero. «Ci sono diverse piste aperte di cui non posso parlare, perché l’inchiesta è nelle mani degli inquirenti romani, ma la verità verrà fuori prima o poi, io non ho dubbi», afferma Attanasio, critico rispetto alla scelta dello Stato italiano di non costituirsi parte civile e di non chiedere la sospensione dell’immunità dei due funzionari del Wfp. 

Salvatore Attanasio, padre di Luca
Salvatore Attanasio, padre di Luca

L’impegno per la pace

Luca Attanasio, nato a Saronno (VA) nel 1977, laureato con lode all’Università Bocconi di Milano, nel suo breve percorso di vita ha lasciato tracce profonde. Nel 2017, appena giunto in Congo, colpito dalla drammatica situazione del Paese, ha fondato, insieme alla moglie, Zakia Seddiki, l’Ong Mama Sofia, che si occupa di progetti umanitari, istruzione e sanità; nel 2020 ha ricevuto il Premio internazionale “Nassiriya per la Pace” per il suo impegno a favore della pace tra i popoli. «Fare l’ambasciatore è un po’ come una missione – diceva – quando sei un rappresentante delle istituzioni hai il dovere morale di dare l’esempio». «Luca era un gigante di coerenza, con la schiena dritta», racconta il padre che, nel 2022, ha fondato l’associazione “Amici di Luca Attanasio”, per sensibilizzare i giovani sui temi della pace, uguaglianza e legalità. «Era una persona con un grande coraggio e una grande preparazione, non faceva nulla a caso. Ha dato prestigio all’Italia, rappresentando il Paese con un profondo rispetto delle istituzioni e con umanità, ispirandosi ai principi cristiani di fratellanza e solidarietà. La sua è stata una diplomazia brillante e incisiva, come molti hanno riconosciuto. Dopo la sua morte, sono arrivate numerose testimonianze da chi opera in quelle aree segnate da grave disagio e sofferenza: racconti che descrivono quanto abbia fatto non solo per i connazionali presenti sul territorio, ma soprattutto per il popolo congolese. Forse è proprio questo il suo merito più grande: aver cercato di restituire dignità e speranza ai tanti bambini destinati a diventare soldati o a essere sfruttati nelle miniere. Una realtà che non era disposto ad accettare».

Una battaglia di civiltà

Riguardo il silenzio sull’omicidio e l’assenza di mobilitazione da parte della società civile, il padre del diplomatico dice: «Forse è una storia che crea imbarazzo. Noi non abbiamo alcun supporto mediatico, nessuna organizzazione dietro. Quello che possiamo fare è andare nelle piazze a parlare della straordinaria vita di Luca, che non merita di essere dimenticato». «Noi intendiamo portare avanti una battaglia di civiltà, per lui e per tutti gli italiani». Le figlie di Luca, intanto, stanno crescendo. «Sono bambine che hanno sofferto e continuano ancora a soffrire, ma sono ancora troppo piccole per capire che cosa è successo — racconta —. Noi certamente documenteremo tutto, perché un giorno possano scoprire la grandezza del loro papà».

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21 febbraio 2026, 13:14