La HM Prison & YOI Feltham, situata a sud-ovest di Londra, è una delle principali istituzioni detentive per giovani maschi (15-18 anni) e adulti nel Regno Unito La HM Prison & YOI Feltham, situata a sud-ovest di Londra, è una delle principali istituzioni detentive per giovani maschi (15-18 anni) e adulti nel Regno Unito 

Dal carcere all'etere, il potere della radio dietro le sbarre

"Qui Radio Feltham, ecco le notizie". Iniziava così, il 7 settembre 1993, una delle prime edizioni dell’emittente che trasmetteva dal più grande penitenziario minorile d’Europa, alle porte di Londra. A colloquio con Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, e Riccardo Arena, storico conduttore di RadioCarcere su Radio Radicale. Il ricordo di Ciro Pianese, ex detenuto nell’Istituto del frusinate e collaboratore di Radio Vaticana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

Raramente ha raccontato il carcere dell’evento occasionale e magari drammatico che viene ripreso dalle testate più ufficiali. Ha puntato sul carcere di ogni giorno, quello che il detenuto vive tra la sua cella, le ore d’aria, il colloquio con i familiari o con gli avvocati. I piccoli e grandi malfunzionamenti, le esperienze virtuose, le buone prassi, le storie di molti compagni che l’istituzione non riesce a intercettare, le opinioni di chi vive dietro le sbarre, le conseguenze di scelte politiche e amministrative e così via. È la radio, lo strumento che si occupa, e preoccupa, più degli altri media di chi vive lo stato di detenzione, il mezzo per eccellenza che è capace di trasmettere dibattiti relativi ai problemi dei ristretti, al futuro reinserimento, alle condizioni di chi è privato della libertà, interviste con avvocati, giudici, sociologi, musica e notizie più vicine al loro mondo.

Qui Radio Feltham

«Qui Radio Feltham, ecco le notizie: domani spezzatino e broccoli, il riscaldamento inizierà a funzionare presto, due secondini sono andati in pensione». Iniziava così, il 7 settembre 1993, una delle prime edizioni dell’emittente britannica che trasmetteva dal più grande penitenziario minorile d’Europa, il Feltham Young Offenders Institution, alle porte di Londra. Si intuì subito che, almeno tra i giovani, lo strumento avrebbe potuto abbattere la recidiva e soprattutto contenere il numero dei suicidi che, allora, nella struttura di pena della capitale se ne contavano quattro l’anno. Con gli anni le iniziative si sono moltiplicate fino ad ottenere riconoscimenti importanti. Su tutti, quello di Electric Radio, l’emittente curata dai detenuti del penitenziario londinese di Brixton, che nel 2009 trionfò ai prestigiosi Sony Radio Awards, gli “Oscar” della radio dove a contendersi il podio sono normalmente la Bbc e le grandi emittenti commerciali. «In un carcere poco permeabile alle nuove tecnologie la radio resta per le persone private della libertà uno dei maggiori ponti con il mondo esterno» spiega Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone, conduttore e curatore del programma radiofonico e blog Jailhouse Rock su Radio Popolare. «Un tempo si vietava l’FM. Ancora oggi però la radiolina non è data in dotazione a tutti i detenuti. Eppure ciò dovrebbe accadere. Noi mandiamo in onda la voce dei ristretti. Loro curano notiziari e cantano le cover degli artisti di cui ci occupiamo nella trasmissione. Jailhouse Rock ha 15 anni di vita e oltre 500 puntate; capita ancora che qualcuno ci riconosca per strada dalla sola voce. Che emozione. Evviva la radio che fortunatamente ha i tempi lenti della formazione culturale e non quelli frammentati e frenetici dei social».

La voce dei ristretti

Per Riccardo Arena, storico conduttore di RadioCarcere su Radio Radicale, sono tre le parole che sintetizzano l’insegnamento che una rubrica del genere ha regalato alla sua carriera: conoscenza, immedesimazione e appartenenza. «La conoscenza di quei luoghi osceni e insalubri che sono le celle che compongono le galere italiane. Celle dove non c’è spazio né per i corpi né per la speranza. Celle che, così come sono fatte o come vengono utilizzate, non dovrebbero neanche esistere nel nostro ordinamento perché violano la legge dell’ordinamento penitenziario» ripete Arena, aggiungendo che: «Si tratta di celle che contengono tante vite diverse tra loro, esistenze che, invece di ricevere un trattamento individualizzato, restano mischiate e indistinte, come se fossero circondate dalla nebbia. Celle da cui le persone escono tutti nello stesso modo. Colpevoli o innocenti che siano. Gli occhi nel vuoto, un sacco della spazzatura in mano e ovviamente più disperati di prima, perché una pena crudele è sempre una pena ingiusta. Anzi, non tutti escono così. C’è chi esce prima. Sono quelli che rinunciano a vivere. Come si dice in gergo si fanno una corda, fabbricano un cappio rudimentale con una maglietta o con un lenzuolo e una notte si impiccano nel bagno della cella perché non reggono a quel degrado e a quella disumanità».

"Perché loro e non io?"

Arena ribadisce che: «Occuparmi di detenzione con RadioCarcere mi ha insegnato l’immedesimazione nell’altro (valore assai fuori moda). Perché loro e non io? Domandava giustamente Papa Francesco. Ecco, immedesimarsi in chi è stato meno fortunato di noi. Non sentirsi migliore, immune dall’errore, o meglio, dalla galera. Ma anche immedesimarsi in quelle persone che in carcere, oltre alla dignità, vengono private della speranza. Una negazione della speranza che dovrebbe interessare tutti noi cittadini perché, come ricordato dal presidente Sergio Mattarella, crea insicurezza, alimenta l’industria del crimine e allo stesso tempo condanna all’ergastolo, non tanto i corpi delle persone detenute, ma il loro futuro. E il motivo» chiarisce «è tanto semplice quanto grave: oggi la pena scontata in carcere è tempo sospeso e non è, per tante, troppe persone detenute, un’occasione di scelta per un futuro migliore così come prevede la legge». Infine, evidenzia il conduttore: «RadioCarcere mi ha insegnato l’appartenenza. Ovvero, capire che in una democrazia fondata sullo Stato di Diritto tutto si lega e tutto si armonizza. Non ci sono mondi separati, non ci sono luoghi da tenere nascosti, non ci sono istituzioni estranee ai cittadini e non ci dovrebbero essere, almeno in teoria, cittadini estranei alle istituzioni soprattutto a quelle periferiche. Ospedali, scuole, centri per l’impiego e, ovviamente, le carceri. Sì le carceri sparse per l’Italia, dove singole persone, sia i custodi che i custoditi, subiscono lo stesso degrado».

Dal Vangelo dentro ai Cellanti

Ma i veri protagonisti sono, e continuano ad essere loro, i ristretti: «Ricordo con profonda emozione l’esperienza vissuta nel carcere di Paliano con l’arrivo di Radio Vaticana e il progetto Il Vangelo dentro» racconta Ciro Pianese, ex detenuto nell’Istituto del frusinate e uno dei più attivi collaboratori delle trasmissioni radiofoniche dell’emittente pontificia. «Ricordo ancora Suor Rita Del Grosso che, in accordo con Nadia Cersosimo, allora direttrice della casa di reclusione, ci annunciò il progetto: la lettura e il commento del Vangelo seguiti da un’intervista radiofonica che, in stretta relazione a quanto letto, ci poneva alcune domande. L’idea che la mia voce potesse uscire fuori da quelle mura così alte mi intimoriva» continua Pianese. «Sembrava quasi surreale e inimmaginabile. La voce fuori era come un segno di vittoria, di orgoglio. La mia voce oggi non avrà confini pensavo. La radio, ascoltata ovunque, avrebbe dato a me e ai miei compagni la possibilità di esprimere liberamente il nostro pensiero in linea con quanto letto, liberi da interruzioni, giudizi e pregiudizi.

La voce tremolante divenne sempre più ferma e convinta di ciò che dicevo ed esprimevo. Sono certo che quel progetto sia stato frutto di una grande esperienza fatta di empatia, rispetto e amore, al pari del progetto I Cellanti (altro programma della Radio Vaticana, ndr). In quest’ultimo — prosegue  — potevamo sentirci liberi di un confronto con il giornalista conduttore. Personalmente, negli incontri successivi, il contesto era talmente bello e l’attesa di partecipare al progetto così forte che non vedevi più il microfono: stavi conversando con un amico. Questo progetto, insieme ad altri di uguale misura e scopo, mi ha condotto in un viaggio introspettivo denso e pieno di emozioni, verso un miglioramento radicale circondato da amore e fiducia». Pianese poi racconta cosa ha rappresentato quell’esperienza nella sua vita una volta ottenuta la libertà. «Nel tempo ho ripreso gli studi, mi sono laureato e oggi sono impiegato presso una nota azienda. Rifarei altre mille volte quelle esperienze con la radio e con le stesse persone, non cambierei nulla. La radio mi ha tenuto compagnia nelle celle più isolate per mesi, mi dava speranza in qualcosa di migliore e mi portava fuori da quel recinto fatto di mura e grate, per poi nel futuro riservarmi l’emozione di utilizzarla non più solo come momento di ascolto, quindi per arrivare a me dentro le mura, ma come megafono per arrivare al di fuori».

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14 febbraio 2026, 10:10