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Un blackout elettrico in Ucraina Un blackout elettrico in Ucraina 

Ucraina, don Ihor Boyko: un popolo martoriato ma infrangibile

Il direttore dell’ospedale cattolico di Lviv descrive la tragedia di trovarsi senza corrente "per 16-18 ore" e di assistere "alla distruzione di edifici, scuole, università, ospedali, luoghi dove la gente abita e si ritrova". Il bisogno urgente riguarda i generatori come pure l'assistenza "alle persone ferite o a coloro che tornano dalla guerra mutilati". Nonostante questo però gli ucraini sanno che non si ferma la solidarietà e si lasciano sopraffare dal "panico"

Giada Aquilino - Città del Vaticano

In una guerra che entra nelle case, negli ospedali, nelle scuole, tra bombardamenti e interruzioni ripetute di elettricità, riscaldamento e acqua corrente, gli ucraini non si lasciano sopraffare dal «panico»: pur «soffrendo», «sanno qual è il prezzo della libertà», rimanendo fiduciosi che le difficoltà sperimentate sulla loro pelle siano «temporanee» e «passeranno». È un’immagine di sofferenza e insieme di resilienza del «martoriato ma infrangibile» popolo ucraino quella offerta da don Ihor Boyko, direttore dell’ospedale cattolico “Sheptytskyi” di Lviv, quando ormai sono trascorsi quattro anni dall’invasione su larga scala della Russia all’Ucraina, in una terra che non conosce pace già dal 2014. Le guerre, che purtroppo coinvolgono anche strutture civili come gli ospedali, costituiscono «il più assurdo attentato che la mano stessa dell’uomo rivolge contro la vita e la salute pubblica», ha ricordato nei giorni scorsi Papa Leone XIV ricevendo i partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita, istituzione di cui il sacerdote greco-cattolico è membro corrispondente.

Ascolta l'intervista con don Ihor Boyko

Il gelo invernale senza elettricità

«Parliamo di danni materiali, perché si assiste alla distruzione di edifici, scuole, università, ospedali, luoghi dove la gente abita e si ritrova», sottolinea don Boyko. «Pensiamo ai bambini che da quattro anni, nel nord, nell’est e nel sud dell’Ucraina non possono andare a scuola e fanno lezione online. Oppure a quelli che si trovano in altre parti del Paese, costretti a smettere di studiare e scendere nei bunker quando scatta un allarme. Queste sono le conseguenze sulle persone, oltre a ciò che succede al fronte».

Nel gelo invernale, gli attacchi russi sulle infrastrutture energetiche continuano a provocare lunghi blackout. «Nell’ultimo mese, a causa della mancanza di elettricità, anche a Lviv, che si trova a soltanto 60 km dalla Polonia, ci sono stati giorni in cui non abbiamo avuto la corrente per 16-18 ore. Vuol dire più di un milione di abitanti senza luce, senza riscaldamento, a volte senza acqua. Ci sono anche altre città, come Kyiv o Zaporizhzhia, con edifici di 20 piani-30 piani, in cui le persone si trovano a “sopravvivere” dentro le loro stesse case, perché se fuori fa – 20 °C all’interno forse ce ne sono al massimo 4, forse 6».

Cure palliative, chirurgia, riabilitazione, consulenza

Di generatori «abbiamo estremo bisogno», come pure di assistenza «alle persone ferite o a coloro che tornano dalla guerra mutilati, senza una gamba, un braccio, c’è necessità di protesi, come pure possiamo capire molto bene la depressione, la paura, l’incertezza», spiega don Ihor. Nel quadro dell’emergenza generale, continua il servizio dell’ospedale cattolico di Lviv. «Abbiamo un reparto di cure palliative con 24 posti letto, in particolare per patologie oncologiche. Uno di riabilitazione, che assiste anche persone che sono state in guerra, giovani che tornano con difficoltà o problemi di salute. È in funzione una chirurgia interventistica, con 10 posti letto. E forniamo un servizio di call center, per indirizzare i pazienti alle giuste cure, in una struttura in cui operano oltre 250 persone», tra medici, infermieri, operatori sanitari.

Don Boyko durante una distribuzione di aiuti nella regione di Kherson
Don Boyko durante una distribuzione di aiuti nella regione di Kherson   (©don Ihor Boyko)

La solidarietà internazionale

E non si ferma neppure la solidarietà internazionale. Da tempo il sacerdote, che per 12 anni è stato rettore del seminario greco-cattolico della città nell’ovest dell’Ucraina, accompagna l’opera di tanti volontari italiani al fianco della popolazione ucraina. «Dobbiamo ringraziare organizzazioni come Frontiere di Pace da Como, Missione Valentina da Parma, tante realtà da Milano e i loro volontari che sono venuti da noi all'inizio della guerra, chiedendoci di quale aiuto avessimo bisogno. Al seminario di Lviv avevamo accolto più di 180 profughi, soprattutto donne, bambini piccoli, persone anziane, senza niente. Ci hanno aiutato portando ciò che serviva per dare da mangiare, per prenderci cura di tutti. Ma l’impegno non si è fermato qui. Ci hanno detto: “Vogliamo andare a Kharkiv, Kyiv, Zaporizhzhia, Kherson”. I nostri amici di Frontiere di Pace, per esempio, hanno organizzato circa 40 missioni umanitarie, con tonnellate di aiuti che hanno poi distribuito dove c’era più bisogno». La gente, racconta, «ha sempre ringraziato per gli aiuti umanitari ma ciò che abbiamo capito contare di più è la presenza, l’essere con le persone».

La guerra non durerà per sempre

Una vicinanza concretizzatasi giorno dopo giorno e in forme diverse. Don Boyko, assieme ad altri sacerdoti e ai seminaristi, ha prestato servizio anche nei cimiteri, per assicurare un supporto spirituale e concreto alle famiglie che avevano perso un proprio parente in guerra, militari e non solo. «Molto spesso i familiari vanno al cimitero dov’è stato portato un loro caro e trascorrono lì ore e ore, a volte giorni. Sono persone in lutto, che possono provare anche rabbia, che chiedono a Dio il perché di una tale tragedia: la presenza di un sacerdote, di un seminarista dà loro la possibilità di parlare del dolore, di condividerlo. Ma in questo modo si porta anche un gesto di speranza nella vita eterna, per andare avanti». E sono quegli stessi familiari, poi, che non di rado pensano pure alla sofferenza altrui. «Ci dicono che in fondo a loro è stata data la possibilità di seppellire il proprio figlio, il proprio marito, di portare una candela, un fiore, di pregare davanti a una tomba, ma che ci sono tanti altri che non sanno cosa sia successo ai loro cari, dispersi e di cui non si hanno notizie. Ed anche queste persone vanno accolte e accompagnate».

Quello che emerge è poi un quotidiano che, nella drammaticità degli eventi, va avanti. «Le persone vanno al lavoro, nonostante per esempio i continui blackout di corrente. Hanno bisogno di continuare a guadagnare, devono pensare ai loro bambini e al futuro, perché siamo convinti che la guerra non durerà per sempre. E questo ci spinge a pensare anche ai giovani che torneranno dalla guerra, per far ritrovare loro un senso di vita». Di certo oggi la gente, «il popolo sofferente ucraino che è sempre nel cuore del Papa», vuole «vivere in pace, nella sicurezza che quando finirà questa guerra non ci sarà un altro attacco, magari dopo 10-15 anni».

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25 febbraio 2026, 09:44