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La fotocamera della giornalista di Ap Mariam Dagga uccisa a Khan Yunis il 25 agosto 2025 La fotocamera della giornalista di Ap Mariam Dagga uccisa a Khan Yunis il 25 agosto 2025  (AFP or licensors)

Nel mondo uccisi 129 giornalisti, quasi la metà a Gaza

Nel suo 35esimo rapporto annuale il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) denuncia la morte di 129 giornalisti nel 2025 durante lo svolgimento del loro lavoro. Di questi quasi la metà sarebbero stati uccisi a Gaza dalle truppe dell'Idf. Intanto ancora violenze in Cisgiordania, dove alcuni coloni israeliani hanno dato fuoco a strutture agricole appartenenti a palestinesi a nord-est di Gerusalemme

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

Nel 2025, secondo l’ultimo rapporto del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), dei 129 reporter che hanno perso la vita nel mondo nello svolgimento del loro lavoro, quasi la metà sono stati uccisi a Gaza. Un record purtroppo drammatico, quello totale, che segna il secondo picco annuale consecutivo dal 1992, ovvero da quando il Cpj tiene questo conteggio: già nel 2024 le vittime erano state 124.

A Gaza uccisa quasi la metà dei giornalisti colpiti nel mondo

"L’esercito israeliano", si legge nel 35° rapporto, "ha commesso più omicidi mirati di membri della stampa di qualsiasi altro esercito governativo fino a oggi, e la stragrande maggioranza delle vittime sono giornalisti e operatori dei media palestinesi a Gaza". Oltre il 60% degli 86 giornalisti, la cui uccisione viene attribuita alle Forze di difesa israeliane (Idf) nel 2025, era palestinese e lavorava a Gaza. Il Cpj ha poi rilevato un aumento nell’uso dei droni per gli attacchi. L’Idf avrebbe la responsabilità della morte di 28 giornalisti uccisi a Gaza sui 39 totali morti a causa di raid condotti con droni. Il Cpj documenta nel suo dossier casi in cui i giornalisti presi di mira da Israele a Gaza erano noti per aver riportato in modo approfondito evidenti crimini di guerra, come la fame o gli attacchi agli ospedali. "Utilizzando questa tattica, le forze israeliane hanno aggravato le violazioni del diritto internazionale, mettendo al contempo a tacere le critiche sul campo", dice l’Ong.

L'uso di accuse infondate per colpire i media

Inoltre, il rapporto sostiene come l’uso di accuse infondate di attività criminali contro i giornalisti sia una caratteristica degli attacchi alla stampa in generale negli ultimi anni. Questa è una tendenza riscontrabile sia nell’elevato numero di giornalisti detenuti per il loro lavoro sia nella giustificazione delle loro uccisioni. "Israele, in particolare, ha ripetutamente ucciso giornalisti che successivamente — e in alcuni casi preventivamente — ha accusato di essere militanti, senza fornire prove credibili a sostegno delle sue affermazioni", dice il Cpj. E cita ad esempio il caso di Anas Al-Sharif, il reporter di Al Jazeera ucciso il 10 agosto 2025 assieme ad altri colleghi in una tenda per i media, che più volte aveva pubblicamente avvertito come la sua vita fosse in pericolo "dopo ripetute e infondate" accuse da parte di Israele. Caso simile a quello accaduto il 25 agosto successivo, quando le truppe israeliane hanno attaccato l’ospedale Nasser di Khan Yunis (nel sud della Striscia), uccidendo 5 giornalisti tra le 20 vittime registrate. «Un’indagine della Reuters», evidenzia il rapporto, "ha poi rivelato che l’obiettivo era la telecamera di un giornalista posizionata lì da mesi, con l’assenso dell’Idf, per fornire alla Reuters un feed di notizie in diretta".

Ancora tensioni in Cisgiordania

La pressione delle truppe israeliane e dei coloni è aumentata negli ultimi mesi anche in Cisgiordania, nello Stato di Palestina. Ieri, riferisce la Wafa citando l’organizzazione per i diritti umani Al-Baydar, un nuovo episodio di violenza, quando settlers violenti hanno incendiato strutture agricole di proprietà palestinese nella zona di Al-Shamis, a nord est di Gerusalemme.

Knesset: primo ok alla legge sull'obbligo del rito ortodosso al Muro del pianto

All’interno di Israele un’ulteriore stretta starebbe arrivando anche in materia religiosa. La plenaria della Knesset ha approvato in lettura preliminare (56 i voti a favore, 47 i contrari) la cosiddetta “legge sul Muro occidentale”, che di fatto proibirebbe ai gruppi ebraici non ortodossi e più laici di pregare nel sito. In base al progetto legislativo, la preghiera dovrebbe essere condotta esclusivamente secondo le prescrizioni dell’ebraismo ortodosso, che prevedono per esempio la rigida separazione tra uomini e donne. Il disegno di legge mira a aggirare la sentenza dell’Alta Corte di giustizia di giovedì scorso, secondo cui lo Stato deve procedere con l’ampliamento della cosiddetta “area egalitaria” del Muro Occidentale, una porzione meno utilizzata del luogo sacro, dove è concesso pregare agli ebrei “non ortodossi”. L’ampliamento, rimasto finora bloccato, faceva parte del “Compromesso sul Muro Occidentale”, concordato dal governo Netanyahu un decennio fa, che prevedeva una piattaforma di preghiera pluralista nel sito. Il nuovo disegno di legge conferirebbe ai due rabbini capo del Paese, entrambi ortodossi, l’autorità ultima su tutta l’estensione dei luoghi sacri ebraici, inclusa l’area utilizzata finora come zona di “preghiera egalitaria”, e definirebbe come "profanazione" qualsiasi attività nel sito contraria alle loro istruzioni, come ad esempio il culto non ortodosso. Perché la proposta diventi legge servono ora altre tre votazioni.

 

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26 febbraio 2026, 13:20