Il palazzo delle Nazioni Unite a New York Il palazzo delle Nazioni Unite a New York

Nazioni Unite, riforme urgenti per rilanciarne il sistema

Di fronte all’odierna fragilità del multilateralismo, si rende necessario agire rapidamente. “Riformare è un passo necessario”, spiega Giampaolo Silvestri, segretario generale di Avsi, l’Onu deve “ridurre la burocrazia, evitare le sovrapposizioni, coordinarsi meglio, abbassare drasticamente i costi”

di Roberto Paglialonga

Sono circa 7.000 le organizzazioni non governative e della società civile con uno status consultivo alle Nazioni Unite. Di loro però — a parte pochi casi ben presenti sui media — non si sente parlare mai abbastanza. Eppure esse costituiscono a pieno diritto uno degli architravi del sistema multilaterale, contribuendo direttamente alle politiche globali, fornendo aiuti alle popolazioni in contesti di crisi umanitarie spesso drammatiche e arrivando anche là dove in molte occasioni le istituzioni statali non riescono a essere presenti. Tra queste, tante hanno alla base una forte ispirazione cristiana, come la Fondazione Avsi, che lavora su progetti di sviluppo e di emergenza, principalmente sulle crisi cosiddette dimenticate: Myanmar, Haiti, Mozambico, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Siria. «Sono le più sfidanti per noi, perché le persone hanno bisogni urgenti e gravi ma le risorse scarseggiano; perché praticamente non ne parla nessuno, o quasi; e perché la sicurezza è precaria per i nostri operatori», dice ai media vaticani il suo segretario generale, Giampaolo Silvestri.

Riflettere e agire con urgenza

La fragilità del multilateralismo tocca oggi queste realtà in modo diretto. «Non ci si può nascondere: il multilateralismo è oggettivamente in grave difficoltà», spiega. E le ragioni sono tante, «non ultima una sua sempre minore efficienza, in particolare quanto al rapporto tra la società civile e le agenzie delle Nazioni Unite nei paesi in via di sviluppo, dove queste non sono così efficaci come ci si aspetterebbe. Su questo è necessario riflettere e agire con urgenza». D’altro canto, è pure vero che in molti casi il pessimismo verso una reale possibilità di cambiamento viene utilizzato come alibi per non osare miglioramenti e, magari, incassare interessi individuali, «ma noi tutti crediamo che non si possa fare a meno del multilateralismo», sottolinea, perché «organizzazioni che al di sopra degli Stati possano svolgere funzioni nel campo di pace e sviluppo ci devono essere: ciò che occorre fare, piuttosto, è mettere in campo una loro profonda ristrutturazione».

Gli Stati devono investire

Per rilanciare un modello, fondato ormai alla fine del secondo conflitto mondiale, è indispensabile una riforma delle istituzioni delle Nazioni Unite, della quale tra l’altro si parla da tempo. «Non ci sono dubbi su questo: cambiare la governance, rilanciare l’operatività, procedere a uno snellimento di tanti organismi e a un accorpamento di alcune agenzie, promuovere una diminuzione dei costi, sono tutti aspetti dai quali non si può prescindere», riconosce. «Poi sicuramente occorre che gli Stati investano di più, non solo in termini monetari, ma anche di valorizzazione degli strumenti a nostra disposizione a livello internazionale. Perché oggi è difficile riconoscere un intervento significativo del multilateralismo e dell’Onu». Terzo, ammette, «anche la creazione di strutture parallele che non hanno le caratteristiche del multilateralismo ma che vogliono svolgere quel tipo di funzione crea evidenti problemi al sistema. Gli organismi ci sono già, proviamo a farli funzionare bene». Un aspetto, quest’ultimo, sollevato parlando nello specifico del “Board of Peace” per Gaza anche dal segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, in una sua intervista a «la Repubblica» in occasione dell’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Assenza di risorse

Anche perché, «se continuano così, oltre che all’irrilevanza, si va incontro alla mancanza di efficacia e della possibilità di azione». Un peso notevole lo sta avendo anche il taglio dei fondi all’aiuto pubblico allo sviluppo, da parte di importanti donatori come gli Usa, ma non solo. L’uscita degli Usa da 66 organizzazioni e trattati internazionali sicuramente crea un vulnus nella possibilità di avere risorse e di operare. «Le più grandi agenzie, come Unicef, Wfp, Unhcr, purtroppo sono state costrette a licenziare migliaia di persone, hanno budget ormai quasi dimezzati, non sono in grado di affrontare le principali crisi nel mondo e stanno andando incontro loro malgrado a grossi processi di ristrutturazione e accorpamento. E questo colpisce moltissime organizzazioni della società civile, proprio perché il loro lavoro era impostato su una partnership stretta con l’Onu». Altre — come Avsi, che gode di uno status consultivo all’Ecosoc ed è accreditata presso diverse agenzie delle Nazioni Unite — «si sono attrezzate per far fronte a questo stato di cose, ma subiscono comunque il contraccolpo del taglio dei fondi diretti di Usaid, grazie ai quali riuscivamo a portare avanti molti progetti».

Il rischio collasso finanziario

Le responsabilità, certo, non stanno solo da una parte, in questo ambito, perché «se gli Usa hanno operato un taglio brutale dei fondi, anche altri Paesi hanno programmi di forte riduzione dei finanziamenti allo sviluppo». Tanto è vero che sempre Guterres, in una lettera agli ambasciatori di pochi giorni fa, ha paventato il rischio di un «imminente collasso finanziario», perché molti Stati membri hanno deciso di non onorare il pagamento delle proprie quote. D’altro canto, ciò può costituire anche uno stimolo per le Ong: molte di esse, infatti, sono state spinte «a muoversi per reperire altre tipologie di supporti nel privato e nel sistema delle grandi fondazioni».

Il fallimento della Società delle Nazioni

Sullo sfondo, ma neanche poi tanto, rimane lo spettro del fallimento della Società delle Nazioni, che, istituita nel 1919 con il Trattato di Versailles e ispirata ai “Quattordici punti” del presidente degli Usa, Woodrow Wilson, non riuscì praticamente mai a essere incisiva tra le due guerre mondiali, e venne sciolta nel 1946. «La riforma è un passo necessario. Se l’Onu non la percorre per — in primis — ridurre la burocrazia, evitare le sovrapposizioni, coordinarsi meglio, abbassare drasticamente i costi, il timore che tutto finisca come in quel ventennio è concreto. Prima l’irrilevanza e poi la scomparsa», conclude Silvestri. «La strada è difficile: devono affrontarla le strutture onusiane, ma la volontà degli Stati di spingere in questa direzione è essenziale. Sono loro a esserne membri attivi».

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08 febbraio 2026, 10:30