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Il Coro dell'Accademia di Santa Cecilia Il Coro dell'Accademia di Santa Cecilia 

“La Creazione” di Haydn, voci che fanno luce

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Daniel Harding dirige l’opera del compositore austriaco. Rileggerla dal punto di vista del coro significa coglierne l’ossatura profonda, la forza strutturale che organizza il racconto dei sei giorni, l’immagine di ordine e armonia condivisa

Marcello Filotei - Città del Vaticano

«Quando penso a Dio il mio cuore è talmente pieno di gioia che le note mi sgorgano fuori come una fontana». In questa immagine intima e quasi domestica disegnata da Franz Joseph Haydn si condensa l’origine de La Creazione, quasi un moto interiore che diventa suono. Ma nella sua musica quella gioia non resta solitaria, si organizza, si moltiplica, prende corpo soprattutto nel coro, trasformando l’ispirazione personale in rappresentazione della comunità dei credenti. Ci sono molti modi di avvicinarsi all’oratorio, quello consueto mette al centro la grandiosità dell’orchestra o la potenza visionaria dell’introduzione incentrata sul “Caos”, ma si può tentare di proporre uno sguardo diverso, capace di riportare al centro la dimensione collettiva dell’opera. Visto da questa prospettiva il capolavoro di Haydn, dal 26 al 28 all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la direzione di Daniel Harding, diventa anche un grande affresco corale oltre che sinfonico.

Composta alla fine del Settecento su testo tratto dalla Genesi e dal Paradiso perduto di Milton, l’opera rappresenta uno dei vertici dell’oratorio classico. La celebre introduzione orchestrale — sospesa, instabile, priva di un centro tonale definito — prepara l’irruzione della luce. Ma è il coro che trasforma quell’evento in esperienza condivisa: quando esplode il celebre momento del «sia la luce», non è solo una descrizione musicale, è un’affermazione collettiva, un ordine cosmico che prende forma nella coralità.

Guardare La Creazione dal punto di vista della massa corale significa riconoscerne la funzione strutturale. Nelle prime due parti, dedicate ai sei giorni della Creazione, il coro rappresenta la schiera angelica che commenta e celebra l’opera divina. Non è un semplice intermezzo tra un’aria e l’altra: è la voce della meraviglia. Prima e dopo le parti solistiche, che vedranno impegnati il soprano Katharina Konradi, il tenore Joshua Ellicott e il basso Michael Nagy, i grandi momenti corali conclusivi di ciascuna giornata diventano architravi dell’intera costruzione, momenti in cui il compositore alterna blocchi omoritmici di solenne compattezza a fugati di luminosa trasparenza.

La sfida interpretativa è evidente ed è affidata al maestro del coro Sam Evans. Nei passaggi omoritmici occorre compattezza ritmica e nitidezza di articolazione, nei fugati, invece, ogni sezione deve emergere con autonomia senza compromettere l’equilibrio complessivo. Haydn guarda alla tradizione sacra traducendola in un linguaggio classico fondato sulla proporzione. Anche nei fortissimi più solenni, il suono non è sempre attraversato da un senso di gioia ordinata.

Per tenere in piedi una costruzione di questa portata c’è bisogno di molta varietà, Haydn non dimentica mai che c’è un pubblico che non va intrattenuto, ma nemmeno annoiato, e per questo calibra con attenzione i contrasti dinamici e timbrici, evitando ogni staticità.

Forse anche per questo nella terza parte, dedicata ad Adamo ed Eva, l’atmosfera cambia radicalmente. La dimensione cosmica lascia il posto un tono più raccolto, e anche qui il coro è decisivo: meno monumentale, più contemplativo, capace di accompagnare la scena dell’Eden con una spiritualità che non indulge nel patetico, ma si affida alla semplicità luminosa tipica di Haydn.

Questo lavoro si può ascoltare in molti modi, puntando sulla luminosità dell’orchestra, sul fraseggio dei cantanti, o sulla grandiosità dell’esperienza corale. Non solo racconto della nascita del mondo, ma costruzione sonora in cui la comunità delle voci diventa simbolo di armonia. In un’epoca che spesso privilegia l’effetto spettacolare, tornare a questa dimensione significa riscoprire la misura, l’equilibrio, la fiducia nell’ordine che la musica può esprimere.

È forse proprio qui uno dei messaggi più attuali dell’oratorio, nella coralità intesa come immagine di un mondo che trova senso nell’armonia delle sue parti.

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26 febbraio 2026, 09:25