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I classici della letteratura italiana raccontati dalla mano dei loro autori

In mostra fino al 25 aprile a Villa Farnesina, a Roma, testi, note, appunti autografi dei grandi scrittori: da Petrarca e Boccaccio fino a Umberto Eco. L'esposizione - organizzata dall'Accademia Nazionale dei Lincei, in collaborazione con l'università Sapienza, e con il supporto della fondazione Changes - è il coronamento di un grande progetto di ricerca

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

Nessun grande libro è nato perfetto. La parola che ha preso forma sulla pergamena o sulla carta, sotto la pressione ora lieve ora intensa dell’autore, quei vocaboli, quelle sintassi in cui si sono condensate ispirazione, pensiero, tormento e meraviglia sono sempre state il frutto di un travaglio. Chi voglia conoscere qualche verità su questi rovelli da cui sono emersi capolavori come il Decameron, la Gerusalemme liberata o I promessi sposi, troverà fino al 25 aprile delle risposte nella celebre dimora rinascimentale romana di Agostino Chigi, affrescata da Raffaello, Villa Farnesina - oggi sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, il cui conservatore è Virgina Lapenta -, che ospita la mostra Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana. Circa quaranta originali, provenienti da biblioteche prestigiose, lasciano intravedere il processo creativo dei grandi autori e, non senza emozione per chi osserva, il loro gesto capace di creare versi e frasi che hanno cambiato il nostro immaginario.

Un progetto, una mostra, un convegno

Come spiega una delle cocuratrici - la professoressa Irene Iocca, docente di linguistica alla Sapienza - l’esposizione è il culmine di un percorso eccezionale. Il progetto Autografi dei letterati italiani, diretto da Matteo Motolese ed Emilio Russo, dell’Università Sapienza di Roma, ha visto coinvolti centinaia di esperti in diverse discipline - paleografi, filologi romanzi e italiani, storici della lingua, della letteratura e del libro - e ha portato al rinvenimento e alla descrizione di oltre ottomila manoscritti autografi e postillati d’autore, dal Medioevo al Rinascimento. La mostra - nel cui catalogo troviamo saggi di Marco Cursi, Paola Italia, Matteo Motolese ed Emilio Russo - è stata accompagnata il mese scorso, dal 26 al 28 gennaio, da un convegno, tra Lincei e Sapienza, per trarre un bilancio dei vent’anni di ricerche e per prospettare nuovi percorsi di studio e di valorizzazione delle testimonianze autografe in ambiente digitale.

L’autografo del "Decameron", Hamilton 90, sec. XIV, Staatsbibliothek Preußischer Kulturbesitz, Berlino
L’autografo del "Decameron", Hamilton 90, sec. XIV, Staatsbibliothek Preußischer Kulturbesitz, Berlino

Un’assenza, molte presenze

Nelle diverse sale, il visitatore può conoscere nel loro reale divenire, nella loro forma provvisoria, fragile, quei capolavori che siamo abituati a leggere in una cristallizzazione perfetta, quasi monumentale. “È un percorso necessariamente cronologico - chiarisce Irene Iocca - si va dal Medioevo al Novecento attraversando tutti i secoli della letteratura italiana”. Nella prima sala, dedicata alle tre corone della nostra letteratura - Dante, Petrarca e Boccaccio - il grande rammarico di quella che la studiosa definisce “una dolorosa assenza”. Dell’autore della Commedia non sopravvive e non giunge fino a noi alcun autografo: “non abbiamo una carta, né un foglio, né una pergamena scritta da lui”, tuttavia una testimonianza di un autore del Quattrocento, Leonardo Bruni, ci descrive nella sua Vita di Dante la mano del sommo poeta: "Fu ancora scrittore perfetto et era la lettera sua magra e lunga e molto corretta, secondo io ho veduto in alcune epistole di sua propria mano scritte". Uno dei pezzi più importanti dell’allestimento è l’autografo del Decameron, un manoscritto, l’Hamilton 90, oggi conservato alla Staatsbibliothek Preußischer Kulturbesitz di Berlino, copiato dall’autore toscano verso la conclusione della sua vita, un testo al quale affida la versione definitiva della sua opera. E ancora il Riccardiano 1035, dove troviamo la Commedia di Dante copiata da Boccaccio, o un codice di Orazio, il Pluteo 34 1 della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze, annotato dalla mano di Petrarca.

L’edizione definitiva de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni, Milano, Guglielmini-Radaelli, 1840 Milano, Collezione privata
L’edizione definitiva de "I promessi sposi" di Alessandro Manzoni, Milano, Guglielmini-Radaelli, 1840 Milano, Collezione privata

Attraverso i secoli

Ognuno dei documenti esposti merita il tempo e l’attenzione del visitatore, che potrà seguire il tratto grafico dell’autore letto e amato, scoprirne il ripensamento, oppure venire a conoscenza di curiosità significative della nostra storia culturale. Ad esempio,  a proposito della prima edizione a stampa delle Prose nelle quali si ragiona della volgar lingua di Pietro Bembo, l'editio princeps stampata nel 1525 a Venezia da Giovanni Tacuino, e proveniente da una collezione privata, pochi giorni prima che il libro fosse pubblicato, Bembo chiese al suo segretario di correggere a mano, in tutti gli esemplari, un errore all’inizio del terzo libro, quello con la descrizione grammaticale del fiorentino antico. Il refuso riguardava infatti una parola chiave del ragionamento: arte, che era erroneamente divenuta “altre”.

Tra i testi della Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, è possibile ammirare la seconda edizione a stampa, del 1521, dell’ Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, ma anche alcuni frammenti autografi, provenienti dalla Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara, che attestano la composizione delle aggiunte per la terza edizione. Incontriamo inoltre nelle sale Torquato Tasso, Giovan Battista Marino, Galileo Galilei.

"La quiete dopo la tempesta" di Leopardi, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli, CL.XIII.21 ante 17 settembre 1829
"La quiete dopo la tempesta" di Leopardi, Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III, Napoli, CL.XIII.21 ante 17 settembre 1829

E come non provare un poco di sorpresa e turbamento di fronte all’autografo della lirica La quiete dopo la tempesta di Leopardi, prestata dalla Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli o dell’autografo di Manzoni del secondo stadio di elaborazione del romanzo di Manzoni che dal Fermo e Lucia si trasformerà ne I promessi sposi, e nella fase intermedia esposta è intitolato Gli sposi promessi. Non minor fascino hanno le correzioni a mano di Manzoni sulla prima edizione del capolavoro, del 1827, la Ventisettana. Il visitatore troverà anche quella definitiva, la Quarantana.

La sala del Novecento, con i ritratti di Montale e Calvino realizzati da Carlo Levi e sullo fondo una foto di Umberto Eco
La sala del Novecento, con i ritratti di Montale e Calvino realizzati da Carlo Levi e sullo fondo una foto di Umberto Eco

Il Novecento e la "settima sala"

Un taccuino di Montale, che quando scriveva aveva già chiarito molti dubbi nel pensiero e poteva stendere senza troppe varianti il suo “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”, Ungaretti, Saba, Pasolini, Gadda, Ginzburg, Calvino, alcuni piuttosto tormentati nel dare vita alle proprie opere. Tutti qui, fino a Umberto Eco, di cui campeggia una foto di fronte al computer. Nella sesta sala sono presenti gli appunti preparatori del romanzo Il nome della rosa, l’ultimo scritto completamente a mano, termine ideale dell’esposizione. Oggigiorno la letteratura è quasi sempre affidata a supporti immateriali. “Se dovessimo immaginare una sala successiva - chiosa Iocca -, una settima sala della mostra, dovremmo ospitare sotto le teche degli hard disk ai quali gli autori consegnano tutte le fasi compositive delle loro opere”. La filologia e la letteratura non finiscono qui.

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"Come nascono i classici. Gli autografi della letteratura italiana"
24 febbraio 2026, 15:25