Le conseguenze del ciclone Gezani in Madagascar Le conseguenze del ciclone Gezani in Madagascar

Madagascar, le difficoltà della popolazione dopo il passaggio del ciclone Gezani

Il 10 febbraio scorso, la potente tempesta tropicale ha colpito la costa orientale dell’isola africana. Il bilancio delle vittime è salito nelle ultime ore a 62 morti. “Per gli abitanti è una situazione molto difficile, le persone vivono in contesti di scarsa igiene e di precarietà notevolissima”, racconta Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame Italia, associazione impegnata nel Paese

Gianmarco Murroni - Città del Vaticano

Raffiche di vento fino a 250 chilometri orari, 7 regioni e 29 distretti colpiti, ma soprattutto un bilancio delle vittime che nelle ultime ore è salito a 62 morti, con 16.000 sfollati in tutto il Paese. Sono le conseguenze del ciclone tropicale Gezani che il 10 febbraio scorso si è abbattuto sulla costa orientale del Madagascar. La città più colpita è Toamasina, la seconda più grande dell’isola, dove il ciclone ha toccato terra con venti sostenuti di 180 chilometri orari, causando danni all'80% del centro. “In questo contesto, i team di Azione Contro la Fame hanno fornito immediatamente supporto logistico per assistere la popolazione e contribuire al coordinamento della risposta umanitaria di fronte a bisogni in rapido aumento”, racconta Simone Garroni, direttore generale di Azione contro la Fame Italia.

Ascolta l'intervista con Simone Garroni

Ritorno alla normalità

“La situazione è molto difficile - spiega Garroni - la furia del ciclone ha investito la costa est su un raggio di circa 100 km, da Toamasina fino a Brickaville ed è arrivato anche in parte nell'entroterra. Teniamo conto che in Madagascar le abitazioni e gli edifici sono costruiti spesso con legno e lamiere, per cui sono estremamente fragili e hanno risentito moltissimo della forza devastante del vento, della pioggia, del fango”. Più di 50 mila abitazioni sono state danneggiate, mille scuole scoperchiate, una trentina di centri sanitari sono stati quasi completamente distrutti. Negli ultimi giorni la popolazione sta cercando di ritornare verso la normalità: “Hanno riaperto le scuole, c'è stato un intervento anche nel settore pubblico con distribuzione di cisterne di acqua pulita, ma ovviamente sono tantissime le persone coinvolte. C'è ancora molto da fare”.

Attività sanitarie

Le difficoltà causate dal ciclone si inseriscono nel contesto di un Paese già segnato da una grave crisi umanitaria, caratterizzata da insicurezza alimentare, siccità ricorrenti e un'elevata vulnerabilità agli shock climatici. “Il Madagascar è estremamente povero, quasi mezzo milione di bambini vivono in uno stato di malnutrizione acuta. L’isola è soggetta sia ai cicloni tropicali che alla siccità legata a fenomeni come El Niño, dunque c'è forte esposizione agli eventi climatici in un contesto largamente agricolo, con edifici e infrastrutture estremamente vulnerabili”. In questo contesto si inseriscono le attività di Azione contro la Fame: “Siamo impegnati in Madagascar da oltre 15 anni, siamo presenti da tempo sul territorio. L’associazione si occupa innanzitutto di interventi sul campo con cliniche mobili proprio per curare i bambini gravemente malnutriti: tramite le terapie nutrizionali riusciamo a riportare in salute i bambini che rischiano di morire”.

La situazione nella città di Toamasina
La situazione nella città di Toamasina   (AFP or licensors)

Il problema dell’acqua potabile

Oltre a questo, l’associazione promuove delle attività strutturali per cercare di fornire acqua pulita, soprattutto in situazioni come quella legata al ciclone, “ma anche nella capitale Antananarivo dove le persone vivono in baracche accanto ai canali fognari. Di fronte alle inondazioni questi canali vengono spesso riempiti dall'acqua e purtroppo vengono utilizzati. In mancanza di bagni questo rappresenta un grosso rischio igienico, quindi fornire acqua, e kit igienici per garantire un minimo di salute è essenziale. Accanto a questo ci sono anche altre operazioni di supporto psicologico e atte a favorire un'attività economica spesso di tipo agricolo, con l’obiettivo di dare maggiore autonomia e favorire una dieta che sia minimamente vicina a quelle che sono le esigenze nutrizionali delle persone”.

Emergenza abitativa

L’impegno della associazione è rivolto principalmente ai circa 16.000 sfollati che dopo il ciclone si sono ritrovati senza casa, costretti a vivere in condizioni molto precarie: “Un terzo di questi 16 mila si è rifugiato in abitazioni di amici, parenti o conoscenti, mentre due terzi si trovano in rifugi di fortuna, quindi una delle priorità è proprio quella di fornire alloggi temporanei per raccogliere gli sfollati. Queste persone vengono già da situazioni abitative estremamente instabili, ad Antananarivo le persone vivono in due metri quadrati di lamiere con un materasso, le pentole e tutto il resto, in situazioni estremamente gravi per quanto riguarda l’igiene e, ovviamente, in una condizione di precarietà notevolissima”.

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24 febbraio 2026, 10:02