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La misura perduta: lusso, potere e morale nell’antica Roma

Nel libro "Luxuria. Storie di banchetti, ville e altri eccessi nell’antica Roma", Salerno Editrice, 2025, Francesca Romana Berno ricostruisce il significato della parola latina come deviazione dalla misura e categoria morale della cultura romana. Il commento dell'archeologo Massimiliano Valenti che ne osserva le tracce nelle evidenze materiali

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

La luxuria latina non coincide con la nostra “lussuria”. Etimologicamente deriva da luxus e indica, in origine, amore per il lusso e spreco di denaro fine a sé stesso, spesso legato a occasioni effimere, di cui il banchetto costituisce l’esempio più evidente. Non a caso proprio un "convito di lusso" è raffigurato in copertina nel volume di Francesca Romana Berno, Luxuria. Storie di banchetti, ville e altri eccessi nell’antica Roma, pubblicato da Salerno Editrice nel 2025.

Ascolta l'intervista con la professoressa Francesca Romana Berno

Ma già nella radice etimologica è inscritta un’immagine più profonda. Luxus rinvia alla disarticolazione: è la stessa base da cui deriva la “lussazione”, una superficie articolare che esce dalla sua sede naturale. Per questo una definizione antica afferma: "Chi è soggetto alla luxuria è come se fosse sciolto nei piaceri". L’idea è corporea: ciò che si scioglie perde consistenza, come un corpo le cui membra non tengono più la posizione. Di fatto il termine finisce per indicare ogni comportamento che eccede la misura e il rigore, sconfinando nell’esibizione fino a diventare autodistruttivo. La luxuria è così la stortura innaturale del comportamento umano, violazione della mensura - la misura - che regge l’ordine civile.

Gaspare Diziani, Convito di Antonio e Cleopatra, 1745, Museo della Comunità Greco Orientale "Costantino e Mafalda Pisani, Trieste.
Gaspare Diziani, Convito di Antonio e Cleopatra, 1745, Museo della Comunità Greco Orientale "Costantino e Mafalda Pisani, Trieste.

Il banchetto come scena pubblica

Uno dei capitoli centrali del libro è dedicato ai banchetti, spazio emblematico in cui l’eccesso si rende visibile. Berno ricostruisce, attraverso Velleio Patercolo e altre testimonianze, la figura di Lucullo come paradigma dell’ostentazione aristocratica. Da qui nasce l’espressione “cena luculliana”. L’epiteto “Serse togato” – con cui venne ironicamente definito, richiamando il sovrano persiano celebre per la sua grandiosità e per le opere monumentali che sfidavano la natura – non è semplice battuta. Colloca quel lusso in un orizzonte percepito come spropositato e quasi orientale, la cosiddetta “luxuria asiatica” delle fonti, contrapposta alla sobrietà che la tradizione attribuiva agli uomini della Roma arcaica e repubblicana. Nel Satyricon di Petronio, analizzato con attenzione nel volume, Trimalcione rappresenta un altro volto dell’eccesso: quello del nuovo ricco che trasforma il convivio in spettacolo. La ricchezza non è più solo possesso, ma messa in scena.

Francesco Trevisani, Banchetto di Marcantonio e Cleopatra, tra il 1656 e il 1746, olio su tela 254 x 255 cm., Galleria Spada, Roma.
Francesco Trevisani, Banchetto di Marcantonio e Cleopatra, tra il 1656 e il 1746, olio su tela 254 x 255 cm., Galleria Spada, Roma.

La riflessione moralistica trova una formulazione incisiva in Seneca. Marco Antonio, scrive il filosofo, "vinse con le armi, fu vinto dai vizi": armis vicit, vitiis victus est (Ep. 51,5). Berno evidenzia come questa frase concentri il giudizio morale trasformandolo in diagnosi politica. La luxuria non resta confinata alla sfera privata: può incidere sul destino della res publica.

La copertina del libro (Salerno editrice 2025).
La copertina del libro (Salerno editrice 2025).

Publica magnificentia, privata luxuria

Per i Romani il discrimine non era la ricchezza in sé. Come osserva la professoressa Berno, la sfera privata aveva un peso secondario rispetto alla tenuta dell’ordine civico. I vizi davvero temuti erano quelli che producevano ricadute sociali. L’esibizione individuale della ricchezza poteva diventare segnale di disparità e generare risentimento. In quel caso si parlava di luxuria. Diverso era lo sfarzo destinato a un fine pubblico: edifici, giochi, opere utili alla comunità rientravano nella magnificentia. Cicerone lo sintetizza con una formula limpida: publica magnificentia, privata luxuria.

Jacques Callot, Luxuria, Personificazione di uno dei sette vizi capitali (1618-1625), acquaforte, Rijksmuseum, Amsterdam.
Jacques Callot, Luxuria, Personificazione di uno dei sette vizi capitali (1618-1625), acquaforte, Rijksmuseum, Amsterdam.

Campania felix: prosperità e ambivalenza

Tra i casi esaminati nel libro vi è la Campania, celebrata da Plinio come felix. Berno mette in luce l’ambivalenza di questa definizione: la fertilità del territorio e la ricchezza delle produzioni vinicole diventano, nel discorso moralistico, segnali di una possibile perdita di rigore. L’amenità del paesaggio, la facilità della vita, la disponibilità di beni non restano semplici elementi descrittivi. Nel discorso moralistico diventano indizi: segni di un possibile allentamento della disciplina, di una prosperità che può trasformarsi in mollezza. In questa prospettiva, la ricchezza del territorio non resta paesaggio, ma diventa argomento morale.

Servizio in argento metà del I secolo a.C. Metropolitan Museum of New York.
Servizio in argento metà del I secolo a.C. Metropolitan Museum of New York.

Le tracce nello spazio costruito

Nelle fonti antiche le descrizioni del lusso sono spesso minuziose. Gli autori non si limitano a condannare l’eccesso: ne raccontano gli spazi, i materiali, le soluzioni tecniche. Berno evidenzia con chiarezza questa dimensione narrativa: la letteratura costruisce immagini concrete dell’opulenza. È il caso delle pagine di Seneca dedicate alle ville costiere, con grotte artificiali e canali che convogliano l’acqua marina nei giardini. Non si tratta semplicemente di figure retoriche: quelle descrizioni trovano riscontro nei contesti archeologici documentati, dove l’architettura modifica il paesaggio per trasformarlo in scenografia del prestigio.

La cupola dell'Aula ottagona nella Domus Aurea,  dopo il 64 D.C., Roma
La cupola dell'Aula ottagona nella Domus Aurea, dopo il 64 D.C., Roma   (2024 mariordo59@gmail.com)

Dalle parole alle tracce materiali

Commentando le pagine del volume della Berno, l’archeologo. Massimiliano Valenti, docente all’Università degli Studi della Tuscia - Viterbo e direttore dei Musei Civici di Albano Laziale e del Museo Archeologico "Roger Lambrechts" di Artena, osserva che "le tracce archeologiche raccontano un’idea di ricchezza che si traduce in spazio costruito, materiali, soluzioni tecniche". Il dato materiale non ripete la polemica delle fonti: la confronta e la misura.
L’esempio più noto è la Domus Aurea, che trasforma un settore di Roma in paesaggio artificiale; la Coenatio rotunda, la sala da pranzo con il soffitto girevole ricordato dalle fonti, rende visibile un banchetto che piega la tecnica al piacere. Non meno eloquenti sono le grandi ville tuscolane della tarda età repubblicana, attribuite a personaggi come i militari e politici, del primo secolo avanti Cristo, Emilio Scauro o Gabinio, accusati di aver costruito dimore sproporzionate, quasi innaturali.

Peristilio  della Casa dei Vettii a Pompei.
Peristilio della Casa dei Vettii a Pompei.

Marmi importati, decorazioni ricercate, complessi residenziali affacciati sul mare rendono tangibile ciò che le fonti denunciano o amplificano. Talvolta il riscontro archeologico restituisce proporzioni meno caricaturali rispetto alla polemica degli autori antichi. Accanto all’architettura parlano gli oggetti: rivestimenti marmorei di pregio, frammenti di bronzi dorati con inserti preziosi, oggetti in cristallo di rocca, grandi servizi in argento rinvenuti nei tesori tardoantichi. "L’archeologia conferma il racconto delle fonti - osserva Valenti - ma lo restituisce nella sua scala reale". Lo sfarzo cambia forma: dalla villa extraurbana alimentata dalle spoliazioni orientali alla monumentalità imperiale che costruisce distanza e prestigio.

Ascolta l'intervista con il professor Massimiliano Valenti

La trasformazione in età cristiana

Nel capitolo conclusivo del suo libro, Berno segue la metamorfosi del termine in età cristiana. In Prudenzio la luxuria appare già come figura allegorica; con Papa Gregorio Magno la parola entra stabilmente nel catalogo dei vizi capitali e si concentra progressivamente sull’ambito erotico. In una prima fase permane una compresenza di significati: luxuria può ancora indicare anche il lusso materiale. Il cristianesimo non elimina lo sfarzo in quanto tale. Se la ricchezza è impiegata per glorificare Dio, non è condannabile - così come in età romana non lo era la spesa destinata al bene pubblico. Ciò che viene stigmatizzato è l’uso privato e autoreferenziale.
Con il tempo, tuttavia, l’ampia categoria romana si restringe fino a sovrapporsi al termine fornicatio. L’eccesso economico e sociale non scompare, ma cambia collocazione morale e lessicale, mentre il disordine del desiderio diventa il tratto dominante.
La vicenda prosegue nelle lingue moderne con esiti differenziati: in inglese luxury mantiene il riferimento al lusso materiale; in italiano “lussuria” si specializza in senso sessuale, mentre “lusso” designa l’ambito economico e simbolico. 

Il Palazzo di Teodorico, VI sec., mosaico, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna.
Il Palazzo di Teodorico, VI sec., mosaico, Basilica di Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna.

Un equilibrio sempre esposto

Dalla “cena luculliana” alla Campania felix, dalle pagine di Seneca alla riflessione cristiana, la luxuria non perde il suo nucleo: nominare il punto in cui la mensura si incrina. Anche quando il termine si restringe, resta l’immagine di una lussazione. È questo scarto a definire la parola: non semplice piacere, ma rottura della misura che regge la convivenza.
 

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17 febbraio 2026, 12:46