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Aiuti alimentari forniti ai bambini di El Fasher, nel Darfur settentrionale Aiuti alimentari forniti ai bambini di El Fasher, nel Darfur settentrionale 

Guerra in Sudan, i bambini arruolati a combattere già a 10 anni

L’impegno delle Emergency Response Rooms per cibo, assistenza e istruzione al fianco dei piccoli sudanesi, in un Paese insguinato da tre anni di guerra tra esercito di Khartoum e paramilitari. L'attivista Duaa Tarig: si tratta di bimbi che hanno conosciuto solo "armi, carri armati, jet da combattimento" e che hanno bisogno di guarire "mentalmente ed emotivamente". I progetti in corso riguardano anche le donne e le comunità locali

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Un Paese «diviso in quattro aree», tra quelle sotto il controllo delle Forze armate sudanesi (Saf), prevalentemente nel nord, nel centro e nell’est, e quelle dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf), in alcune aree del sud e dell’ovest, a tutt’oggi «in guerra tra loro», a cui si intreccia una miriade di gruppi armati attivi in particolare in Kordofan e Darfur. È un Sudan insanguinato da tre anni ininterrotti di guerra e macchiato da «atrocità davvero orribili» quello di cui parla ai media vaticani Duaa Tarig, membro delle Emergency Response Rooms, una rete locale che oggi conta 26.000 volontari in tutto il Paese africano, nata dal basso dopo lo scoppio del conflitto, il 15 aprile 2023, per fornire una risposta umanitaria alle emergenze sul terreno.

L'insicurezza, le epidemie e la carestia

Nel quadro di un viaggio verso la Germania su invito del ministero degli Affari esteri di Berlino, la giovane attivista ha partecipato nei giorni scorsi a Roma alla tavola rotonda “Sudan – The Silent Catastrophe”, organizzata all’Istituto Luigi Sturzo dalla Fondazione Hanns Seidel per l’Italia e il Vaticano e dall’ambasciata tedesca presso le Nazioni Unite.

Un momento dell'incontro “Sudan – The Silent Catastrophe”
Un momento dell'incontro “Sudan – The Silent Catastrophe”

«In Sudan ci sono ancora persone in prima linea, nelle zone attive, come il Kordofan, e poi ci sono persone o comunità che escono da un genocidio, come nel Darfur settentrionale, e ancora luoghi in fase di ripresa, come Khartoum, ma anche posti che non hanno vissuto la guerra e che, nonostante soffrano la povertà, ospitano le persone che fuggono dalle aree di combattimento», spiega. In base ai dati delle Nazioni Unite, la guerra ha causato almeno 40.000 vittime - ma secondo le organizzazioni umanitarie le cifre potrebbero essere molto più alte, oltre 150.000 morti, in un bilancio difficile da verificare per la profonda insicurezza sul terreno - e provocato la più grande crisi umanitaria al mondo, con più di 14 milioni di persone costrette ad abbandonare le loro case, tra epidemie e carestia.
Nelle Emergency Response Rooms, «sono stata coinvolta fin dal primo giorno» di guerra per soccorrere la popolazione sofferente, va avanti Duaa, originaria del Sudan settentrionale, ma nata e cresciuta a Khartoum. Come volontari e operatori umanitari, «veniamo dal background dei “comitati di resistenza”», gruppi attivi già durante le proteste popolari che nel 2019 portarono alla caduta di Omar al-Bashir, per trent’anni al potere. «Abbiamo iniziato a disegnare graffiti contro la guerra» — Duaa è una curatrice d’arte — e poi, nel pieno della crisi, «ci siamo dedicati all’assistenza umanitaria».

La rete delle Emergency Response Rooms

Oggi «parte del lavoro che svolgiamo come volontari consiste nel creare e mantenere i cosiddetti rifugi (shelters)» per gli sfollati interni, «le persone che fuggono dalle zone di combattimento verso aree relativamente più sicure». All’interno di tali strutture «forniamo pasti quotidiani e programmi di istruzione alternativa, che puntano a tenere occupati i bambini mantenendoli lontani dalla strada, e poi interveniamo direttamente contro la malnutrizione», a volte «con le risorse che abbiamo», in collaborazione con organizzazioni partner, a volte «ci affidiamo alla ricerca di soluzioni locali». Una iniziativa particolare, a cui Duaa ha preso parte direttamente, è quella delle community kitchens, le cucine comunitarie. «Sono spazi fisici che abbiamo in tutti i quartieri delle città sudanesi in cui operiamo», perlopiù in «scuole, cliniche o club che trasformiamo appositamente» per fornire in primis «un pasto giornaliero e poi, da lì, si sviluppa tutto il resto, compresi gli spazi sicuri per le donne, le “sale di riposo”, in cui per esempio possono allattare in un momento di privacy, le cooperative, altri luoghi per i bambini».

Duaa Tarig
Duaa Tarig

Le reti di mutuo soccorso delle Emergency Response Rooms, nel 2024 candidate per il premio Nobel per la pace, sono «un’organizzazione guidata da donne», ricorda l’attivista nel soffermarsi anche sull’impegno contro la violenza di genere. «Ci orientiamo verso soluzioni che provengono dalla comunità stessa», soprattutto nei «periodi di assedio o di mancanza di accesso alle organizzazioni o ai kit antistupro». L’obiettivo principale è quello di «aumentare la partecipazione delle donne, soprattutto nel processo decisionale, e ciò include formazione, sviluppo di capacità, progettazione, implementazione e cura delle proprie attività», soprattutto in un contesto in cui «gli uomini sono diventati bersaglio di reclutamento» da una o dall’altra parte. «Quindi abbiamo donne che partecipano alle cooperative agricole, al recupero e alla cura della comunità e del tessuto sociale, alla costruzione di scuole, come ad esempio in Kordofan».

Un sistema scolastico distrutto

Perché quella delle scuole in Sudan è una situazione «molto grave», tenendo peraltro in considerazione che «il sistema educativo non era così efficiente nemmeno prima della guerra»: e con le operazioni belliche gran parte degli edifici scolastici è stata danneggiata, se non distrutta. «Disponiamo di un programma di istruzione alternativa, che ha a che fare con la ricostruzione delle scuole, la fornitura di pannelli solari, in modo che ci sia accesso all’elettricità, la preparazione di pasti caldi per i bambini». Si tratta, riflette, di piccoli che «sono stati sottoposti a una forma di militarizzazione, cioè sono stati a contatto diretto e sono cresciuti con la guerra, hanno visto le armi, i carri armati, i jet da combattimento, molti hanno perso le loro famiglie o sono stati colpiti loro stessi, quindi sono traumatizzati. Attraverso il nostro programma educativo — va avanti l’attivista sudanese — curiamo i bambini, li aiutiamo a guarire mentalmente ed emotivamente, coinvolgendoli, rendendo gli spazi più adatti, portando giocattoli, fornendo cibo e cercando di rendere la scuola più attraente per loro». Perché l’età di reclutamento in Sudan si aggira «attorno ai 10 anni» e i bambini finiscono a combattere, «abbagliati dalle armi e dal potere».

Vicinanza e sollecitudine

Anche per questo aggiunge, quando le ricordiamo la vicinanza costante del Papa alle popolazioni sudanesi colpite dalla guerra, «è molto importante che l’attenzione sul Sudan non diminuisca». «Quando se ne parla sui media o nelle parole del Papa, ci riuniamo e seguiamo qualsiasi notizia, post, dichiarazione: solo così le persone possono pensare di non essere state dimenticate, perché in quei luoghi si è davvero scollegati dal mondo esterno. In fondo la solidarietà dà loro speranza e le fa sentire parte di qualcosa di più grande».

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26 febbraio 2026, 12:02