Quattro anni di guerra in Ucraina, la misura della poesia
Fabio Colagrande – Città del Vaticano
Dopo l’attacco del 2022, in questi quattro lunghi anni di guerra, la poesia ucraina non ha assunto il tono del manifesto. Più spesso è diventata un dispositivo di precisione: misura la perdita, registra il corpo, controlla il linguaggio quando la propaganda potrebbe saturarlo. In molte voci, la speranza non è un tema decorativo: è un gesto minimo, quasi tecnico, che impedisce al presente di chiudersi.
La guerra come cartografia della perdita
L’avvio più noto è una linea-segnale, precedente al conflitto del 2022, tracciata da Lyuba Yakimchuk – scrittrice ucraina nata nel 1985 a Pervomaisk, nel Donbas – nel suo lungo poema Apricots of Donbas (2015): “Where no more apricots grow, Russia starts” (“Dove non crescono più albicocche, comincia la Russia”.) Non è un’immagine “bella”: è una cartografia. La guerra ridefinisce i confini non con trattati, ma con l’interruzione della vita ordinaria: un frutto, un cortile, una stagione. Eppure, proprio questa mappa “vegetale” trattiene un resto di futuro: ciò che potrebbe tornare a crescere, se la terra smettesse di essere occupata dal fuoco.
Nella poesia di Serhiy Zhadan – classe 1974, uno dei più celebri scrittori e musicisti ucraini contemporanei, anche lui originario del Donbas – la guerra entra nel lessico delle cose costruite: casa, muro, fango, sale. In una poesia spesso citata nelle traduzioni inglesi, la necessità è detta senza enfasi: “How did we build our homes? / When you stand under a winter sky / where clouds turn and float away, / you know you must live where you’re not afraid to die…” (“Come abbiamo costruito le nostre case? / Quando si sta sotto un cielo d’inverno / in cui le nuvole girano e fluttuano, / si sa che bisogna vivere dove non si ha paura di morire…”). La frase sembra paradossale, ma descrive una psicologia collettiva: non l’eroismo, bensì l’adattamento. E in quell’adattamento la pace appare come l’unica normalità sensata: non un premio morale, ma la condizione che rende di nuovo abitabile la lingua.
Scrivere quando il linguaggio è sotto assedio
La lingua, infatti, è un campo di battaglia. Iryna Shuvalova, poetessa, traduttrice e studiosa ucraina nata a Kyiv nel 1986, in To Write About War, mette a tema l’insufficienza delle parole: “what can you say when over there / everyone everywhere is shouting / sirens screaming / smoke crackling high up / crooked mouths of shattered windows / desperately howling” (“Cosa puoi dire quando là fuori / tutti ovunque urlano / le sirene strepitano / il fumo crepita in alto / le bocche storte delle finestre in frantumi / ululano disperatamente”). Ma insieme resta l’ostinazione del poeta: scrivere quando il linguaggio sembra “vuoto” non salva, ma impedisce che l’esperienza venga consegnata soltanto ai bollettini. Qui l’anelito alla pace non è proclamazione, è la ricerca di un ritmo umano in mezzo al rumore, una pratica di memoria che lascia spazio a ciò che non è odio.
Anche Halyna Kruk – scrittrice, traduttrice e critica letteraria ucraina, nata nel ‘74 a Leopoli (Lviv) – lavora su questa soglia. Nelle sue poesie tradotte e circolate in questi anni, la guerra accorcia le distanze, comprime le biografie, costringe a guardare l’essenziale: “war shortens the distance from person to person, / from birth to death, / from what we never wished for / to what it turned out we were capable of” (“la guerra accorcia la distanza tra persona e persona, /tra nascita e morte, / tra ciò che non avremmo mai desiderato, / e ciò di cui si è scoperto saremmo stati capaci”). Ma in quello sguardo netto compare una forma di resistenza che non coincide con la vendetta: continuare a distinguere, a nominare, a non confondere la difesa con la disumanizzazione.
La casa come promessa di nuova vita
Quando la poesia cerca esplicitamente una via di “nuova vita”, spesso lo fa passando dalla casa, non come proprietà, ma come possibilità. Kateryna Kalytko – poetessa, scrittrice e traduttrice ucraina di spicco, nata nel 1982 in Vinnytsia, nella zona centrale del Paese, scrive: “Home is still possible there, / where they hang laundry out to dry, /and the bed sheets smell of wind and plum blossoms…” (“Una casa è ancora possibile lì, / dove stendono i panni ad asciugare / e le lenzuola profumano di vento e fiori di prugna…”). La propria dimora è definita con gesti concreti: panni stesi, odore di vento, intimità fragile. È una scelta programmatica: sottrarre la vita al monopolio della violenza. La pace, qui, non è un concetto astratto; è il ritorno del quotidiano come diritto.
Poesie, queste, che non negano l’odio generato dall’aggressione del nemico, ma lo tengono a vista, per non esserne governate. La speranza, perciò, non suona come consolazione. È semmai una disciplina: conservare immagini di futuro mentre si attraversa la perdita; difendere la lingua dall’abuso; proteggere il dettaglio umano dalla semplificazione. In questo senso, la poesia ucraina di questi anni non “abbellisce” la guerra: la espone. E proprio così lascia intravedere - senza retorica - che la pace non sarà un’emozione, ma un lavoro: ricostruire case, relazioni, lessico; ricominciare a far crescere albicocche dove oggi comincia la linea del fronte.
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