Mutilazioni genitali femminili, verso un graduale cambiamento
Giada Aquilino - Città del Vaticano
«Insieme possiamo porre fine a questa ingiustizia una volta per tutte». È l’esortazione a un impegno comune e globale quella lanciata dal segretario generale dell’Onu, António Guterres, nell’odierna Giornata internazionale della “tolleranza zero” contro le mutilazioni genitali femminili, istituita dall’Organizzazione mondiale della sanità nel 2003.
Oggi, riferiscono le Nazioni Unte, oltre 230 milioni di ragazze e donne - circa 4 milioni all’anno, di cui oltre 2 milioni prima dei cinque anni di età - sono state sottoposte a tali pratiche, che costituiscono una violazione dei diritti umani e in particolare dei diritti fondamentali delle ragazze e delle donne. I pericoli sono altissimi: si stima che altri 22,7 milioni di ragazze rischino la stessa sorte entro i prossimi quattro anni, a meno che non si acceleri un’azione adeguata. Per questo il tema scelto per gli eventi odierni è: «Porre fine alle mutilazioni genitali femminili entro il 2030». Eppure, evidenzia al contempo l’Onu, il tasso di declino dovrebbe essere «27 volte più veloce per raggiungere» in tempo tale traguardo.
«Siamo purtroppo lontani dal raggiungere l’obiettivo per il 2030, ma ci sono segnali sicuramente incoraggianti sia a livello mondiale sia più locale», spiega Laura Gentile, referente tematica sulle mutilazioni genitali femminili per Amref Italia. «Nelle ricerche e negli studi degli ultimi anni si vede come gradualmente ci sia un abbandono di tali pratiche, soprattutto tra le nuove generazioni: e questo ci dice che ogni bambina, ogni ragazza che non vi è stata sottoposta sarà potenzialmente una futura mamma che a sua volta sceglierà, insieme alla famiglia, di non sottoporre le proprie figlie a mutilazioni genitali femminili».
Una pratica ancora troppo diffusa
Il rapporto globale per il 2025, curato da network europei e statunitensi e presentato a novembre da Amref Italia, evidenzia come la pratica sia però ancora diffusa a livello planetario. «Sono almeno 94 i Paesi nel mondo in cui esiste ed è importante esserne consapevoli per comprendere come intervenire, con azioni di prevenzione e di contrasto», evidenzia Gentile. Si va dall’Africa all’Asia, dal Medio Oriente all’America Latina, dall’Europa al Nord America. «Parliamo ad esempio della Somalia, del Sudan, dell'Egitto, della Nigeria. I flussi migratori fanno sì poi che anche in Europa siano presenti donne che sono state sottoposte a questa pratica o bambine che potrebbero essere a rischio. Esistono inoltre evidenze che ci parlano di casi diffusi pure in America del Sud o in Paesi asiatici, come l’Indonesia. Possono esserci diverse forme di intervento sul corpo di una bambina o di una ragazza, legati a una certa idea di “igiene” o come rito di passaggio all’età adulta. In altri casi vengono effettuati in età neonatale, per sancire l’accesso all’interno della comunità», riferisce la rappresentante della onlus, nata a Nairobi nel 1957 e con anni di impegno ed esperienza in Africa, Italia e Europa, attraverso progetti di educazione, assistenza sanitaria e psicologica, percorsi di empowerment per le vittime.
I rischi, da un punto di vista della salute fisica e mentale, rimangono elevati: «Infezioni, ferite profonde, emorragie, che in alcuni casi portano addirittura alla morte, ma anche disfunzioni e difficoltà durante la gravidanza e il parto», ricorda. Ma conseguenze si riscontrano pure dal punto di vista più strettamente psicologico: «Stati di ansia e di stress nell'immediato e disturbi post-traumatici più a lungo termine, proprio perché l’intervento in sé può essere effettuato in maniera traumatica».
«Da una parte - prosegue - le donne riferiscono che nella stragrande maggioranza dei casi l’intento della comunità o della famiglia d’origine era quella in qualche modo di preservare una tradizione. Dall’altra si rendono conto delle conseguenze sul loro corpo ma anche sulla loro memoria, sui loro ricordi e gradualmente, tramite spazi di incontro e di dialogo, diventano sempre più consapevoli dell’importanza che questa pratica non continui ad essere effettuata e a ripetersi».
In Italia circa 88.500 i casi
In Italia, secondo uno studio condotto dall'Università di Milano Bicocca, Università di Bologna e Fondazione Ismu-Iniziative e studi sulla multietnicità, si stima siano presenti circa 88.500 donne che hanno subito mutilazioni genitali femminili. La maggior parte nate all’estero, mentre le donne che hanno subito la pratica fra le nate in Italia sono poco numerose, ma non pari a zero. «Dobbiamo essere consapevoli di quanto sia importante lavorare in un’ottica di intercettazione precoce del rischio, perché per esempio anche durante i viaggi di ritorno le bambine che magari vivono in Italia potrebbero essere sottoposte» a questa forma gravemente lesiva di sopruso: le bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio in Italia risultano infatti 16.000.
Ciò che emerge da tali dati, «che concordano con quelli a livello globale, è comunque che le giovani donne subiscono mutilazioni genitali meno frequentemente rispetto alle adulte: c’è un calo generale, per cui la prevalenza è più alta nelle donne sopra i 50 anni e scende col diminuire dell’età». A proposito poi del livello di percezione degli italiani rispetto al tema, un’indagine Ipsos condotta per Amref Italia mostra come solo il 7% si dichiari molto informato, un dato che sale all’11% tra la cosiddetta “GenZ”, approssimativamente i nati tra il 1997 e il 2012. «Siamo consapevoli - afferma Gentile, ricordando che su questi temi Amref Italia interviene oggi a Roma ad un evento organizzato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore - che c’è ancora molto da fare», soprattutto in un momento di tagli ai finanziamenti internazionali agli aiuti allo sviluppo. «È necessario intervenire a livello di informazione e di sensibilizzazione, lavorando direttamente con le comunità in una prospettiva di ascolto, promozione, empowerment sia femminile sia comunitario e facendo leva sulle istituzioni, perché riconoscano come questo sia un tema di cui è necessario parlare, con un approccio di costruzione condivisa con le comunità in percorsi che portino gradualmente a un cambiamento». Anche in tale ottica rientra il Progetto Y-ACT, portato avanti da Amref e altre organizzazioni internazionali, affinché il dialogo intergenerazionale e il coinvolgimento delle giovani generazioni siano chiavi proprio per quel cambiamento.
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