Giornata del ricordo, la tragedia delle foibe al Vittoriano
Martina Accettola - Città del Vaticano
Il 10 febbraio si celebra la Giornata del Ricordo, istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004 per rinnovare la memoria della tragedia delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Le foibe, cavità naturali diffuse soprattutto in Istria e nel Carso triestino, sono divenute durante e dopo la Seconda guerra mondiale il simbolo delle terre di confine, segnate da conflitti identitari, culturali e politici.
Le esecuzioni
Nel 1945, con l'occupazione dei territori italiani da parte delle truppe jugoslave guidate da Josip Broz Tito, molte di esse furono utilizzate come luoghi di eliminazione e occultamento dei corpi di civili e militari, italiani ma anche sloveni e croati, considerati oppositori del nuovo regime. In molti casi, i prigionieri venivano condotti presso le foibe con le mani legate tra loro mediante fili di ferro e disposti lungo il bordo delle cavità. Le esecuzioni avvenivano spesso attraverso raffiche di mitra: colpendo alcuni prigionieri, gli altri venivano trascinati nella foiba dal peso dei corpi; non tutti morivano immediatamente e alcuni rimanevano agonizzanti per giorni sul fondo delle cavità.
L'esodo giuliano dalmata
Parallelamente, tra il 1945 e i primi anni Cinquanta, centinaia di migliaia di italiani lasciarono Istria, Fiume e Dalmazia, per preservare la propria identità culturale e storica. In occasione di questa ricorrenza, al Vittoriano è visitabile la "Mostra degli Esuli Fiumani, Dalmati e Istriani", dedicata alla memoria di queste vicende.
Mostra degli Esuli Fiumani, Dalmati e Istriani
Il Vittoriano, diretto da Edith Gabrielli, ospita nelle Sale del Grottone una mostra dedicata alla tragedia delle foibe e all'esodo di oltre 300.000 italiani dalle terre dell’Adriatico orientale. Attraverso immagini, documenti, oggetti e fotografie, il percorso offre uno spazio di conoscenza e riflessione sulla memoria condivisa. L'allestimento, interamente reversibile, guida il visitatore tra un involucro scuro e materico, simbolo della densità della storia, e un nastro sospeso in acciaio corten, metafora del tempo che scorre.
Come sottolinea il curatore Massimiliano Tita: "La memoria viva è la forma più alta di speranza. Senza memoria una nazione non è più una comunità, mentre una cultura capace di aprirsi al futuro può ancora unire, guarire e generare fiducia". Tra le installazioni, a ricordare gli infoibati e Norma Cossetto, una sedia Thonet, un monocolo e una rosa rossa tra le rocce, simboli di assenza e memoria. Il percorso si chiude con una sala istituzionale, dove la bandiera italiana dialoga con i gonfaloni di Istria, Fiume e Zara. La mostra, promossa dalla Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero della Cultura, si inserisce nel percorso del Vittoriano, realizzando la visione dell’allora Presidente Carlo Azeglio Ciampi di uno spazio dedicato alla memoria delle terre dell’Alto Adriatico orientale.
Da Norma Cossetto a Don Francesco Bonifacio
Nell'Aula di Montecitorio si è svolta questa mattina la cerimonia celebrativa alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e del Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Durante l'incontro è stato letto un brano tratto dal libro "Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio", di Mario Ravalico (Edizioni Ares), che ripercorre la vita e il martirio del sacerdote, testimone di fede e coraggio, in occasione dell'ottantesimo anniversario della sua scomparsa, avvenuta l'11 settembre 1946. Don Bonifacio fu arrestato e ucciso a causa della sua attività pastorale e del suo impegno cristiano. Il 3 luglio 2008 Papa Benedetto XVI lo ha riconosciuto martire in odium fidei e il 4 ottobre dello stesso anno è stato proclamato beato.
"Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio"
Il primo settembre 1946, don Francesco Bonifacio, sacerdote a Villa Gardossi (oggi Crassiza), pronunciò quella che sarebbe stata la sua ultima omelia, invitando al perdono e all'amore verso tutti, anche verso i propri nemici sull'esempio di Gesù: "Ama persino il suo traditore che lo chiama addirittura amico, ama i propri crocifissori e per essi domanda perdono al Padre celeste. Ecco quale esempio ci ha lasciato Gesù verso il nostro prossimo: dunque imitiamolo". Dieci giorni dopo, l'11 settembre, venne rapito e ucciso, e il suo corpo scomparve. Il libro di Mario Ravalico, esule istriano e autore di decenni di ricerche tra archivi, documenti e testimonianze dirette, ricostruisce la vita, la scomparsa e il martirio di Bonifacio, affrontando anche il silenzio e la diffidenza che ancora oggi avvolgono molte comunità istriane. Il testo indaga le ragioni del suo martirio e il destino dei suoi resti, offrendo anche un'analisi storica e morale che illumina una delle pagine più oscure del Novecento.
Don Francesco visse nello stesso contesto rappresentato dalla mostra al Vittoriano, quello segnato dalle persecuzioni del regime comunista jugoslavo. Nel 1939 venne nominato cappellano a Villa Gardossi e si distinse soprattutto per l'impegno verso i giovani, in particolare attraverso attività sportive e catechistiche. Dopo la guerra, come italiano e sacerdote, divenne però bersaglio dei nuovi amministratori jugoslavi, irritati dalla sua capacità di mantenere viva la fede e la comunità. Per questo motivo, nell'estate del 1946 fu arrestato e l'11 settembre venne accoltellato e portato via. Il suo corpo non è mai stato ritrovato.
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