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Un momento del "Falstaff" al san Carlo di Napoli Un momento del "Falstaff" al san Carlo di Napoli  (Luciano Romano)

Un Falstaff tra malinconia e ironia

Nove minuti di applausi al Teatro di San Carlo di Napoli per una nuova produzione che riporta al centro l’attualità del Verdi maturo: dalle dodici campane del terzo atto alla fuga finale, un invito a unire profondità e leggerezza. Il baritono protagonista Luca Salsi: Verdi è così attuale perché ci dice di prenderci meno sul serio

Marcello Filotei - Città del Vaticano

Nel terzo atto di Falstaff, poco prima dell’ingresso del protagonista nel parco di Windsor, Giuseppe Verdi mette in partitura dodici rintocchi di campana. Non è un semplice effetto, è un segnale strutturale. Le campane certamente servono a scandire la mezzanotte, ma segnano anche il passaggio a un tempo sospeso e rituale, quasi iniziatico, che prepara la burla finale. Si tratta di un raffinato gesto di scrittura, ma anche di una soglia drammatica che fonde ironia e rigore costruttivo. Domenica scorsa dalla platea del Teatro di San Carlo, per la prima di questa nuova produzione, si aveva l‘impressione che quei dodici colpi parlassero al mondo di oggi, al suo bisogno di fondere profondità di pensiero e leggerezza di spirito.

La regia firmata da Laurent Pelly e la direzione d’orchestra di Marco Armiliato sembravano muoversi sulla stessa falsariga, grande scorrevolezza, ironia e brillantezza, senza perdere di vista il carattere a tratti malinconico del testo. Nel ruolo del titolo è stato chiamato Luca Salsi, alla testa di una compagnia di canto appropriata per stile e coesione. Alla fine nove minuti di applausi hanno salutato i protagonisti con particolare entusiasmo per la Nannetta di Désirée Giove e per lo stesso Salsi, autentico centro gravitazionale della serata.

Luca Salsi, perché Verdi resta così importante oggi?
In primo luogo Verdi per quel che mi riguarda è il più grande compositore di melodramma di tutti i tempi. E quindi finché si vorrà continuare ad eseguire l'opera, finché ci permetteranno di continuare a fare opera, sicuramente Verdi non morirà. E poi perché le storie delle opere di Verdi sono assolutamente contemporanee, sono trasportabili in qualsiasi epoca. I rapporti tra padre e figlia, la gelosia, l’odio riempiono storie che possono servire a capire il mondo di oggi, tant'è che ad esempio il Rigoletto è un'opera che si può benissimo ambientare ai giorni nostri perché funziona molto bene. Poi che piaccia o no questo è un altro discorso.

Parliamo di sentimenti che trascendono le epoche così come quelli del Falstaff, questo splendido libretto di Arrigo Boito che ci parla di un uomo molto altezzoso e prepotente e che però poi, quando si trova di fronte a una signora che vuole conquistare dice «quando ero giovane sottile sottile, ero gentile gentile». Un personaggio che sembra così sicuro di sé e poi invece alla prova dei fatti è molto delicato...

Verdi lo chiamava «il mio pancione» in modo affettuoso. È un personaggio che nasconde dietro a questo aspetto rude una sua sensibilità, tant’è che le lettere che scrive ad Alice e a Meg per conquistarle sono poetiche, scritte bene. E non dimentichiamoci che lui è Sir John Falstaff, quindi è stato nominato cavaliere, ha un titolo nobiliare, probabilmente è stato veramente un paggio, snello, ricco, e poi è caduto in disgrazia come tantissimi nobili. Però non ha perso il suo lato gioioso, comico, allegro, spensierato. A me piace che esca anche l’aspetto felice, spensierato. Peraltro lui è convinto di essere un gran seduttore. Non lo fa per finta, pensa veramente di essere bellissimo. Tant'è che nel trucco che mi fanno quando lo interpreto ho sempre cercato di non farmi fare troppo rivoltante. Perché il personaggio deve avere qualcosa che ricordi i tempi in cui forse era un bel ragazzo.

Lei musicalmente deve tenere assieme l'arroganza e la delicatezza: qual è la chiave che ha scelto per ottenere questo risultato?

La malinconia, credo che sia la chiave di lettura del personaggio di Falstaff. Io vorrei che alla fine il pubblico provasse una sorta di tenerezza, che avesse voglia di venire sul palco ad abbracciare questo personaggio, che in fondo cosa ha fatto di male. È stato ingannato perché faceva lo spaccone. Però è uno andato in disgrazia, non ha più soldi, mangia gli scarti che ha in casa, beve e basta. Si è trovato in una situazione dove pensava di poter giocare con due donzelle ed è stato preso in giro, è stato buttato dentro il Tamigi, gliene hanno fatte di tutti i colori, alla fine merita un po’ di comprensione.

Le comari che gli giocano delle burle molto pesanti sembrano le più cattive di tutti, mentre i suoi due servitori, che dovrebbero essere persone pessime, sicuramente dei ladri, sono gli unici che si rifiutano di fare qualcosa di brutto. Emerge molto questa doppia lettura dalla regia di Laurent Pelly...

Devo dire che mi è piaciuta molto, anche perché è un po’ l'idea che io ho sempre avuto da quando ho debuttato l’opera nel 2020. Per me Falstaff è un personaggio serio, non buffo. Non credo sia un'opera comica, è un'opera che fa sorridere, che fa divertire, con un personaggio che fa sorridere e divertire proprio perché crede in quello che sta facendo. Quando va a cambiarsi per presentarsi ad Alice, per esempio, fa sorridere il pubblico, ma lui ci crede. Lui è serio, non lo fa per far ridere la gente, non è don Bartolo, non è don Pasquale, è un personaggio serio. Ricordiamoci che è sempre Verdi.

Nel finale quando viene deriso, gli dicono cose tremende, che oggi oggi sarebbero catalogate come body shaming...

Oggi non si potrebbe più scrivere un’opera così. A me dà anche un po’ fastidio. Quando rispondo alle domande che mi fanno, soprattutto quando canto il 7 dicembre all'inaugurazione della Scala, ricordo sempre quello che dice Canio dei Pagliacci: «Il teatro e la vita non sono la stessa cosa». Un conto è far teatro, regalare emozioni, far pensare, far ragionare, un altro è la vita vera. Otello deve essere nero perché è un moro. Non c'è nessuna offesa. Otello è nero, come Aida, Butterfly è orientale. Ma oggi questo crea problemi.

Tornando alla musica, come considera quella fuga finale che ci invita a capire che «tutto nel mondo è burla» nella quale tutta la compagnia di canto, insieme, spiega a chi è in sala che i burlati sono anche loro?

Lì Verdi è stato assolutamente geniale, ma non soltanto nella fuga anche in altri punti. Ad esempio, quando entro nel terzo atto con le campane ha scritto dodici colpi e li ha armonizzati tutti diversamente, perché era accusato di non saper usare bene l'armonia. Lo ha fatto anche perché gli hanno sempre tagliato le campane del Rigoletto, anche lì i colpi sarebbero dodici, ma ne suonano sempre sei, perché non si sa. È lo stesso motivo per il quale ha composto questa fuga incredibile, che sembra una fuga bachiana. Dove con un linguaggio molto raffinato si dice che siamo tutti gabbati. Forse dobbiamo imparare che ci vuole un po’ più di leggerezza nelle cose. Ecco, questo secondo me è il senso di questa fuga. Forse questo è un altro dei motivi per cui Verdi è così attuale, perché ci dice di prenderci meno sul serio.

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20 febbraio 2026, 07:30