Il Bangladesh del dopo voto, le minoranze tra attesa e speranze
di Paolo Affatato
C'è soddisfazione e speranza tra i cristiani e le altre minoranze religiose in Bangladesh all'indomani delle elezioni politiche. Il voto del 12 febbraio, il primo dopo le rivolte degli studenti che nel 2024 hanno esautorato il governo di Sheikh Hasina, l'ex premier fuggita all'estero, ha sancito la vittoria del Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp), che ha conquistato una larga maggioranza: con due terzi dei seggi in Parlamento si prepara formare, con il suo leader Tarique Rahman, figlio della storica leader Khaleda Zia, tornato dal Regno Unito dopo 20 anni, il nuovo governo del paese.
Pluralismo e democrazia
La vittoria del Bnp ha scongiurato il pericolo che al potere potessero andare i partiti islamisti che, dopo un lungo periodo di allontanamento dalla scena politica – Hasina li aveva banditi, mentre, in questa tornata, il suo partito, la Awami League, è stato bandito – si sono riaffacciati alla politica attiva. In un Paese a larga maggioranza islamica, dove 500mila cattolici costituiscono una esigua minoranza dello 0,3%, su circa 180 milioni di abitanti, il risorgere dei partiti islamici, con la loro agenda di stampo integralista, potrebbe penalizzare le minoranze indù e cristiane, come le donne e i gruppi indigeni. "Negli ultimi due anni, segnati dalla proteste e dall'ascesa movimenti studenteschi, la Chiesa e le comunità religiose minoritarie hanno sempre indicato la necessità di preservare il pluralismo, la democrazia, i diritti e le libertà fondamentali nella vita nazionale", spiega ai media vaticani padre Albert T. Rozario, parroco della cattedrale di Santa Maria nella capitale Dhaka e presidente del “Bangladesh Hindu Buddhist Christian Unity Council. All’indomani del voto, l'organismo interreligioso ha rilasciato una dichiarazione in cui si chiede al partito che guiderà il Paese di “proteggere i diritti umani delle minoranze religiose in Bangladesh, promuovere il ripristino della parità di diritti per tutti i cittadini, indipendentemente dall'affiliazione religiosa”. I leder religiosi esprimono gratitudine al governo ad interim, alla Commissione elettorale, all’esercito del Bangladesh, per l'impegno profuso nel garantire che un voto pacifico, auspicando che "in futuro si possa costruire un Bangladesh democratico contro ogni tipo di disordini e caos”.
Un voto pacifico
In effetti, ha notato all’agenzia Fides Subroto Boniface Gomes, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Dhaka, “siamo stati favorevolmente colpiti dal fatto che le operazioni elettorali siano state del tutto pacifiche. Non si sono registrate vittime o violenza, un fatto senza precedenti nella storia del Bangladesh". E con la vittoria di un partito ritenuto moderato, “vedo che i cristiani bangladesi nutrono buone speranze per l’avvenire", nota. Date le imponenti misure di sicurezza messe in campo dal governo ad interim, guidato dal premio Nobel Muhammad Yunus, che ha guidato la transizione, la popolazione ha potuto dunque svolgere serenamente l'esercizio del diritto di voto, come testimonia l’affluenza alle urne, attestatasi intorno al 60% degli oltre 127 milioni di votanti registrati.
Una giornata di preghiera
Dopo l’annuncio dei risultati ufficiali, con 212 dei 299 seggi del Parlamento assegnati al Bnp (un seggio è rimasto vacante causa la morte di un candidato eletto), e 77 seggi guadagnati dalla coalizione dei gruppi islamisti, guidata dal Jamaat-e-Islami, il presidente del Bnp, Tarique Rahman, ha annunciato per ieri, 13 febbraio, una giornata di preghiera in tutto il Bangladesh. L' invito è stato accolto come un segno importante dalla popolazione sia musulmana che cristiana, per il suo significato riportare nella sfera pubblica anche una dimensione spirituale. “La nazione ha bisogno di pace e stabilità”, ha detto Rahman, invocando l'unità dei cittadini per risollevare la nazione e promuovere uno sviluppo sociale ed economico. I cristiani condividono questo approccio, nell’ottica di costruire una democrazia caratterizzata da valori come giustizia, pace, libertà, armonia interreligiosa. Nello sforzo di dare un volto nuovo al Paese, a destare perplessità è stata la scelta del partito guidato dagli studenti: il National Citizen Party (Ncp), nato dal movimento di protesta, ha stretto un'alleanza elettorale con il partito Jamaat-e-Islami. Il Ncp, espressione della “Generazione Z” si era presentato come un'alternativa centrista e riformista al al predominio dei vecchi partiti, ma ha faticato a trasformare in consenso politico il sostegno ricevuto nelle strade, guadagnando solo 5 seggi.
Gli elettori hanno anche votato in un referendum sulle riforme alla Carta costituzionale, elaborate dal governo ad interim, approvando la limitazione dei mandati del primo ministro, l'istituzione di una Camera alta del parlamento.
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