Una casa dopo Gaza, in un luogo che accoglie
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Nel cuore della campagna toscana, la guerra non è una notizia lontana. Ha il volto di tre famiglie arrivate dalla Striscia di Gaza, con bambini piccoli, adolescenti, madri stremate e padri che hanno imparato a misurare il tempo in base alle terapie, alle visite mediche, alle notti senza sonno. Qui, in un centro di accoglienza gestito dalla "Fondazione Giovanni Paolo II per il dialogo, la cooperazione e lo sviluppo", la parola “ospitalità” assume un significato concreto: diventare spazio di respiro, tregua possibile, inizio fragile di una vita nuova.
La "Fondazione Giovanni Paolo II" è un ente nato per promuovere pace e sviluppo umano, attivo da anni nei contesti di guerra e fragilità - in particolare in Terra Santa e Medio Oriente - con progetti di emergenza umanitaria, tutela dell’infanzia e accoglienza delle famiglie più vulnerabili.
Una presenza che accompagna
A raccontare il lavoro quotidiano è il presidente della Fondazione, Damiano Bettoni, che descrive un accompagnamento continuo, fatto di relazioni e presenza. “Ci stiamo occupando di seguire queste famiglie per quanto riguarda la loro assistenza, il loro inserimento e i loro rapporti con la comunità”, spiega. “Dall’inserimento nelle scuole fino al rapporto con la sanità toscana, perché in alcuni casi i bambini sono seguiti dai servizi sanitari. Accanto a questo, riscontriamo una grande capacità della comunità parrocchiale, guidata da don Roberto Brandi, di stare vicino a queste famiglie”. Un sostegno che non si limita all’emergenza, cresce nel tempo. “Facciamo incontri regolari con la comunità per aiutarci reciprocamente a crescere, per offrire aiuto e servizi”, racconta Bettoni. “E troviamo una grande generosità: un cittadino, ad esempio, ha donato alla Fondazione un’autovettura da mettere a disposizione delle famiglie, perché le necessità di spostamento sono molte”. Lo sguardo è già rivolto al futuro. “La richiesta è alta: ci sono molte famiglie palestinesi in difficoltà, con figli in cura all'ospedale Meyer di Firenze”, spiega. “Per questo stiamo lavorando per individuare nuove strutture e nuove comunità che possano accoglierle”.
Parallelamente all’assistenza, prende forma anche un investimento sul lungo periodo. “Insieme alla comunità islamica stiamo sostenendo borse di studio che permetteranno a studenti palestinesi di frequentare l’Università di Firenze”, conclude. “Da una parte l’aiuto alle famiglie arrivate attraverso i corridoi sanitari, dall’altra un impegno sulla cultura e sulla formazione, perché il futuro passa anche da lì”.
Una presenza che genera vita
Accanto al lavoro della Fondazione, il territorio è presente, accompagna nel tempo i nuovi ospiti. Non solo nel momento dell’arrivo. È una quotidianità fatta di relazioni, attenzioni, piccoli gesti condivisi. Una partecipazione discreta che ha trasformato l’accoglienza in un’esperienza vissuta insieme. Così, famiglie giunte con un carico di dolore e di perdita hanno finito, senza volerlo, per restituire nuova vita nella comunità: una vitalità fatta di incontri, responsabilità reciproca, senso rinnovato dello stare gli uni accanto agli altri.
Tre famiglie, una stessa ferita
Sono tre i nuclei oggi accolti alla Pieve di Sant’Agata in Arfoli. La prima famiglia, quattro figli dai 19 ai 3 anni, è arrivata in Italia il 14 agosto attraverso i corridoi sanitari. Per settimane ha vissuto in una casa vicina al Meyer: la figlia maggiore soffre di una grave insufficienza renale e deve sottoporsi a dialisi tre volte a settimana. Solo quando la situazione clinica si è stabilizzata, la famiglia ha potuto lasciare l’alloggio sanitario e raggiungere il centro di accoglienza.
La seconda famiglia, composta da una madre e da un bambino di cinque anni, è giunta con lo stesso volo ed è arrivata a Sant’Agata tra ottobre e inizio novembre. Anche per loro, i primi mesi sono stati legati alle cure e alla necessità di mettere in sicurezza il bambino, prima ancora di immaginare qualsiasi progetto.
La terza famiglia, con due figli di 5 anni e 3 mesi, è in Italia dal 30 settembre e ha raggiunto la Pieve a dicembre. La figlia più piccola è nata prematura, con una massa tumorale superiore ai due chili. Operata al Meyer pochi giorni dopo la nascita, ha affrontato un lungo ricovero. Oggi può vivere a casa, ma necessita di controlli frequenti, terapie continue e dispositivi medici, anche per episodi di apnea legati alla prematurità.
Oltre l’emergenza
Senza i corridoi umanitari, molti di questi bambini non sarebbero sopravvissuti. È un paradosso duro da nominare: la possibilità di uscire da Gaza si è aperta proprio attraverso la malattia dei figli, trasformando la fragilità più estrema nell’unico varco di salvezza. Ma l’accoglienza non si esaurisce in un tetto. Gli operatori della Fondazione accompagnano le famiglie nei passaggi più delicati: l’iscrizione a scuola dei figli, la residenza, l’assegnazione del medico di famiglia, le visite specialistiche, i corsi di lingua italiana. Le prime due famiglie hanno già iniziato le lezioni; la terza lo farà a breve, con insegnanti che arrivano direttamente a domicilio. È un lavoro paziente, quotidiano, fatto di piccoli avanzamenti.
“Eravamo circondati dalla morte”
Uno dei genitori è il padre della ragazza in dialisi: racconta con pudore ciò che ha lasciato alle spalle. “Io provo molto a dimenticare. La situazione a Gaza era molto brutta, quasi tutta distrutta. Ma quello che mi ha colpito di più è stato il crollo delle strutture sanitarie. Mia figlia non riusciva a fare la dialisi con regolarità. Cinque delle persone che venivano con lei sono morte. Ho capito che restando lì avrebbe rischiato la vita”. Non parla di rabbia. “Più che rabbia, era tristezza. Eravamo circondati dalla morte. Ogni giorno una brutta notizia: un vicino, un parente, qualcuno ferito. Non avevo paura di morire, avevo paura di non esserci più per la mia famiglia. Di non riuscire a portare il cibo, le medicine, di non poterli proteggere”.
Ripartire dal lavoro
Prima della guerra, gestiva un’azienda di import-export di famiglia. Sa che difficilmente potrà tornare a quel lavoro, ma non pone condizioni: è disposto a ricominciare in qualsiasi ambito. Il limite oggi è il tempo: accompagna spesso la figlia in ospedale, in attesa che si definisca anche il delicato percorso verso un possibile trapianto.
Anche per la terza famiglia, il lavoro rappresenta una possibilità di riscatto. Il padre, 28 anni, faceva il barbiere a Gaza. È arrivato con i suoi attrezzi. “In questi due anni non ho potuto fare il mio mestiere. Qui spero di poterlo riprendere, costruire qualcosa da lasciare ai miei figli, una vita stabile e normale”. Intanto i bambini della Pieve sfoggiano tagli di capelli impeccabili.
Studiare per scegliere
Tra le donne accolte c’è chi ha studiato informatica all’università. La guerra ha interrotto tutto. Ora il desiderio è tornare a imparare. “Vorrei fare un corso, rinfrescare quello che ho studiato", racconta. "In questo momento resterò in Italia: qui i miei figli hanno la possibilità di studiare. È fondamentale”. Il futuro resta aperto: tornare a Gaza, se un giorno sarà possibile, oppure costruire qui una nuova stabilità. È una scelta subordinata ai bisogni e ai diritti dei figli.
Il sogno della normalità
Alla più giovane delle madri viene chiesto quali siano oggi i suoi sogni. “Durante la guerra l’unico sogno era che tutto si fermasse. Ora il sogno è far crescere i bambini, farli studiare, dare loro i diritti che non avevano. Il mio sogno è la normalità”. Non grandi parole. Una casa, la scuola, un lavoro, la possibilità di immaginare il domani.
Una responsabilità condivisa
L’esperienza della Pieve di Sant’Agata in Arfoli racconta che l’accoglienza non è un gesto emergenziale, ma una responsabilità che coinvolge comunità, operatori, istituzioni. In queste stanze, tra uliveti e tracce di storia, la guerra non è finita: continua nei corpi fragili dei bambini, nelle terapie, nei silenzi degli adulti. Ma accanto a quella ferita, lentamente, prende forma un’altra possibilità: che la vita, pur segnata, possa ricominciare. Non come eccezione, ma come diritto.
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