Thailandia alle urne. Il 2026: l’anno della sfida nel nome della stabilità politica
Andrea Walton – Città del Vaticano
Il 2026 si preannuncia un anno politicamente cruciale per la Thailandia. Il Paese si prepara a elezioni parlamentari anticipate, fissate per l’8 febbraio, in un clima di incertezza e tensioni. Il quadro risente delle contrapposizioni tra forze conservatrici e pro-establishment, movimenti progressisti e partiti populisti, con alleanze mutevoli e uno scontro aperto sul peso delle istituzioni e sul ruolo delle Forze armate. La storia recente è segnata da ripetuti interventi dei militari nella vita politica e da fasi alterne di transizione. L’attuale Carta, approvata con referendum nel 2016 ed entrata in vigore nel 2017, nasce proprio nella stagione della giunta salita al potere nel 2014 e ha consolidato meccanismi che hanno mantenuto significativa l’influenza dell’apparato militare. L’Esercito conserva poteri significativi ed influenza la vita politica nazionale anche grazie alla Costituzione in vigore. I partiti progressisti del Paese hanno dunque promosso lo svolgimento di un referendum, che si svolgerà lo stesso giorno delle elezioni, per chiedere il parere della popolazione in merito alla promulgazione di una nuova Costituzione. Una mossa destinata ad inasprire il confronto politico in vista del voto.
L'annosa instabilità politica
Le consultazioni più recenti, svoltesi nel 2023, si erano concluse con la vittoria del partito progressista Move Forward, poi estromesso dal potere a causa di un’alleanza tra i populisti del Pheu Thai, un movimento fondato dall’ex magnate Thaksin Shinawatra, e diversi partiti conservatori. I due governi consecutivi nati grazie a quest’alleanza hanno, però, avuto vita breve e sono caduti nel primo caso in seguito all’intervento della Corte Costituzionale e nel secondo a causa della crisi scaturita dal conflitto tra Cambogia e Thailandia. Le turbolenze della politica nazionale si sono attenuate nel settembre 2025 in seguito alla formazione di un governo temporaneo di largo spettro che ha l’obiettivo di traghettare il Paese alle elezioni indette per il prossimo febbraio. Non è detto, però, che il voto ponga fine all’instabilità che segna la Thailandia da oltre dieci anni.
L'esito dei sondaggi
Alcuni sondaggi, realizzati nel mese di dicembre, indicano che il partito Move Forward è stimato al 24-32 per cento dei consensi, il Pheu Thai al 18-21 per cento dei voti, il partito conservatore Bhumjaithai è accreditato di una forchetta elettorale che oscilla tra l’8 ed il 17 per cento ed i moderati del Partito Democratico sono stimati al 6-7 per cento dei voti. Seguono, poi, altri partiti conservatori ed è presente una discreta percentuale di elettori indecisi. Il futuro primo ministro non sarà scelto direttamente dagli elettori: secondo l’attuale assetto costituzionale, la nomina avviene attraverso un voto parlamentare che coinvolge la Camera dei Rappresentanti, composta da 500 membri eletti con sistema proporzionale, e il Senato, formato da 250 senatori selezionati secondo criteri settoriali e non direttamente rappresentativi del risultato elettorale. Un meccanismo che continua a incidere sugli equilibri di potere e sulla formazione dei governi.
Il futuro esecutivo
Nessun partito sembra destinato ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi e le possibili alleanze determineranno il futuro del Paese. I tre poli politici della Thailandia, quello conservatore, populista e progressista, dovranno trovare una sintesi che favorisca la nascita del prossimo esecutivo. Nel 2023 le previsioni di una possibile alleanza tra Move Forward ed il Pheu Thai si sono scontrate con la realtà dei fatti, andati in una direzione diversa. Il Pheu Thai non è che l’ultima emanazione di una serie di partiti populisti, molto radicati a livello elettorale e capeggiati da diversi esponenti della famiglia Shinawatra, che negli anni sono entrati in conflitto con le Forze Armate e con gli organismi del sistema giudiziario. Un’alleanza tra populisti e progressisti potrebbe determinare un aumento delle tensioni interne mentre una nuova estromissione del partito Move Forward dal potere potrebbe portare allo svolgimento di consistenti manifestazioni di protesta.
La crisi con la Cambogia
L’esito del voto potrà, poi, essere influenzato dalle tensioni e dai combattimenti che negli ultimi mesi si sono svolti tra Cambogia e Thailandia. Le due nazioni hanno rivendicazioni confinarie contrastanti ed a partire dallo scorso luglio le tensioni si sono aggravate in seguito allo scoppio di un vero e proprio conflitto tra le parti. Gli scontri, che hanno provocato la morte di centinaia di persone tra militari e civili, si sono interrotti una prima volta grazie al cessate il fuoco ed all’Accordo di Pace mediati dal Presidente americano Donald Trump e nuovamente il 27 dicembre grazie ad un nuovo cessate il fuoco. Le ostilità, che hanno messo a rischio la stabilità del Sud-Est asiatico, oppure una sua pacificazione definitiva, peseranno sulle intenzioni di voto degli elettori.
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