Sognando il passato. L’antichità nel racconto delle identità
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
“Il passato non è mai soltanto ciò che è stato: è ciò che scegliamo di ricordare”. È da questa consapevolezza - che prende avvio Sognando il passato, un libro che invita a interrogarsi su un’evidenza spesso data per scontata: il mondo antico continua a parlare al presente, e non sempre con voce innocente. Rovine, miti, antenati, simboli: l’antichità non è solo oggetto di studio, ma materia viva dell’immaginario collettivo, capace di legittimare identità, confini, appartenenze. Comprendere come e perché ciò avvenga significa entrare nel laboratorio in cui le società moderne costruiscono il proprio racconto di sé.
Un libro sul rapporto fra memoria e presente
Nel volume Sognando il passato. Archeologia, storia antica e immaginario nazionalista, pubblicato da Viella nel 2025, Umberto Livadiotti affronta uno dei nodi più delicati della cultura contemporanea: il modo in cui il mondo antico viene evocato, interpretato e talvolta piegato alle esigenze delle identità nazionali moderne. Livadiotti è docente di Storia romana presso l’Università Telematica “Guglielmo Marconi”. I suoi studi si collocano all’incrocio fra storia antica, memoria culturale e ricezione del mondo classico, con particolare attenzione ai meccanismi attraverso cui il passato viene trasformato in patrimonio simbolico.
Il volume si colloca nel punto di tensione fra ricerca storica e riflessione sul presente, mostrando come l’antichità non sia mai un terreno indefinito, ma uno spazio costantemente riscritto. L’indagine attraversa contesti diversi - dalla Grecia all’Italia, dai Balcani al Medio Oriente - seguendo le tracce di un uso politico del passato che coinvolge rituali pubblici, estetica, musei, turismo e quella dimensione diffusa che viene definita “nazionalismo banale”, una forma quotidiana di richiamo identitario che agisce attraverso simboli, immagini e linguaggi apparentemente imparziali, rendendo il passato una presenza costante nel vivere comune. Il risultato è un lavoro che non riguarda soltanto storici e archeologi, ma tutti coloro che si interrogano su come la memoria del mondo antico continui a modellare il presente.
Nazionalismo e orgoglio delle radici
Uno dei primi chiarimenti riguarda la distinzione, sottile ma essenziale, fra nazionalismo e orgoglio delle proprie origini. Livadiotti ricorda come la definizione stessa di nazionalismo sia al centro di un dibattito ormai secolare. Nel libro l’autore adotta una categoria volutamente ampia: il nazionalismo come forma di coesione di una popolazione fondata su lingua, abitudini sociali e passato condiviso, ma soprattutto come meccanismo che segna una distanza rispetto a chi sta “fuori”.
Come spiega l'autore del libro, si tratta di “un modo di sentirsi uniti di una popolazione, uniti per abitudini sociali, per lingua, per passato, ma che soprattutto marca anche una distinzione profonda con le popolazioni che ci stanno accanto”. L’orgoglio delle radici, invece, può anche non tradursi in questa logica oppositiva. “Sono due concetti che spesso si accavallano e si fondano - osserva - però non sono identici”. È proprio in questa zona di sovrapposizione che il richiamo al passato rischia di trasformarsi da interesse culturale in strumento identitario rigido.
Le origini delle discipline storiche
Il libro mette in luce un aspetto problematico: non solo archeologia e storiografia sono state talvolta strumentalizzate dal nazionalismo, ma in parte sono nate anche grazie a quella stessa ansia di ricerca delle origini che ha accompagnato la formazione degli Stati nazionali europei. “Lavorando su questo tema - racconta Livadiotti - emerge una specie di spirale: l’ansia di glorificare le proprie origini alimenta lo studio dell’antichità, che a sua volta infioretta la ricostruzione del passato”. In questo intreccio, ricerca scientifica e costruzione identitaria finiscono spesso per rafforzarsi reciprocamente.
Nation building e ricezione del classico
Dal punto di vista metodologico, Sognando il passato nasce dall’incontro fra due prospettive: 'nation building' e 'classical reception'. Con la prima si intende il processo attraverso cui una comunità seleziona alcune fasi della propria storia per trasformarle in elementi fondativi dell’identità nazionale. “È quel processo - spiega l’autore - in cui si individuano momenti del passato da glorificare, musealizzare, rendere simbolici”. La ricezione del classico riguarda invece il modo in cui il patrimonio antico viene continuamente rimodernizzato, nelle forme e nei contenuti, dalla letteratura all’arte. Nel mondo mediterraneo, osserva Livadiotti, la radice classica ha fornito un appoggio particolarmente forte, proprio perché “presa come modello di grandezza e di prestigio”, offrendo così la possibilità di proporsi come fondamento stesso della nazione.
Il caso italiano e i paradossi europei
In Italia questo richiamo all’antichità è emerso con forza durante il Risorgimento e, in modo ancora più marcato, nel periodo fascista, senza però attecchire in modo profondo e duraturo nella coscienza collettiva. Diversa è stata l’esperienza greca, dove la nascita dello Stato moderno si è fondata esplicitamente sull’idea della rinascita della Grecia classica. Livadiotti mette in evidenza anche un paradosso tipico di alcuni Paesi neolatini – come Francia, Spagna e Romania – dove la narrazione nazionale ha finito per includere simultaneamente modelli storici contrapposti. In Francia, ad esempio, i due nemici storici Giulio Cesare e Vercingetorige diventano entrambi padri simbolici della stessa identità: il conquistatore romano e il vinto gallico convivono come fondamenti della “francesità”.
Il mito dell’antichità
Secondo Livadiotti, più che essere trasformata in mito dalle ideologie moderne, l’antichità era già percepita come un’epoca di massimo prestigio. “Le narrazioni nazionalistiche - chiarisce - si sono appoggiate a un’idea già diffusa del mondo antico come momento apicale della storia”. Riallacciarsi a Roma o alla Grecia significava dunque potersi dire discendenti di una civiltà posta al vertice della narrazione storica. “Noi siamo i discendenti dei Romani”, si afferma spesso, scegliendo consapevolmente il periodo che meglio incarna l’idea di grandezza. Il caso greco appare emblematico: la costruzione dello Stato moderno nasce intorno alla convinzione di una rinascita della Grecia classica, alimentata in larga parte anche dallo sguardo degli intellettuali occidentali, “i più entusiasmati all’idea di far rinascere quella grecità”.
La responsabilità degli studiosi
Di fronte a queste dinamiche, quanto è possibile per storici e archeologi difendere la libertà della ricerca? Per Livadiotti la risposta sta innanzitutto nell’autoconsapevolezza. “Non è possibile immaginare che uno storico o un archeologo non si lasci condizionare dal proprio tempo”, afferma. Gli strumenti concettuali stessi con cui si interpreta il passato sono il prodotto della cultura contemporanea. L’unica via praticabile diventa allora “essere consapevoli di questo condizionamento”. Accanto a ciò esistono però situazioni più problematiche: adesioni ideologiche esplicite, pressioni politiche, talvolta anche minacce. Nel campo dell’archeologia pesa inoltre il tema delle risorse: “Se non ci si allinea con ciò che lo Stato o i finanziatori sono disposti a sostenere, gli studi semplicemente non vanno avanti”.
Zimbabwe, un luogo della memoria
Tra gli esempi più significativi richiamati nel libro compare quello dello Zimbabwe. Livadiotti lo definisce “un caso veramente eccezionale”. La grande fortezza africana fu a lungo attribuita da studiosi europei a Fenici o a civiltà del mondo classico, rifiutando l’idea di una creazione locale. “Doveva per forza essere opera di qualcuno appartenente al mondo classico”, ricorda. Il ribaltamento di questa prospettiva ha invece permesso alla popolazione locale di riconoscersi nel sito, trasformandolo nel fulcro del processo identitario: “È diventato il luogo della memoria per eccellenza di questo Paese”, mostrando con chiarezza quanto l’interpretazione del passato possa incidere sul presente.
Oltre il nazionalismo
Il libro ricorda anche come non tutte le stagioni culturali abbiano lavorato in senso nazionalistico. Esistono diverse prospettive - dal cattolicesimo ad alcune correnti della modernità - che non insistono sulla differenza identitaria. La specificità del nazionalismo, osserva Livadiotti, è infatti quella di “marcare la differenza rispetto a chi sta attorno”, una differenza che spesso si traduce in conflittualità e che talvolta viene persino inventata. È in questa consapevolezza che Sognando il passato trova la sua conclusione implicita: il mondo antico non come repertorio di certezze da rivendicare, ma come spazio critico da interrogare, affinché la memoria non diventi ideologia, ma occasione di comprensione.
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