Truppe siriane controllano le strade vicino Raqqa Truppe siriane controllano le strade vicino Raqqa  (AFP or licensors)

Siria, ancora sfollati mentre il governo assume il controllo del nord-est

La rapida avanzata dell'esercito siriano ha portato al ritiro dei curdi nelle loro roccaforti ai confini con Turchia e Iraq. L'Oim denuncia: oltre 130.000 sfollati per gli ultimi scontri nella regione di Hasakah. Ai media vaticani la testimonianza dell'operatore di Caritas ad Aleppo, Davide Chiarot: "Dopo tanti anni di guerra è fondamentale lavorare sulla riconciliazione"

Valerio Palombaro - Città del Vaticano

I curdi delle Forze democratiche siriane (Sdf) si sono rapidamente ritirati dalle zone che amministravano a est del fiume Eufrate. Anche se la situazione rimane tesa e in divenire nella roccaforte di Hasakah, nell’estremo nord est della Siria, ora si vive un momento di maggiore calma.

L'intesa con i curdi e il ruolo degli Usa

Il presidente siriano Ahmad al-Sharaa, a poco più di un anno dalla caduta di Bashar Al Assad, domenica scorsa ha annunciato un’intesa con le Sdf, una coalizione eteogenea di milizie a guida curda in grado di controllare de facto il nordest del Paese (Rojawa): in cambio dell’integrazione dei curdi nelle istituzioni civili e militari di Damasco, le Forze democratiche siriane si sono ritirate da grandi città del nord est come Raqqa e Deir el Zor. Nonostante alcune violazioni del cessate-il fuoco - con l’esercito di Damasco che riferisce di almeno 11 militari uccisi negli scontri con i curdi, in particolare nella regione di Hasakah - si tratta di una rinuncia de facto all’autonomia guadagnata in questi anni grazie al sostegno degli Stati Uniti dopo aver sconfitto il sedicente Stato islamico (Is). Il presidente statunitense, Donald Trump, oggi scommette tutto sulla stabilizzazione guidata da Al Sharaa. E, anche dal palco del forum di Davos, ha avallato l’avanzata dell’esercito di Damasco oltre le sponde orientali dell’Eufrate, parlando di un «grande lavoro» della nuova leadership e ribadendo la validità della rimozione di tutte le sanzioni per permettere alla Siria «di rialzarsi» dopo 14 anni di guerra civile.

Tensione al confine con l'Iraq

«La situazione ad Aleppo è tornata alla normalità, dopo gli scontri molto accesi di inizio anno nei quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsood e Ashrafia, anche se rimane un pò l’incertezza e la preoccupazione», racconta dalla città del nord della Siria Davide Chiarot, operatore di Caritas italiana. Il cessate-il-fuoco appare fragile, in particolare nell’area di Hasakah. «Questa zona dell’estremo est è quella in cui si può parlare di una reale maggioranza curda, spiega l’operatore di Caritas ad Aleppo. Le forze dell’esercito siriano non sono entrate nella città di Hasakah. Sono appostate nella periferia, nella campagna, e hanno preso il controllo di un valico di frontiera con l’Iraq, però è ancora un momento di negoziato». Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), ci sono oltre 130.000 sfollati per gli scontri degli ultimi giorni nella regione di Hasakah. In base alle intese preliminari, nel nord-est della Siria una limitata autonomia dovrebbe rimanere per i curdi proprio nella sola provincia di Hasakah. Il nodo da definire, oltre al controllo di questa provincia, rimane legato all’effettiva integrazione dei curdi nell’esercito siriano.

Ascolta l'intervista con Davide Chiarot

«Quello che è certo – riconosce Chiarot – è che il governo dopo anni ha preso il controllo di un’ampia zona di territorio. Tra l’altro una zona molto strategica perché ricca d’acqua e fertile, soprattutto per la coltivazione di grano, e dove ci sono impianti di estrazione di petrolio e gas». Dall’altra parte rimane il nodo dell’integrazione e del pieno rispetto dei diritti delle minoranze, come nel caso dei drusi nel sud. «C’è il rischio che qualcuno possa approfittare del perdurare di una certa instabilità non tanto per un’escalation militare di grande livello, che appare scongiurata, quanto per azioni di sabotaggio e di attentati che sono una minaccia ancora presente ed che preoccupa di più la gente qui».

Il controllo dei centri con sospetti affiliati all'Is

Altra questione che tiene banco con l’avanzata dell’esercito nel nord est è legata al trasferimento alle autorità siriane del controllo di alcuni campi o centri di detenzione che ospitano persone sospettate di affiliazione all’Is. Le forze governative siriane hanno preso il pieno controllo della prigione di Al Aqtan, nel governatorato di Raqqa, dopo quello del vasto campo di al-Hol, a pochi chilometri dal confine con l’Iraq dove sono ospitati migliaia di persone sospettate di legami con l’Is. Le forze curde denunciano l’evasione di oltre un migliaio di prigionieri affiliati all’Is. Gli Stati Uniti già sono impegnati in operazioni per trasferire in Iraq fino a 7.000 detenuti affiliati all’Is allo scopo, come indica una nota del comando militare per il Medio Oriente (Centcom), di «garantire che i terroristi restino nei centri di detenzione». Anche la vicedirettrice regionale di Amnesty International, Kristine Beckerle, ha chiesto alle autorità di Damasco di «condurre un processo di verifica pienamente conforme ai diritti umani» affinché si distinguano le persone che dovrebbero essere indagate e processate per crimini di diritto internazionale; quelle da rimpatriare e sottoporre a procedimenti giudiziari equi e senza ricorso alla pena di morte nei Paesi di origine; quelle che dovrebbero essere scarcerate. Da Amnesty International, infine, l’appello a mettere in sicurezza e preservare le prove dei crimini di diritto internazionale commessi dallo Stato islamico, inclusi i luoghi delle atrocità e le fosse comuni.

Le sfide per una completa pacificazione

L’ong Save The Children ha ammonito che circa 20.000 bambini sono a rischio nei campi profughi nel nord-est della Siria, mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani denuncia «una grave emergenza umanitaria» che si sta sviluppando a Kobane (al confine settentrionale con la Turchia) dove i curdi sarebbero isolati.  «Il ruolo dei cristiani – afferma Chiarot - è riconosciuto come una mediazione importante. Un punto sottolineato anche dalla leadership politica, in maniera non così pubblica però nei rapporti, nel dialogo che rimane vivo». E Caritas continua ad aiutare sul territorio gli sfollati e i bisognosi: «Oltre agli aiuti di emergenza, svolgiamo attività di supporto per quanto riguarda la formazione professionale in modo da creare opportunità di lavoro affinché i siriani non vedano come unica prospettiva quella di lasciare il Paese». Già bastano 14 anni di una guerra civile devastante, che ha portato quasi 11 milioni di siriani all’estero. «Per questo – conclude l’operatore di Caritas - lavoriamo molto a partire dai giovani sul tema della pace, della trasformazione del conflitto e sull’offrire percorsi di riconciliazione». Aspetti fondamentali per tenere insieme una società che vuole uscire da un conflitto così lungo.

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23 gennaio 2026, 09:19