Cerca

Anfora panatenaica a figure nere attribuita al Pittore di Euphiletos, con un auriga su quadriga (tethrippon), 550- 540 circa a.C., L’anfora era il premio ufficiale dei Giochi Panatenaici di Atene. Conteneva olio d'oliva sacro. Museo archeologico nazionale di Firenze Anfora panatenaica a figure nere attribuita al Pittore di Euphiletos, con un auriga su quadriga (tethrippon), 550- 540 circa a.C., L’anfora era il premio ufficiale dei Giochi Panatenaici di Atene. Conteneva olio d'oliva sacro. Museo archeologico nazionale di Firenze

“Trattenere la mano", il senso antico della tregua olimpica

Nel tempo che precede i Giochi invernali di Milano Cortina 2026, un’antica consuetudine riemerge nel dibattito pubblico. La sospensione simbolica dei conflitti che accompagna le Olimpiadi affonda le sue radici nel mondo greco, dove il rispetto dei tempi sacri e degli spazi comuni rendeva possibile l’incontro anche tra città in guerra. Ripercorrerne la storia significa interrogarsi sul valore dei limiti, ieri come oggi

Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano

Tucidide osserva che anche in guerra gli uomini ricorrono ad accordi quando la necessità lo impone (Guerra del Peloponneso V, 26). Il conflitto non cancella ogni regola: nemmeno la violenza, sembra suggerire lo storico ateniese, è priva di limiti. È da questa consapevolezza - dura, concreta, priva di illusioni - che nasce nel mondo greco antico la tregua olimpica. Non come promessa di pace, ma come riconoscimento di un confine: un tempo sottratto allo scontro, necessario perché la vita comune possa continuare.

Anfora panatenaica a figure nere, 530 a.C., attribuita al Pittore Euphiletos, 530 a.C. ca. Lato B con gara podistica tra cinque giovani.  The Metropolitan Museum of Art, New York
Anfora panatenaica a figure nere, 530 a.C., attribuita al Pittore Euphiletos, 530 a.C. ca. Lato B con gara podistica tra cinque giovani. The Metropolitan Museum of Art, New York

Una parola antica che torna nel presente

Nel tempo che precede l’avvio dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, un’espressione che viene da lontano riemerge nel linguaggio pubblico: la cosiddetta tregua olimpica. Non è uno slogan né una formula rituale. È un richiamo che accompagna ogni edizione dei Giochi e che, anche oggi, interroga il rapporto fra sport, politica e responsabilità collettiva.
Per il Comitato Olimpico Internazionale, la tregua olimpica per Milano Cortina 2026 ha inizio il 30 gennaio 2026, sette giorni prima della cerimonia di apertura dei Giochi, ed è destinata a protrarsi fino al settimo giorno dopo la chiusura delle Paralimpiadi invernali. Nel novembre 2025 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a rispettare questo principio nel periodo che circonda Olimpiadi e Paralimpiadi. Un invito privo di forza coercitiva, ma non per questo privo di significato: perché affidato alla parola, e alla sua capacità di orientare il comportamento degli Stati.

Il tempio di Zeus ad Olimpia, nella regione dell'Elide costruito in stile dorico tra il 472 e il 456 a.C.
Il tempio di Zeus ad Olimpia, nella regione dell'Elide costruito in stile dorico tra il 472 e il 456 a.C.

La tregua oggi

Nel mondo contemporaneo la tregua olimpica non coincide con un cessate il fuoco formale. Non produce obblighi giuridici né meccanismi di sanzione. È piuttosto una sospensione simbolica, una richiesta esplicita di protezione - degli atleti, delle delegazioni, dei civili - in un tempo segnato da conflitti aperti. La sua forza risiede nel gesto: ricordare che esistono momenti in cui la competizione deve arrestarsi, e che anche la violenza può essere chiamata a fermarsi, almeno per un tempo limitato.

Una radice greca

Questa parola, tuttavia, non nasce oggi. Affonda le sue radici nel mondo greco, dove la tregua olimpica era conosciuta come ekecheiria. Il termine deriva dal verbo ἔχειν (échein, “tenere”) e dal sostantivo χείρ (cheir, “mano”): letteralmente, “trattenere la mano, tenere ferma la mano”. Non un’assenza di conflitto, ma un gesto concreto di sospensione, il segno visibile di un accordo che impedisce, per un tempo determinato, di impugnare le armi. In questa immagine si condensa il senso più profondo della tregua olimpica: non la negazione della guerra, ma la scelta condivisa di arrestarla.

Anfora panatenaica a figure nere come premio del pentathlon, attica 530 a.C. ca., raffigurante un discobolo. Rijksmuseum van Oudheden, Leiden
Anfora panatenaica a figure nere come premio del pentathlon, attica 530 a.C. ca., raffigurante un discobolo. Rijksmuseum van Oudheden, Leiden

Quando nasce la tregua

Secondo la tradizione antica, l’istituzione della tregua olimpica risalirebbe all’VIII secolo a.C., nel momento stesso in cui i Giochi assumono una forma stabile e panellenica. Pausania ricorda che Ifito di Elide, dopo aver consultato il dio, ristabilì i Giochi olimpici e la tregua, con l’accordo di Licurgo di Sparta e di Cleostene di Pisa. Il patto, secondo l’autore, era inciso su un disco di bronzo conservato nel santuario di Hera a Olimpia, con le lettere disposte in cerchio (Periegesi della Grecia, V, 20, 1-2), una forma che può essere letta come immagine di un accordo destinato a racchiudere e proteggere.

Il sito archeologico di Olimpia.
Il sito archeologico di Olimpia.

Le fonti antiche

Oltre alle testimonianze già richiamate, altre voci del mondo antico contribuiscono a restituire, in controluce, il senso dei Giochi e il loro significato. Non descrivono direttamente la tregua olimpica, ma aiutano a comprendere il contesto culturale e simbolico in cui essa prende forma. Pindaro, poeta delle vittorie olimpiche, celebra i Giochi come un tempo sottratto all’ordinario. Nelle Olimpiche la competizione non è mai ridotta a prova di forza, ma inscritta in un ordine più ampio, affidato agli dèi, nel quale la gloria dell’atleta è possibile solo perché esiste una misura che la precede. La festa olimpica appare così come un momento di equilibrio, prima ancora che di confronto. Anche Erodoto, nella sua riflessione storica, lascia intravedere l’esistenza di legami capaci di resistere al conflitto. Nel racconto delle guerre persiane ricorda come pratiche condivise - lingua, culti, costumi - contribuiscano a mantenere un orizzonte comune (Storie VIII, 144). Non un’idea di identità chiusa, ma la consapevolezza che la vita collettiva si fonda su elementi riconosciuti, tra cui rientrano anche le grandi feste panelleniche. Letti insieme, questi testi non offrono una definizione della tregua olimpica, ma ne illuminano il presupposto più profondo: l’idea che esistano tempi e spazi in cui la comunità è chiamata a riconoscersi, anche quando il conflitto attraversa la storia.

Il sito archeologico di Olimpia.
Il sito archeologico di Olimpia.

Una norma condivisa

L’ekecheiria non era un ideale astratto. Era un’istituzione riconosciuta, proclamata prima dei Giochi e fondata sull’autorità religiosa del santuario. Durante quel periodo, l’accesso a Olimpia doveva restare libero e la violenza sospesa almeno lungo i percorsi e nello spazio sacro. Tucidide ricorda che la tregua poteva essere infranta - e che proprio per questo aveva valore politico. Nel racconto del conflitto tra Elide e Sparta, lo storico menziona l’accusa rivolta agli Spartani di aver violato l’ekecheiria con operazioni militari in territorio eleo (Guerra del Peloponneso, V, 49–50). Il fatto stesso che una violazione potesse essere denunciata e discussa mostra che la tregua funzionava come una norma condivisa: un riferimento concreto nei rapporti tra le città greche, sul quale si misuravano responsabilità e legittimità.

Lo Stadio di Olimpia, il sito dove si svolgevano gli antichi Giochi Olimpici.
Lo Stadio di Olimpia, il sito dove si svolgevano gli antichi Giochi Olimpici.

Il tempo del sacro

A rendere possibile la tregua era il santuario stesso. I Giochi olimpici erano, prima di tutto, una celebrazione religiosa. Zeus garantiva l’ordine del tempo e dello spazio, e il suo culto imponeva un limite all’azione umana. Per la durata della festa, la guerra doveva “restare fuori”. Non cessare, ma arretrare. È in questo spazio delimitato che la tregua prendeva forma: un tempo sottratto alla violenza, protetto non da eserciti, ma dal riconoscimento condiviso del sacro.

Un’eredità che interroga il presente

Quando oggi le Nazioni Unite riprendono il linguaggio della tregua olimpica, non recuperano un’illusione di armonia. Recuperano un’idea antica: che la convivenza umana abbia bisogno di limiti riconosciuti. La tregua non promette la pace. Chiede piuttosto di riconoscere un limite. E nel suo carattere fragile, temporaneo, incompiuto, continua a dire qualcosa di essenziale sul modo in cui le società - antiche e moderne - provano a convivere con il conflitto senza arrendersi ad esso.
 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

30 gennaio 2026, 13:50