Il mare come idea. Pensiero, mito e potere nel mondo antico
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano
Il mare non è mai stato soltanto una realtà capace di suscitare meraviglia o uno spazio da attraversare. Nel mondo antico è luogo di timore e di desiderio, di perdita e di conoscenza, di minaccia e di potere. È un elemento instabile, mai del tutto dominabile, che obbliga l’uomo a pensarlo prima ancora di affrontarlo. Come mostrano con particolare evidenza i poemi omerici, la storiografia e la riflessione politica, il mare diventa parola, immagine, racconto: un oggetto intellettuale che attraversa miti, testi storici e costruzioni ideologiche.
A questa dimensione complessa è dedicato Mare, il recente volume di Gianfranco Mosconi, docente di Storia greca presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, pubblicato da Inschibboleth nella collana "Le parole degli antichi", ideata e diretta da Mario Lentano.
Un libro compatto, una riflessione ampia
Pur nel formato contenuto, il volume raccoglie quasi trecento pagine di riflessione serrata. Come precisa l’autore, “il titolo Mare, molto secco, si spiega ricordando che fa parte di una collana che si intitola 'Le parole degli antichi'”. Il riferimento non è dunque al mare in senso materiale, ma al mare così come viene concepito nel mondo antico. Mosconi chiarisce che l’obiettivo del libro non è una ricostruzione tecnica o archeologica della navigazione: "L’obiettivo di questo testo non è parlare del mare dal punto di vista degli aspetti tecnologici”. Tali elementi restano sullo sfondo, necessari ma non centrali. Al centro si colloca invece la sua dimensione mentale, costruita e rielaborata dalle fonti.
Il mare come oggetto di pensiero
“Il mare nel mondo antico è molto pensato”, osserva l’autore. Pensato perché temuto, ma anche perché indispensabile. È la principale via di trasporto di uomini, merci e idee, soprattutto in un contesto geografico come quello mediterraneo, la cui etimologia rimanda proprio a un “mare tra le terre”. Nonostante il rischio, il mare offre vantaggi evidenti: consente spostamenti rapidi, carichi più consistenti, sfrutta la forza del vento. Non a caso, anche quando sarebbe possibile evitarne l’attraversamento, gli antichi scelgono di affrontarlo. La massima attribuita ad Alessandro Magno -“se puoi viaggiare per terra evita il mare” - viene costantemente disattesa da eroi, mercanti e condottieri.
Una struttura in quattro percorsi
Il volume è articolato in quattro capitoli, organizzati secondo un movimento che conduce dal timore del mare alla sua progressiva dominazione. Il primo è dedicato al mare reale, osservato attraverso l’esperienza del pericolo: tempeste, naufragi, smarrimenti, dolore. Segue il mare immaginato, quello che prende forma nei miti e nelle figure mostruose. Un terzo capitolo torna al mare reale, ma ne mette in luce le opportunità: il guadagno, lo scambio, la conoscenza, la diffusione delle notizie. L’ultimo capitolo affronta infine il mare dominato, spazio nel quale l’uomo esercita progressivamente la propria capacità tecnica, economica e militare, in un processo in cui - come osserva Mosconi - le idee riflettono l’evoluzione materiale, economica e tecnologica delle società antiche.
Le parole del mare
Nel quadro della collana "Le parole degli antichi", grande attenzione è riservata al lessico. Mosconi non dedica un capitolo autonomo alla terminologia, ma la intreccia costantemente all’analisi delle fonti, lasciando ampio spazio alle citazioni. Il primo dato che emerge è che nelle lingue indoeuropee non esiste una parola originaria unica per indicare il mare. La pluralità dei termini è evidente già mettendo a confronto ambiti linguistici diversi: il latino mare (da cui deriva l’italiano “mare”) non corrisponde al greco thalassa; a sua volta, nell’area germanica si impone un esito ancora differente, come l’inglese sea, mostrando l’assenza di una radice comune, tanto che, come afferma l’autore, “verosimilmente le popolazioni indoeuropee non conoscevano il mare”. La sua frequentazione è dunque una conquista progressiva.
Anche in latino e in greco convivono più termini: mare, aequor, pontus, pelagus, oceanus. Ognuno di essi mette in evidenza un aspetto diverso - la distesa, la profondità, la funzione di collegamento, il limite estremo - a conferma di come il lessico non si limiti a designare il mare, ma ne offra un’interpretazione.
Tra esperienza e immaginazione
Le fonti antiche sono ricchissime di racconti di naufragi e traversate difficili. L’Odissea ne costituisce il paradigma, con i ritorni degli eroi segnati da tempeste, venti contrari e approdi imprevisti. Accanto al mito, anche la storia restituisce esperienze concrete, come il viaggio di san Paolo narrato negli Atti degli Apostoli, definito da Mosconi “una piccola Odissea storica”.
Da queste esperienze nasce la trasposizione immaginifica del pericolo. “Ho usato il termine mostrificazione”, spiega l’autore. Scilla, Cariddi, le Sirene traducono in immagini narrative rischi reali: scogli, correnti, stanchezza, abbandono. Il mare diventa inoltre il luogo da cui proviene la minaccia umana - pirati, rapimenti, incursioni improvvise - una paura radicata e persistente, destinata a riemergere nei momenti di instabilità politica.
La mutevolezza come chiave
Il filo conduttore dell’immaginario antico è la mutevolezza del mare. Instabile per natura, capace di mutare improvvisamente volto, esso viene spesso associato alla sfera del femminile, secondo categorie tipiche del pensiero antico. Mosconi richiama il componimento giambico di Semonide di Amorgo, della seconda metà del VII secolo a.C., Il biasimo delle donne, nel quale compare la figura della “donna mare”, imprevedibile e ambigua, un attimo adorabile e subito dopo furiosa. L’instabilità dell’elemento naturale diventa così categoria interpretativa del comportamento umano. Nel mondo antico “viaggiare è faticoso, il mare ti toglieva questa fatica, ma poi ecco, le nuvole si raccolgono improvvisamente, il cielo si oscura, il vento inizia a soffiare forte, e se ti va bene vieni spinto dal vento chissà dove, e arrivi su una costa ignota, se ti va male fai un naufragio”, osserva lo studioso.
Il mare dominato
Accanto al timore si sviluppa l’idea del dominio. Già nell’Odissea il mare è spazio di sofferenza ma anche di conoscenza: Odisseo vaga, ma proprio navigando entra in contatto con mondi diversi. I Ciclopi sono descritti come arretrati perché privi di navi. Questo processo trova piena realizzazione nell’Atene del V secolo a.C. Il dominio marittimo diventa strumento di potere politico ed economico. Anche il cosiddetto Pseudo-Senofonte, autore della Costituzione degli Ateniesi, testo caustico del V secolo a.C., pur ostile alla democrazia, riconosce che la forza ateniese deriva dal mare: esso consente di colpire a distanza, importare risorse, controllare territori. Il mare, o meglio la flotta, diventa così il cuore dell’egemonia, l’equivalente antico di una superiorità strategica fondata sulla mobilità.
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