Pollak, ucciso ad Auschwitz, ritrovò il braccio di Laocoonte
Paolo Ondarza – Città del Vaticano
Tornare alla storia di Ludwig Pollak significa restituire un volto ad un protagonista della cultura artistica dell’Europa del Novecento, una delle troppe vite spezzate dal nazismo.
Il braccio del Laocoonte donato al Papa
Il suo nome è indissolubilmente legato al Laocoonte: fu Pollak, agli inizi del secolo scorso, a riconoscere e ritrovare, presso la bottega di uno scalpellino romano sull’Esquilino, il braccio destro originale della celebre scultura raffigurante il sacerdote troiano. Una scoperta che ha contribuito in modo decisivo alla corretta lettura del capolavoro identitario dei Musei Vaticani. Pollak donò il frammento a Pio X, che lo insignì della Croce al Merito per la Cultura, facendo di lui il primo ebreo a ricevere tale onorificenza.
Originario di Praga, archeologo, antiquario e mercante d’arte ebreo, tra i più apprezzati nella Roma dei primi decenni del Novecento, Pollak fu progressivamente emarginato ben prima dell’avvento delle leggi razziali, fino alla deportazione ad Auschwitz, dove venne assassinato nel 1943 insieme alla sua famiglia.
La riscoperta negli ultimi decenni
A lungo, tuttavia, la sua vicenda umana e professionale è rimasta ai margini degli studi. Solo a partire dagli ultimi decenni del Novecento la figura di questo grande antiquario e collezionista è stata progressivamente riscoperta: prima grazie a Carlo Pietrangeli, poi con il contributo della germanista Vanda Perretta e, soprattutto, con le ricerche di Margarete Merkel Guldan, che hanno restituito alla conoscenza ampi stralci dei Diari assiduamente compilati da Pollak fin dal 1886, oggi conservati al Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco di Roma, ma di difficile consultazione e non ancora pubblicati.
Un nuovo studio su Pollak
È da questo percorso che prende avvio la ricerca della storica dell’arte Federica De Giambattista, confluita nel volume numero 20 della collana "Studi della Bibliotheca Hertziana" di prossima uscita per Silvana Editoriale. La studiosa ha vinto nel 2023 il premio di pubblicazione assegnato dall'istituto di ricerca della Società Max Planck dedicato alla storia dell'arte. La scintilla iniziale è stata la mostra promossa nel 2018 dal Museo Barracco insieme al Museo Ebraico di Roma: «Partendo da questa esposizione e dagli studi di Margarete Merkel Guldan, mi sono interrogata su quanto Pollak potesse aver fatto non solo come famoso archeologo, ma in particolare come mercante d’arte, che è stata sostanzialmente la sua principale attività, affiancata sempre a uno studio molto puntuale delle opere che proponeva sul mercato o che sceglieva di collezionare».
L’inedita corrispondenza tra Pollak e Bode
Dai documenti, spiega la studiosa, «ho scoperto in Pollak una figura ben più articolata di quanto era stato possibile ricostruire in precedenza». Decisivo, in questo senso, è il corpus inedito di oltre 360 lettere che Pollak inviò tra il 1902 e il 1927 a Wilhelm von Bode, dal 1905 direttore generale dei Musei Reali di Berlino e grande storico dell’arte. Un materiale che consente di cogliere Pollak come protagonista del mercato dell’arte del suo tempo, attento allo studio delle opere che proponeva e dotato di un ruolo riconosciuto a livello internazionale. «Era molto apprezzato nel circuito di grandi collezionisti come John Pierpont Morgan, il conte Stroganoff o il senatore Giovanni Barracco».
Il fiuto archeologico
Nelle lettere a Bode, scritte in una calligrafia decifrabile solo da pochissimi studiosi, trovano spazio anche osservazioni su aspetti sociali e politici come «i cambiamenti legislativi sulla tutela dei beni culturali in Italia, guardati con crescente preoccupazione dal punto di vista del mercante d’arte». E vi compare, con sorprendente naturalezza, l’annuncio del ritrovamento del braccio del Laocoonte. «Per lui era un’attività quotidiana recarsi presso antiquari, rigattieri, scalpellini, perché era dotato di un incredibile fiuto nel riconoscere le opere», osserva De Giambattista. Un fiuto allenato attraverso l’osservazione diretta e il contatto con le opere, anche in contesti lontani dalle sale museali.
La collezione di oltre duemila pezzi e il libretto rosso perduto
Accanto all’antico, Pollak, in sintonia con l’amico storico dell’arte anglo-irlandese Denis Mahon, seppe riconoscere e promuovere anche il valore del barocco, allora poco apprezzato. La sua collezione, oggi solo parzialmente ricostruibile grazie a documenti inediti, comprendeva oltre duemila opere tra dipinti, sculture, disegni, oggetti di arte applicata e libri antichi. Una raccolta eclettica, annotata con scrupolo in un “libretto rosso” oggi perduto, pensato per lasciarne traccia ai familiari. Ne fa menzione l’ultima erede, la cognata di Pollak Margaret Süssmann Nicod, sopravvissuta al lager solo grazie ad un passaporto svizzero: prima di morire, ha donato ai Musei del Comune di Roma la biblioteca e quanto lasciato da Pollak nella sua ultima abitazione a Palazzo Odescalchi, in Piazza Santi Apostoli.
L’isolamento e l’espulsione
La parabola di Pollak si oscura progressivamente a partire dagli anni Trenta. Già dal 1931 viene posto sotto vigilanza dalla Questura di Roma; ben prima dell’avvento delle leggi razziali è espulso da istituzioni che per lui erano state luoghi di studio e di vita. Particolarmente dolorosa fu, nel 1935, l’esclusione dalla Bibliotheca Hertziana, che Pollak aveva frequentato per decenni e considerava una seconda casa. «Fu una grande delusione», sottolinea De Giambattista, ricordando l’amicizia con la fondatrice Henriette Hertz e con il primo direttore Ernst Steinmann. «Nel 1934 a capo dell’istituto fu nominato dal Partito Nazionalsocialista Leopold Bruhns, un direttore che subito cercò di mettere Pollak in difficoltà, accusandolo di diffondere notizie ingiuriose sul suo conto. Negli anni successivi Pollak cercherà di riparare le sue opere d’arte più preziose all’estero o comunque in depositi ben custoditi. Era ben consapevole dei rischi a cui andava incontro e di essere una persona scomoda».
L’amicizia con Nogara e il misterioso rifiuto del riparo offerto in Vaticano
Nel momento di massimo pericolo, l’amico Bartolomeo Nogara, direttore dei Musei Vaticani, tentò di salvarlo. Nei suoi taccuini restano le accorate richieste rivolte alle autorità tedesche e alla Segreteria di Stato vaticana dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943. Pollak, tuttavia, rifiutò la possibilità di rifugiarsi in Vaticano e non salì sull’automobile che la sera del 15 ottobre era giunta per condurlo all’interno dello Stato Pontificio. «Rimane un mistero capire il reale motivo di questa decisione», osserva la studiosa. Deportato con la moglie Julia e i figli Wolfgang e Susanna, morì ad Auschwitz nell’ottobre del 1943.
Le pietre d’inciampo
Nel 2022, di fronte a Palazzo Odescalchi, sono state installate quattro pietre d’inciampo su iniziativa di alcuni funzionari della Bibliotheca Hertziana. Piccole targhe di ottone che restituiscono nomi, date, destini: Ludwig Pollak, nato a Praga nel 1868, deportato e assassinato ad Auschwitz nel 1943, insieme alla sua famiglia.
Nel Giorno della Memoria, la storia di Ludwig Pollak continua a interrogare. Non solo per ciò che ha lasciato alla storia dell’arte, ma per la sua vicenda, evocatrice delle sei milioni di vite spezzate dalla Shoah e di una memoria che, attraverso documenti, luoghi e nomi incisi nel selciato, chiede ancora di essere custodita e compresa.
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