Nuove tensioni tra Washington e Teheran sulla leadership iraniana
Giada Aquilino - Città del Vaticano
Qualsiasi «attacco» contro la Guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, «equivale a una guerra su vasta scala» contro la Repubblica islamica. Sono affidate ai social le parole del presidente Masoud Pezeshkian per quella che appare come la risposta dell’Iran al presidente statunitense Donald Trump, che in una conversazione con la stampa delle scorse ore aveva dichiarato come fosse arrivata l’«ora di cercare una nuova leadership» a Teheran.
«La leadership è una questione di rispetto, non di paura e morte», aveva aggiunto il capo della Casa Bianca, dopo uno scambio a distanza con Khamenei in cui la Guida suprema rivendicava la vittoria dell’Iran sugli Stati Uniti. Dovrebbe «smettere di uccidere persone», ha aggiunto Trump, proprio quando il bilancio delle proteste anti-governative, cominciate a fine dicembre, continua a salire. Mentre dall’8 gennaio continua il blocco di internet, nonostante ieri sia stato registrato un breve e limitato ripristino, l’agenzia di stampa Hrana - dell’omonima organizzazione umanitaria con sede negli Stati Uniti - ha confermato almeno 3.919 morti. Altri 8.949 casi sono ancora sotto indagine. Gli arresti hanno superato quota 24.600. Dati questi che restituiscono solo in parte la drammatica situazione sul terreno, che in base a quanto rivelato da «The Sunday Times» sarebbe ancora più grave: nella sua edizione di ieri, il giornale cita un nuovo rapporto di medici sul campo in Iran, secondo cui almeno 16.500 manifestanti, perlopiù giovani sotto i trent’anni, sono morti e 330.000 sono rimasti feriti.
Preoccupazione per Efran Soltani
È forte poi la preoccupazione per la sorte di Erfan Soltani, il giovane arrestato oltre 10 giorni fa a Karaj, ad ovest di Teheran, e divenuto il simbolo delle manifestazioni contro il regime. Per lui era stata inizialmente annunciata la condanna a morte, successivamente smentita dalle autorità iraniane, tanto che lo stesso Trump aveva «ringraziato» la Repubblica islamica per aver fermato le esecuzioni dei manifestanti arrestati. Ma poi la notizia che fosse stato «brutalmente ucciso» sotto custodia, forse in seguito a un pestaggio in carcere, era circolata in ambienti dell’opposizione iraniana ed era stata inoltre rilanciata in farsi sui social del ministero degli Affari esteri israeliano. Poco dopo è arrivata la smentita: «Erfan è vivo e ha potuto incontrare la sua famiglia», ha fatto sapere l’ong Hengaw, con sede in Norvegia, citando fonti della famiglia. E il post della diplomazia israeliana è stato cancellato.
Riaprono scuole e università
Non cambia intanto la linea della magistratura iraniana su chi ha appoggiato le proteste. «Gli arresti proseguiranno», ha detto il portavoce Asghar Jahangir, aggiungendo che alcuni atti sono punibili con la pena di morte. Tuttavia sembrano arrivare anche indicazioni di una calma apparente: le autorità hanno autorizzato la riapertura delle scuole, chiuse da una settimana, e delle università. Al contempo si registrano pure nuove tensioni nel settore delle comunicazioni. Secondo Reuters, ieri sera la televisione di Stato iraniana sarebbe stata hackerata, trasmettendo brevemente discorsi del presidente Usa Trump e di Reza Pahlavi. Proprio il figlio dell’ultimo scià e figura simbolica dell’opposizione in esilio sui propri canali social si è detto pronto a tornare in Iran dagli Stati Uniti.
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