Olivier Messiaen Olivier Messiaen 

Giornata della memoria, la speranza viene dalla musica

Storia della prima esecuzione assoluta del "Quatuor pour la fin du temps" di Olivier Messiaen, eseguita in prigionia nel gennaio del '41 nello Stalag VIII di Görlitz

Marcello Filotei - Città del Vaticano

Quando arrivò nello Stalag VIII A di Görlitz, in Slesia, Olivier Messiaen era già un musicista affermato. Ma i nazisti non fecero distinzioni: «Come tutti gli altri prigionieri, dovetti spogliarmi. Nudo com'ero, continuavo a stringere, con uno sguardo spaventato, un sacchetto che conteneva tutti i miei tesori». La scena sarebbe tragicamente consueta se non fosse che in quel sacchetto era custodita «una piccola libreria di partiture d'orchestra in formato tascabile che sarebbero state la mia consolazione quando, come gli stessi tedeschi, avrei sofferto la fame e il freddo». I compositori non sanno stare senza comporre e i fedeli non smettono di credere in condizioni difficili. Messiaen era entrambe le cose, e grazie a questo tra la fine del 1940 e l’inizio del ’41 concepì un capolavoro nato da varie necessità, non tutte di carattere fisico. Il Quatuor pour la fin du temps utilizza gli strumenti che c’erano a disposizione: violino, violoncello, clarinetto e pianoforte.

"Ritmi non retrogradabili"

Chiusa l’ultima battuta il tempo per studiare le parti non era molto, le condizioni non ottimali, ma c’era da organizzare la prima esecuzione assoluta. La sera di mercoledì 15 gennaio 1941 la temperatura scese a -15. Per la stagione non era un’eccezione. Nella baracca 27 B alcune centinaia tra prigionieri e carcerieri si “accomodarono” per assistere alla nascita di un capolavoro che ha segnato il ‘900. Il pianoforte, al quale sedeva il compositore, aveva qualche tasto che rimaneva incastrato. Il violoncello di Étienne Pasquier secondo la leggenda aveva una corda in meno (ma pare non sia vero), il clarinetto di Henri Akoka e il violino di Jean le Boulaire funzionavano, come possono funzionare degli strumenti di bassa qualità a quelle temperature. Forse in pochi si accorsero che Messiaen, come faceva da un po’, utilizzò tra le varie tecniche compositive quella dei “ritmi non retrogradabili”, quelli che come il numero 181 o il nome Ada è inutile leggere al contrario perché tanto non cambia niente. Messiaen spiegò ai compagni di pena che il riferimento era all’Apocalisse di Giovanni, che il suo intento era quello di dilatare il tempo, «che il Quartetto era scritto per la fine del tempo, senza alcun gioco di parole con il tempo della prigionia, ma in relazione alla fine delle nozioni di passato e di avvenire, ovvero con l'inizio dell'eternità».

Non suonarono più insieme

Forse il tempo si fermò quella sera, certamente la speranza prese la forma del suono. Poi le leggi della fisica prevalsero. Gli orologi ricominciarono a scandire i secondi regolarmente. I quattro si persero di vista, non suonarono più insieme. Ci sono cose che avvengono una volta sola. A noi resta un capolavoro per riflettere sul significato da dare al tempo, anche a temperature più miti. 

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27 gennaio 2026, 13:08