"Seeing Auschwitz", a Torino i tre sguardi sull'Olocausto
Martina Accettola - Città del Vaticano
Il 20 gennaio 1942, in una villa sul lago di Wannsee (a sud di Berlino), quindici alti funzionari del regime nazista si riunirono per definire la cosiddetta "Soluzione finale della questione ebraica": il piano di sterminio di circa undici milioni di ebrei europei, voluto da Adolf Hitler e dalla gerarchia nazista, fondato sulla deportazione di massa e sul sistema dei campi di concentramento e di sterminio. Solo tre anni dopo, il 27 gennaio 1945, l'Armata Rossa entrava nel campo di Auschwitz-Birkenau, liberainondolo; nei mesi successivi saranno liberati anche gli altri campi, mentre le SS tentavano di distruggere documenti e tracce dei crimini commessi. Non tutto, però, andò perduto: molte fotografie sopravvissero, oltre 100 scatti realizzati tra il 1941 e il 1944 sono particolarmente significativi, e sono al centro della mostra Seeing Auschwitz, allestita in Italia, all'Archivio di Stato di Torino, dal 23 gennaio al 31 marzo 2026. Il percorso artistico, commissionato nel 2020 da ONU e UNESCO e realizzato dall’ente culturale spagnolo Musealia in collaborazione con il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, mette a confronto le fotografie scattate dai carnefici - documentazione delle selezioni e delle deportazioni – con i rarissimi scatti clandestini realizzati dai prigionieri e con le riprese aeree effettuate dagli Alleati.
La triplice prospettiva della mostra
L'intento della mostra è quello di informare e trasmettere la memoria attraverso uno strumento tangibile e diretto, come la fotografia, raccontando ciò che accadde a circa undici milioni di persone - ebrei, sinti, rom, omosessuali, dissidenti politici e persone con disabilità - perseguitate e uccise dal regime nazista. La forza comunicativa e l'originalità di Seeing Auschwitz risiedono nel racconto degli eventi attraverso un triplice punto di vista: quello dei carnefici, quello delle vittime e quello dei liberatori. Alle immagini realizzate dalle SS, tratte dal cosiddetto "Auschwitz Album", si contrappongono cinque rarissime fotografie scattate clandestinamente dai prigionieri dall'interno delle baracche; a rischio della loro stessa vita, alcuni di essi riuscirono a raccogliere dei frammenti di questa realtà grazie all'introduzione dell'apparecchio fotografico da parte della resistenza polacca. L'ultimo punto di vista è quello degli alleati, con delle foto di origine militare che documentano la logistica, l'area dei campi e i sistemi di trasporto che consentivano di accedervi. Attraverso questo assetto triplice, la mostra crea un dispositivo critico che invita lo spettatore non solo a vedere, ma a interrogare le immagini. Spiega Stefano Benedetto, direttore dell'Archivio, ai Media Vaticani: "Vogliamo mostrare come lo stesso fenomeno storico lasci tracce documentarie diverse, a seconda di chi le osserva e le documenta. Occorre lucidità nell'esaminare le fonti storiche, sottoporle a critica e contestualizzarle, ma anche conservare la nostra umanità e appassionarci al fatto che quei documenti rispecchiano la vita reale delle persone".
L'Auschwitz Album
Tra le foto anche quelle ritrovate da Lili "Lilly" Jacob (1926 - 1999), una delle testimoni più importanti nella ricostruzione della memoria di Auschwitz. Giovane ebrea ungherese deportata nel campo, nel 1945 si trovava ricoverata in un ex alloggiamento delle SS, trasformato in ospedale, nel campo di concentramento di Dora-Mittelbau in Germania. Fu qui che, in modo del tutto casuale, trovò un album fotografico in un armadietto accanto al proprio letto: un oggetto abbandonato dai nazisti durante la fuga all'arrivo dell'esercito americano, nel tentativo di cancellare le tracce materiali dei crimini perpetrati. Con profondo stupore, Jacob riconobbe nelle fotografie se stessa, i suoi fratelli, altri familiari e membri della sua comunità. L'album, noto come "Auschwitz Album", raccoglieva circa duecento immagini, alcune delle quali furono successivamente donate ai sopravvissuti che vi identificarono parenti o amici scomparsi.
Un documento visivo tra propaganda e testimonianza
Realizzate nel 1944 da membri dell'Erkennungsdienst, il servizio di identificazione delle SS, le fotografie costituiscono ancora oggi l'unica testimonianza visiva sistematica del processo di selezione dei deportati ebrei: dall'arrivo dei treni sulla rampa di Auschwitz-Birkenau, allo smistamento tra coloro che erano destinati al lavoro forzato e coloro già condannati alle camere a gas. L'album rappresenta una testimonianza iconografica centrale della violenza e dell'intransigenza del sistema nazista. Al tempo stesso, le immagini vanno però lette nel loro carattere ambiguo: nascono infatti come uno strumento di documentazione e propaganda interna, finalizzato quindi a mostrare l’efficienza operativa delle SS – dietro la quale messa in scena burocratica veniva occultata la realtà genocidaria.
Questo il punto centrale per Stefano Benedetto: "Guardando gli scatti, anche se non abbiamo la certezza perché ci mancano i documenti d'appoggio, l'impressione è che siano stati realizzati per dimostrare ai livelli gerarchici superiori il corretto svolgimento di una procedura burocratica. E questo è particolarmente agghiacciante". La storia di Auschwitz viene raccontata dunque attraverso degli scatti al tempo stesso crudi e apparentemente oggettivi, ma tutt'altro che neutrali. Come sottolineato anche da Paul Salmons, curatore dell'edizione originale della mostra e studioso dell'Olocausto: "È necessario fermarsi e analizzare le fotografie per vedere davvero ciò che ogni immagine rivela. Sebbene quelle realizzate ad Auschwitz siano prove inequivocabili dei crimini commessi in quel luogo, rappresentano al tempo stesso una grande sfida per lo spettatore. Queste fotografie non sono fonti neutrali, stiamo osservando un frammento di realtà dalla prospettiva nazista".
La triplice violenza delle foto
È possibile allora individuare una triplice violenza che investe lo spettatore. La prima è quella che scaturisce dell'immagine in sé, data dal contenuto che riaccende la nostra memoria. La seconda è la violenza esercitata dai fotografi, che ritraggono con fredda distanza gli ultimi momenti di vita dei deportati. La terza, sicuramente più sottile ma non meno incisiva, è la violenza del filtro applicato sulla realtà dallo sguardo nazista e che va a strutturare l'immagine: la prospettiva delle SS maschera e normalizza l'orrore attraverso una messa in scena burocratica della deportazione. In molti di questi scatti non sembra emergere nulla di clandestino: lo spettatore è costretto a guardare con gli occhi dell'assassino, vedendo esattamente ciò che le SS intendevano mostrare e non ciò che davvero accadeva. È in questa tensione tra ciò che l'immagine mostra e ciò che vuole occultare che si apre lo spazio di una visione maggiormente critica per lo spettatore. Proprio per questo motivo le fotografie devono essere osservate in maniera critica, come espresso dal direttore dell'Archivio: "Noi cerchiamo di richiamare l'attenzione dei visitatori sul fatto che le fonti storiche, e la fotografia è una di queste, naturalmente non sono mai neutre e oggettive, ma vanno sempre interpretate con un occhio critico, una sensibilità al contesto. Oggi tendiamo a considerare l'immagine fotografica come qualcosa di oggettivo e indiscutibile, quando invece chi se ne occupa dal punto di vista dello studio della fotografia, come fonte storica, ci mette in guardia proprio dal punto di considerare la fotografia in maniera acritica".
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