A Davos la cerimonia ufficiale di firma del Board of Peace voluto da Donald Trump A Davos la cerimonia ufficiale di firma del Board of Peace voluto da Donald Trump  (ANSA)

Gaza, a Davos la cerimonia di firma del "Board of Peace"

Si è tenuta stamattina a margine del World Economic Forum di Davos la cerimonia di firma del "Board of Peace", l'organismo voluto dal presidente Usa Trump principalmente per la gestione della crisi di Gaza e la sua ricostruzione. A presenziare una ventina di Paesi invitati: nessuno dell'Unione europea, a parte l'Ungheria. Intanto ancora raid dell'Idf nella Striscia: 11 i morti, tra cui due bambini e tre giornalisti. Padre Romanelli: situazione drammatica

Roberto Paglialonga - Città del Vaticano

È nato ufficialmente a Davos questa mattina, 22 gennaio, il “Board fo Peace”, l’organismo voluto da Donald Trump per gestire la crisi nella Striscia di Gaza e la sua ricostruzione. La cerimonia di firma, aperta dallo stesso presidente degli Usa, a cui hanno preso parte una ventina di leader e rappresentanti di Stati invitati, si è tenuta a margine dei lavori del World Economic Forum poco dopo le 11.

"Board of Peace": chi ha aderito e chi no 

Se alcuni Paesi hanno accettato di farne parte (come Israele, Russia, Belarus, Argentina, Azerbaigian, Armenia), in Europa si sono riscontrate alcune divisioni, tra chi ha preferito restarne fuori, come Regno Unito, Germania, Francia e, per il momento, Italia — quest’ultima per una incompatibilità dello statuto del Consiglio con la Carta costituzionale (articolo 11 sulla limitazione della sovranità nazionale in funzione di un’adesione paritaria con altri Stati) —, e chi è entrato, come l’Ungheria. Vi hanno poi aderito diversi altri Paesi, come Arabia Saudita, Turkiye, Egitto, Marocco, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

A Gaza ancora raid dell'Idf: morti due bambini e tre giornalisti

Nel frattempo, a dispetto dei tentativi di portare avanti l’accordo attuando la “Fase 2” del piano di pace predisposto dalla Casa Bianca, sul terreno la guerra non ferma la sua scia di sangue e violenza. Anche ieri l’Idf ha ucciso almeno 11 palestinesi nella Striscia, tra cui due ragazzi di 13 anni, una donna e altri tre giornalisti. Questi ultimi sono stati colpiti mentre stavano effettuando riprese nei pressi del campo profughi del centro di Gaza (secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti, sono più di 200 gli operatori dei media palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023). Per parte sua, l’esercito israeliano ha affermato che il raid è avvenuto contro sospetti che stavano preparando un attacco con un drone.

Il bilancio delle vittime dall'inizio della tregua

Il bilancio generale delle vittime è purtroppo in crescita, e ieri è stato uno dei giorni più sanguinosi dall’entrata in vigore del cessate-il-fuoco a metà ottobre. Secondo fonti sanitarie controllate da Hamas, da allora oltre 480 persone sono state uccise e quasi 1.300 ferite. A questo si aggiungono le demolizioni di 200 edifici e abitazioni, più di 60 incursioni militari in aree residenziali della Striscia e 430 sparatorie su civili.

Padre Romanelli: manca tutto, nessuno vede la fine

Intanto, la situazione umanitaria continua a essere drammatica. "Manca di tutto", e "nonostante non ci siano più grossi bombardamenti, nessuno vede la fine". Ci sono "segni di distensione", ma "ci vuole molto di più", afferma padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia di Gaza in un messaggio inviato a un evento della fondazione pugliese “L’Isola che non c’è”. "La maggior parte della popolazione soffre — spiega — perché non ha luoghi sicuri in cui vivere, vive sotto le tende e con una insicurezza sanitaria tremenda. Centinaia di migliaia di persone soffrono di malattie respiratorie e gastrointestinali. Pure noi assieme alla maggior parte dei nostri 450 rifugiati ci siamo ammalati. Ed è molto difficile trovare le cure" per i virus. Infine, conclude, pur essendoci "più prodotti nel mercato", le persone "non hanno soldi per acquistarli perché hanno speso tutto durante la guerra e hanno perso il lavoro, oltre alle loro case".

Le parole dei vescovi della Holy Land Coordination

Alle sue parole si aggiungono quelle dei vescovi europei e americani che fanno parte della Holy Land Commission, e che hanno partecipato in questi giorni a un pellegrinaggio di solidarietà in Terra Santa. "La Terra della Promessa si è ulteriormente ridotta ed è sempre più messa alla prova. Gaza rimane una catastrofe umanitaria", scrivono in un comunicato. Mentre "le persone incontrate in Cisgiordania sono demoralizzate e impaurite".

Tensioni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est

Proprio nello Stato di Palestina, e a Gerusalemme Est, la tensione rimane alta dopo la demolizione, due giorni fa, della sede dell’Unrwa da parte di bulldozer israeliani. Dure le reazioni levatesi a livello internazionale ed europeo. La decisione delle autorità israeliane di procedere con questa operazione "rappresenta un grave attacco" contro le Nazioni Unite e "costituisce una violazione degli obblighi di Israele ai sensi della Convenzione sui privilegi e le immunità", secondo la quale gli Stati membri dell’Onu devono proteggere e rispettare l’inviolabilità dei locali dell’ente, ha detto in una nota l’Ue, attraverso Anouar En Anouni, portavoce del Servizio di azione esterna europea.

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22 gennaio 2026, 11:45