Francia, il no degli agricoltori all'accordo Ue-Mercosur
Guglielmo Gallone - Città del Vaticano
Parigi invasa da 350 trattori, la regione di Tolosa bloccata dalle manifestazioni. L’immagine è sempre la stessa, eppure queste due zone della Francia sono l’una ben diversa dall’altra: la prima rappresenta il potere; la seconda – e con essa il sud-ovest del Paese – rappresenta invece l’area in cui si concentrano allevamenti bovini, produzioni cerealicole e filiere di media gamma che, secondo i manifestanti, rischiano di essere travolte dall’ingresso sul mercato europeo di carni e prodotti sudamericani a costi inferiori e con standard ambientali e sanitari percepiti come meno stringenti.
Una crisi non solo economica
Ma forse proprio questa diversità fa capire come le proteste per l’accordo tra Ue e Mercosur rappresentino non solo una tensione economica, bensì una crisi d’identità e di fiducia verso le istituzioni che coinvolge l’intera società francese. Ne abbiamo parlato con Hervé Lejeune, consigliere per l’agricoltura di Jacques Chirac alla Presidenza della Repubblica dal 2000 al 2006 e oggi ispettore generale onorario dell’agricoltura. «Uno dei rischi maggiori — ci spiega — è quello di avere una visione museale dell’agricoltura. Lo vediamo ogni anno al salone dell’Agricoltura e oggi anche durante le manifestazioni: si idealizza un’agricoltura del passato, considerata eccezionale. Ma non è con l’agricoltura del passato che si costruisce quella del futuro. Questo vale per tanti altri settori. Se l’unica speranza che si offre ai giovani è una visione nostalgica del passato, dicendo che prima era tutto meglio, non si va da nessuna parte».
Il malessere dei giovani
Proprio parlando di giovani, Lejeune evidenzia un problema generazionale: «Oggi i giovani non vogliono più diventare agricoltori perché esistono molti altri mestieri che offrono sviluppo e benessere. Neppure i figli degli agricoltori hanno intenzione di seguire le orme dei genitori». Questo è un aspetto psicologico molto importante perché, prosegue «se non si propone una dinamica di costruzione con obiettivi nuovi, diversi da quelli del passato, non cambierà nulla. Sessant’anni fa l’agricoltura francese è stata costruita sul modello dell’agricoltura familiare. Ed era giusto così. Ma oggi le aziende familiari sono diventate minoritarie. Le aziende agricole sono società, vere e proprie imprese. Se non si sostiene un movimento di modernizzazione come quello avvenuto negli anni Cinquanta — la cosiddetta “rivoluzione silenziosa” portata avanti dai giovani agricoltori — non avremo mai un vero slancio».
La tragedia agricola francese
Emerge così chiaramente un problema di narrazione e, di riflesso, di attrattività del sistema francese. D’altronde, come peraltro Lejeune ha notato nel suo recente libro La tragédie agricole française - Réagir est encore possible (L’harmattan, 2026, 134 pagine, 15 euro) dal punto di vista puramente francese, ci sono stati almeno due grandi errori di politica agricola: «Il primo è stata la scelta dell’agroecologia. Si è voluto fare sempre di più sul piano ambientale senza rendersi conto che ciò pesava sui redditi agricoli. Il secondo errore, più recente, è stato affermare che gli agricoltori francesi sono i migliori del mondo e che quindi bisognava “salire di gamma”, produrre prodotti più cari. Ma nel frattempo sono arrivati covid e guerre. Oggi abbiamo una crisi del potere d’acquisto e le spese alimentari sono diventate la terza voce di spesa delle famiglie francesi».
Parigi e l'Europa a 27
A questo si aggiunge, da parte degli agricoltori francesi, una sorta di crisi sociale secondo cui «se per lungo tempo sono stati grandi sostenitori della Politica agricola comune, nel corso degli anni si sono resi conto che questa politica non li difendeva più e non permetteva loro di ottenere redditi soddisfacenti. Questo ha spezzato un meccanismo di fiducia nel mondo agricolo, che oggi prova più risentimento verso l’Europa che adesione». Dal lato francese, prosegue «non ci sentiamo più padroni del gioco all’interno dell’Unione europea, così come non lo è nessun altro Paese. Il vero padrone del gioco, tenuto conto della diluizione dei poteri politici nazionali in un’Europa a 27, è la Commissione europea, che ha un mandato e lo porta a termine tenendo conto di interessi molto divergenti tra i Paesi».
Da dove e come ripartire
Eppure, proprio la seconda parte del titolo del libro suggerisce che reagire è ancora possibile. Perché? E come, soprattutto? «Perché bisogna sempre conservare una luce di speranza. L’anno del Giubileo della speranza ce lo ha insegnato. E poi perché, per fortuna, non va tutto male. Esistono ancora settori economici, e anche agricoli, che non vanno così male. Bisogna sempre mantenere questa luce di speranza. Credo inoltre che esistano un certo numero di soluzioni possibili, che vanno studiate e messe in atto senza perdere tempo, e che consistono essenzialmente nel ritrovare competitività. Cito nel libro una frase di Charles Péguy, che dice: “Attenzione, avete le mani pulite, ma non avete più mani”. È questo il rischio per l’agricoltura: a forza di imporre norme, ambientali, sanitarie e di altro tipo, arriva un momento in cui gli agricoltori non sanno più come lavorare». Un monito che rimette al centro una questione elementare seppur spesso rimossa: senza reddito, senza mani e senza prospettive, ma soprattutto senza un sistema capace di ascoltare, comunicare e infondere fiducia nei confronti di chi dovrà adottare il cambiamento, nessuna transizione – ecologica o produttiva – può reggere nel tempo.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui