Fortissimamente Wolfgang, il nostro amico geniale
Marco Di Battista - Città del Vaticano
Il migliore. Il più grande. È facile esagerare nel ricordare quel 27 gennaio 1756, a 270 anni dalla nascita di Wolfgang Amadeus Mozart. Critici e musicologi come Alfred Einstein, Hermann Abert, Carl Dahlhaus, Massimo Mila lo hanno descritto come il musicista "più perfetto" della storia. Tuttavia, per celebrare davvero questo anniversario, è necessario andare oltre la retorica e la patina dorata del mito ottocentesco o cinematografico alla Amadeus.
È lecito chiedersi: perché lo riteniamo un genio? La grandezza di Mozart non risiede in un inspiegabile dono divino o in una mera facilità di scrittura, ma in una capacità di assorbimento e sintesi intellettuale senza eguali. Il Mozart che definisce il canone occidentale non nasce per magia nel 1756, ma "rinasce" consapevolmente a Vienna, all'inizio degli anni Ottanta del Settecento, trasformando l'istinto in una sofisticata scienza costruttiva.
La svolta di Vienna e l'ombra di Bach
Esiste uno spartiacque fondamentale identificato dalla musicologia: l'incontro tra il 1781 e il 1782 con il Barone Gottfried van Swieten. Fino ad allora campione dello stile galante — fatto di melodie cantabili e simmetrie rassicuranti — a casa del Barone Mozart scopre il "Vecchio Testamento" della musica: le partiture di Johann Sebastian Bach e Friedrich Händel. È uno shock culturale. Mozart comprende che la facilità melodica non basta più; deve imparare a pensare in modo contrappuntistico.
Le lettere del periodo testimoniano uno studio febbrile. Mozart trascrive, scompone e rielabora, attraversando una feconda crisi stilistica che porta a opere come la Grande Messa in Do minore. Il risultato finale è la nascita del "sommo compositore": una spugna onnivora che fonde la grazia italiana (la "dulcedo", come la definì Nino Pirrotta) e la complessità polifonica di Bach. Il culmine è nel finale della Jupiter, dove la forma sonata diventa una fuga a cinque soggetti, o nel rigore del Requiem. Il contrappunto cessa di essere un vecchio attrezzo e diventa motore drammatico.
La punta di diamante di una grande civiltà musicale
Insomma, Mozart è genio perché non rifiuta il passato, ma lo fagocita e riesce a trasformarlo in qualcosa di personale e, insieme, universale. Come un alchimista, prende il piombo della vecchia scuola e lo tramuta nell'oro del Classicismo viennese. La sua musica è un palinsesto dove le voci dei maestri precedenti vengono sublimate in un sottile gioco tra storia e futuro. Tuttavia, venerarlo come una divinità isolata è frutto della nostra mancanza di memoria. Spesso dimentichiamo il ricco contesto in cui operava: compositori come, solo per citarne alcuni, Johann Christian Bach, Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello o Antonio Salieri, che all'epoca godevano di pari fama. La storia ha operato una semplificazione tranchant, eleggendo un eroe e condannando all'oblio — o quasi — i suoi colleghi. Ritenere Mozart un genio è corretto, ma egli non è un fiore nato nel deserto, piuttosto è la punta di diamante di una civiltà musicale straordinariamente viva e complessa, che andrebbe conosciuta e approfondita.
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